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mercoledì 5 novembre 2008

L'America cambia. Barack Hussein Obama è il 44° presidente degli Stati Uniti. Onore al vecchio John

Il candidato democratico si impone conquistando 349 grandi elettori contro i 163 di McCain. La differenza in termini di voti è di 4 milioni, 53 per Obama, 49 per McCain. La Florida e l'Ohio, i due Stati che avevano determinato la vittoria di Bush nel 2000 e nel 2004, hanno scelto il senatore dell'Illinois. Crollano le roccaforti repubblicane di Colorado, Nevada, New Mexico e Virginia che non si pronunciava a favore di un democratico dal 1964. L'avanzata azzurra, il colore del partito di Obama, riguarda anche Camera dei rappresentati e Senato dove però la maggioranza non sarà al riparo dal possibile ostruzionismo repubblicano. La sfida dei governatori finisce 7 a 4 per i democratici. Hanno votato più del 64% degli aventi diritto, il dato più alto degli ultimi 44 anni.
Qui la traduzione in italiano del discorso di Phoenix nel quale John McCain ha riconosciuto la sconfitta, qui quello della storica vittoria di Barack Obama anch'esso tradotto in italiano. Entrambi gli interventi possono essere riascoltati nei video qui sotto.

Il discorso della vittoria di Barack Obama

Il discorso di John McCain

lunedì 27 ottobre 2008

Obama-McCain, è davvero finita?

Ad una settimana dal voto i giochi sembrano fatti. Secondo i sondaggi Barack Obama sarà il prossimo Presidente degli Stati Uniti. Quasi tutto è a suo favore: il fascino, la crisi finanziaria, i Clinton, la stampa internazionale e una bella fetta del mondo conservatore con in testa Colin Powell. McCain resiste stoicamente nonostante la Palin

Questa immagine corredava un post di Italian blogs for McCain pubblicato all'indomani del dibattito di Nashville. Obama verso la Casa bianca e soprattutto verso la santificazione della stampa e dell'editoria mondiale. D'altronde come dargli torto, il senatore dell'Illnois, stando agli ultimi sondaggi, staccherebbe, il condizionale è d'obbligo, di otto-dieci punti l'avversario repubblicano e se si guarda al numero di grandi elettori conquistati la prospettiva sarebbe ancora più rosea. Nel sistema di elezione del Presidente degli Stati Uniti non vince chi riceve il maggior numero di voti individuali, ma chi ottiene almeno 270 dei cosiddetti grandi elettori attribuiti da ogni Stato in rapporto alla popolazione. Obama ne avrebbe 277 contro i 174 di McCain. Pare che nulla più possa scalfire il momento magico del senatore afroamericano non le accuse di inesperienza, non i postumi della prolungata battaglia interna con Hillary Clinton del tutto riassorbiti, non gli scandali veri e presunti o i rapporti imbarazzanti di cui viene accusato dai repubblicani. La sua campagna elettorale da record prosegue spedita verso Pennsylvania Avenue. Di contro McCain arranca. Paga, in questo momento come non mai, l'appartenenza allo stesso partito di Bush e qualche indecisione di troppo sui temi economici. L'effetto Sarah Palin sembra essere svanito e, se la scelta di avere come vice la combattiva governatrice dell'Alaska ha sicuramente rafforzato il rapporto tra il maverick McCain e la base conservatrice, gli ha anche alienato, in maniera a quanto pare irreversibile, il consenso dell'elettorato indipendente e l'appoggio, per quello che vale, di una parte importante del mondo giornalistico e intellettuale conservatore. McCain sconta anche un rapporto non idilliaco con la stampa severa con lui, si veda l'ultima polemica sul guardaroba della Palin pagato dal Partito repubblicano, tanto quanto indulgente con Obama. Altro elemento a suo sfavore è sicuramente il fattore immagine che ha contato molto durante i tre dibattiti pre-elettorali e che innegabilmente ha influenzato l'intera campagna. Cosa può l'effettiva esperienza del vecchio veterano del Vietnam contro la sicurezza, l'oratoria e il fascino hollywoodiano del senatore nero?
Per la verità i faccia a faccia di Oxford, Nashville e New York e quello di St. Louis tra i vice Palin e Biden si sono chiusi tutti con un sostanziale pareggio che ha finito per favorire il candidato in vantaggio Obama. I temi centrali degli incontri sono stati la crisi finanziaria, la politica fiscale e la politica estera. La crisi di Wall Street ha cambiato inevitabilmente il corso della campagna elettorale per la Casa Bianca e nonostante nessuno dei due contendenti sia apparso particolarmente attrezzato per fronteggiare un evento di tale portata, il senatore dell'Illinois si è mostrato più deciso e convincente facendo della crisi il suo principale alleato. Secondo Obama e Biden all'origine della crisi ci sono le politiche liberiste promosse da Bush e approvate da McCain e poco importa se fu per prima proprio l'amministrazione Clinton a premere per allargare la concessione dei mutui anche a coloro che non offrivano adeguate garanzie e a sostenere la deregulation. Dai sondaggi emerge che gli americani giudicano i democratici più adatti a gestire l'economia in un momento come questo. L'idea di un maggiore intervento pubblico, idea alla base del piano di salvataggio delle banche voluto dall'Amministrazione Bush e approvato in maniera bipartisan, rappresenta un punto importante del programma di Obama, si pensi alle proposte riguardanti il sistema sanitario, e questo rafforza presso l'opinione pubblica il convincimento che sia l'uomo giusto per affrontare le conseguenze di fatti così traumatici per l'economia americana. Da Toledo in Ohio, uno degli Stati chiave nella corsa per la Presidenza, uno dei più colpiti dalla crisi finanziaria, Obama ha presentato un pacchetto di proposte di sostegno alla classe media che costerà alle casse federali 60 miliardi di dollari in due anni. Uno sgravio fiscale di tremila dollari per ciascun nuovo posto di lavoro creato, misura questa in realtà già presente nel programma di McCain, abolizione delle tasse di capital gain sugli investimenti in piccole imprese, proroga temporanea dei sussidi di disoccupazione, sospensione di 90 giorni sui pignoramenti delle case i cui proprietari hanno ricevuto mutui dalle banche garantite dallo Stato, possibilità di prelevare fino a 10 mila dollari dai risparmi pensionistici senza penalizzazioni fiscali, sono questi i provvedimenti che Obama ha in animo di adottare nel caso fosse eletto. Misure concrete che lo hanno fatto apparire competente e adatto a fronteggiare la situazione. In campo repubblicano McCain rimane legato alla proposta che il governo federale acquisti i mutui a rischio per rinegoziarli con i proprietari delle case a tassi più vantaggiosi. Nessuna novità.
Anche in politica estera, uno dei terreni più adatti a McCain, Obama ha dimostrato di essere competitivo, ironia della sorte, avvicinandosi di molto alle posizioni repubblicane. Promette di impedire all'Iran di farsi un'arma nucleare e di schierare in Afghanistan le truppe ritirate da quell'Iraq che, sebbene nessuno ne parli più, si giova oggi del cambio di strategia politico-militare voluto da Bush, sostenuto da McCain e avversato proprio da Obama.
Al di là del rafforzamento del profilo politico, il candidato democratico può contare ciecamente in quella macchina da guerra rappresentata dalla sua strategia elettorale. Obama è riuscito a superare la divisione interna al suo partito dovuta al protrarsi della sfida tra lui e la Clinton, ha saldato al suo elettorato storico (indipendenti, giovani e afroamericani) quello della ex rivale (donne, ispanici e classe media). In questi giorni prima Hillary poi persino quel Bill Clinton che definì Obama una favoletta per bambini, sono scesi in campo al suo fianco. Tutti uniti per cercare di strappare ai repubblicani la Florida, uno degli Stati in bilico, nonché roccaforte dei Bush. Secondo lo stratega democratico Rahm Emanuel di qui al 4 novembre Obama non smetterà di attaccare, è pronta una valanga di spot e la sua vasta e capillare rete di volontari, sono oltre un milione, darà vita all'operazione «Knock&Drag», bussa alla porta e trascinali alle urne. Le sue risorse finanziarie sono di gran lunga superiori a quelle di McCain e gli permettono di investire molto negli Stati di orientamento repubblicano costringendo il senatore dell'Arizona alla difesa.
Il candidato del Gop mantiene la leadership tra gli elettori maschi, bianchi, anziani, cattolici e ricchi ma è evidente che non basta. La strategia aggressiva di denunciare i rapporti personali di Obama con l'immobiliarista accusato di frode e riciclaggio Tony Retzko, con l'ex terrorista anarchico Ayers o con il leader islamista Farrakhan non ha pagato, anzi si è rivelata controproducente. E mentre si dava grande risalto all'autentica tegola della condanna della Palin in Alaska per abuso di potere o a Joe the plumber passato nel giro di poche ore da esempio di lavoratore e contribuente americano ad evasore, passavano sotto silenzio notizie in grado di creare serie difficoltà ad Obama: i rapporti tra il candidato democratico e Acorn, l'associazione che si occupa della registrazione di nuovi elettori sotto inchiesta per brogli, la sua presunta iscrizione al Partito socialista, la collaborazione lavorativa tra Michelle Obama e la moglie di Ayers, i rapporti di alcuni del suo staff con gruppi vicini ad Hamas o ai Fratelli Musulmani.
Come se non bastasse McCain deve fronteggiare l'emorragia dei cosiddetti Obamacons, editorialisti e intellettuali conservatori di varia estrazione che lo hanno abbandonato per schierarsi con Obama. Un cambio che, se pure elettoralmente poco influente, suona come un sinistro trasferimento sul carro del presunto vincitore, proprio contemporaneamente all'endoresement ufficiale di Colin Powell, ex segretario di Stato repubblicano, per il senatore afroamericano. Per Powell, che sta ad Obama come Joe Lieberman, già candidato democratico alla Vicepresidenza nel 2000, sta a McCain, sarebbe pronto un incarico nell'amministrazione. Si vocifera che Obama manterrebbe anche altri due nomi di Bush, Henry Paulson al Tesoro e Bob Gates al Pentagono.
Fresh face Barack Obama sembra dunque marciare spedito verso la Casa bianca. Da quando è senatore, meno di quattro anni, ha lavorato diligentemente alla sua candidatura, ha seguito i dettami del partito con fedeltà non comune, ha evitato con attenzione qualunque presa di posizione che potesse nuocere al suo futuro di candidato democratico alla Presidenza. Tutto finora gli è stato favorevole ma ci sono alcuni che giurano ci possa essere sulla sua strada un insidioso ostacolo. Si tratta del cosiddetto fattore razziale. Secondo Michael Frauntroy, docente universitario della George Mason University, autore di un volume sul partito repubblicano e l’elettorato nero, sarebbero quasi 6 su cento gli elettori che oggi si dicono a favore di Obama ma che in realtà non lo voterebbero per via del colore della sua pelle.
In attesa di vedere se l'effetto Bradley farà la sua vittima più eccellente, quella riassunta nella figura qui sotto (fonte CNN) è la situazione ad una settimana dal voto. Non ci sono molti dubbi e in realtà ne rimangono ancora meno se si considera che, stando agli ultimi sondaggi, Obama sarebbe in vantaggio in Virginia, Missouri, North Carolina, Nevada e Ohio, tutti Stati che nel 2004 andarono a Bush decretandone la vittoria contro Kerry. Solo due degli Stati chiave andrebbero a McCain, West Virginia e Indiana, in Florida i due candidati sono entrambi al 47%. Il finale di questa lunga storia sembra già scritto e forse lo è davvero. Non resta che aspettare una sola settimana.

Segnalo un paio di titoli:

di Giuliano Da Empoli, “Obama. La politica nell'era di facebook”, Marsilio;

di Federico Leoni, Moreno Marinozzi, Daniele Moretti con una nota di Emilio Carelli “John McCain - tutte le guerre di maverick”, UTET.

mercoledì 25 giugno 2008

Obama vs McCain. La sfida inizia così

Sembra passato un secolo da quando Hillary Clinton lottava appesa a un filo. Da quando vinceva le ultime primarie in Kentucky, Porto Rico e South Dakota (dati definitivi nelle tabelle in fondo), da quando rivendicava il primato del voto popolare nell'estremo tentativo di convincere i superdelegati a non voltarle le spalle, da quando sperava che la riammissione dei delegati di Florida e Michigan potesse accorciare le distanze da Obama. Sembra passato un secolo da quando Bill Clinton gridava al complotto di stampa e forze liberal contro la candidatura di sua moglie alla Presidenza degli Stati Uniti, da quando, nella lunga guerra civile democratica, i giovani, gli afroamericani, i ricchi e gli indipendenti erano per Obama e le donne, gli ultrasessantenni e la classe media erano per Hillary. Sembra passato un secolo anche da quando la ex first lady in mezz'ora di discorso al National building museum di Washington annunciava a denti stretti e senza un sorriso che avrebbe sospeso la propria campagna elettorale per sostenere il senatore dell'Illinois immolandosi per il bene del partito.
Appena fu ufficiale che Obama aveva raggiunto e superato i 2.118 delegati utili per ottenere la nomination, i due contendenti si erano incontrati a Washington, a casa dalla senatrice della California Dianne Feinstein, per un primo riservatissimo colloquio. Pare che in quell'occasione si parlò di ripianamento del debito accumulato in campagna elettorale dalla Clinton e, per l'ennesima volta, di un suo possibile, ingombrantissimo, ingresso nel ticket presidenziale. Da allora più nulla, se si esclude la ridda di ipotesi che vorrebbe la senatrice di New York, oltre che alla vicepresidenza, alla carica di governatore dello Stato, alla guida del gruppo senatoriale democratico, piuttosto che sindaco della Grande Mela o candidata alla Presidenza nel 2012 in caso di vittoria di McCain. Chissà.
Per ora il fatto certo è che la sfida tra Obama e McCain è iniziata e sarà tutt'altro che usuale a cominciare proprio dai due contendenti. Il 47enne afroamericano senatore dell'Illinois, liberal, carismatico e tremendamente glamour e il 72enne eroe del Vietnam, repubblicano non convenzionale, tenuto in grande considerazione anche dagli avversari. L'America della crisi dei mutui subprime, del dollaro a pezzi e della guerra in Iraq sarà al centro della loro campagna presidenziale. Le strategie elettorali di entrambi puntano a vincere conquistando Stati che in genere votano per il partito opposto in uno scenario completamente ridisegnato rispetto al passato.
Il Presidente degli Stati Uniti viene scelto mediante un'elezione di secondo grado. Ogni Stato, in proporzione alla propria popolazione, nomina un numero di “grandi elettori” chiamati poi ad eleggere a loro volta il Presidente. Il candidato che conquista anche un solo voto in più rispetto al suo avversario si aggiudica tutti i grandi elettori dello Stato. I grandi elettori sono complessivamente 538, ne servono quindi 270 per ottenere la Presidenza.
Ora, mentre tra le elezioni del 2000 e quelle del 2004 furono solo tre gli Stati a cambiare colore, quest'anno non si esclude una vera e propria rivoluzione. Michael Barone, uno dei maggiori esperti di flussi elettorali, prevede che la partita si giocherà in almeno 12 Stati: New Hampshire, Pennsylvania, Ohio, Michigan, Wisconsin, Minnesota, Iowa, Florida, Colorado, Nevada, New Mexico e Oregon, con una tendenza a favore dei democratici. Anche la electoral college map della CNN segna una prevalenza di grandi elettori a favore di Obama che conquisterebbe la costa ovest e il Nord-est, mentre McCain terrebbe saldamente gli Stati centrali e il Sud-est. In alcuni Stati, l'Ohio ad esempio, sarà interessante vedere quanto Obama è stato in grado di recuperare l'elettorato che durante le primarie si era espresso a maggioranza per la Clinton, giocherà molto anche il fattore razziale. Uno Stato da sempre in mano ai repubblicani come il North Carolina sarà oggetto di contesa proprio in virtù di quel 21% di popolazione afroamericana. Le alleanze locali e le vicepresidenze potrebbero spostare anch'esse voti preziosi, lo sa bene McCain che gioca su questo in Stati chiave come la Florida e la California.
Secondo i sondaggi (i dati sono ancora della CNN che si basa sugli ultimi rilevamenti effettuati o commissionati da Newsweek, Gallup e Fox News/Opinion Dynamics) Obama guiderebbe al 48% contro il 40% del candidato repubblicano. Il senatore dell'Illinois sembra aver recuperato terreno su donne ed ispanici dopo l'uscita di scena della Clinton e si conferma vincente su giovani e indipendenti. Obama riscuote fiducia sui temi economici e sull'Iraq, argomento sul quale però McCain è staccato di pochi punti.
Anche se appaiono lontani i tempi in cui il senatore dell'Arizona era in testa nei sondaggi, il balzo in avanti compiuto da Obama dopo la fine delle ostilità in casa democratica ha proporzioni del tutto simili al vantaggio che John Kerry vantava su George W. Bush tra maggio e giugno del 2004, dunque la situazione è in evoluzione e nessuno dei due contendenti dovrebbe vincere il duello di novembre a mani basse.
Sul fronte del fundraising maggio si è rivelato un mese sorprendente per McCain che ha eguagliato Obama raccogliendo la stessa cifra, 22 milioni di dollari. I rispettivi conti bancari ammontano a 32 e 33 milioni di dollari.
Oggi Barack Obama ha dalla sua tre elementi importanti: il favore dei pronostici, la carta del cambiamento e l'immagine. Tuttavia è fuori di dubbio che la sua strategia, in apparenza perfetta, abbia mostrato alcuni limiti. Nelle ultime primarie il suo effetto trainante è stato arrestato da una rimonta della Clinton iniziata, ahilei, troppo tardi e restano ancora da recuperare quei segmenti di elettorato, come la classe media e gli anziani, che hanno dimostrato di non fidarsi di lui contribuendo a disegnare il profilo di un candidato troppo elitario per connettersi con il Paese reale. Un'altra obiezione che gli viene mossa consiste nell'accusa di essere un liberal assolutamente ortodosso. Infatti nonostante lo sforzo di porsi come candidato post partisan, le sue scelte da senatore sono state tutte certamente di sinistra.
Secondo David Paul Kuhn, analista di Politico.com, per vincere, Obama dovrà puntare sui temi dell'economia, della sanità e della povertà impedendo al suo avversario di focalizzare il dibattito su sicurezza nazionale e politica estera temi su cui il candidato democratico ha dimostrato di avere idee quantomeno approssimative.
Il distacco definitivo dalla United Trinity Church del reverendo Wright, che tanti problemi gli aveva creato nei mesi passati, e l'endoresement di Al Gore sono due mosse significative messe a segno da Obama. La prima, volta ad allontanare dal senatore dell'Illinois le accuse di estremismo e antipatriottismo, la seconda, utile per contrastare un McCain che sin dall'inizio ha vestito i panni dell'ecologista. Meno azzeccata e decisamente di cattivo gusto l'idea di farsi un personale sigillo presidenziale.
Per riempire la casella ancora vuota della vicepresidenza Obama ha affidato un incarico esplorativo ad una commissione di tre saggi di cui fa parte anche Caroline Kennedy. Oltre all'opzione Clinton, sono sul tappeto i nomi del senatore della Virginia, Jim Webb, contrario alla guerra in Iraq e proveniente da uno Stato in bilico, dell'ex senatore conservatore della Georgia, Sam Nunn, della governatrice moderata del Kansas, Katherine Sebelius, del governatore clintoniano della Pennsylvania Ed Rendell. Ancora contemplati gli ex candidati alla Presidenza Joe Biden, John Edwards e Bill Richardson. Singolari le ipotesi Mike Bloomberg, possibile vicepresidente tanto di Obama quanto di McCain, e del generale James Jones, amico di McCain e corteggiato da Obama.
Lo strano destino del senatore dell'Arizona è di essere considerato il candidato della continuità con l'amministrazione Bush nonostante nella sua attività di senatore repubblicano tra i più indipendenti e in questo primo scorcio di campagna presidenziale, ne abbia più volte preso le distanze, dalla gestione del dopoguerra in Iraq, al protocollo di Kyoto fino agli interventi dopo l'uragano Katrina. L'appartenenza allo stesso partito di un Presidente uscente in così forte crisi di popolarità, secondo molti, non potrà non avere ripercussioni sulla corsa alla Casa Bianca di McCain, soprattutto se si considera che il suo avversario è il monopolista del cambiamento.
Non solo, lo strano destino del veterano del Vietnam lo porterà a dover camminare sul filo del rasoio attento a non allontanarsi troppo da Bush, per non alienarsi le simpatie della base repubblicana, in particolare della destra religiosa che ancora è accanto al Presidente uscente. Attento a non avvicinarglisi più del dovuto per conservare il proprio appeal sull'elettorato indipendente e su quello clintoniano che non voterebbe Obama.
Tra i temi su cui McCain sta dimostrando grande concretezza e su cui si giocherà la campagna elettorale ci sono l'immigrazione, la sicurezza, la guerra al terrorismo, l'ambiente e la riforma dell'apparato dello Stato.
Negli ultimi giorni ad impensierire il candidato del GOP, è arrivato anche l'annuncio della discesa in campo di Bob Barr, candidato alla Presidenza per il Partito libertario, in grado di sottrarre voti ai repubblicani.
Anche McCain è alle prese con la scelta del vicepresidente. Si fanno i nomi di figure legate a Bush come Condoleeza Rice e Robert Portman, quelli dei conservatori Mitt Romney, facoltoso ex candidato alla Presidenza con eccellenti possibilità di influire nel risultato del Michigan, e di Bobby Jindal, governatore della Louisiana. Nella lista anche Tim Pawlenty, governatore del Minnesota , Charlie Crist, governatore della preziosissima Florida e Sarah Palin, governatrice dell'Alaska. Possibile anche la scelta di indipendenti come Joe Lieberman, senatore del Connecticut già candidato alla vicepresidenza con Al Gore.
Staremo a vedere quali saranno le mosse e le decisioni di entrambi i contendenti. La partita è appena cominciata.



martedì 20 maggio 2008

Hillary lotta appesa a un filo

Obama parla ormai da candidato alla Presidenza. Hillary non si arrende e, nonostante il divario pressocché incolmabile in termini di delegati conquistati, rilancia con il recupero del voto in Michigan e in Florida e con il pressing sui superdelegati, sempre più vicini al suo avversario. McCain parla di Iraq, Lega delle democrazie e temi economici, alla ricerca di una sempre più solida legittimazione da parte dell'elettorato repubblicano, senza mancare di strizzare l'occhio agli indipendenti e ai democratici, stanchi di quella che l'Economist ha efficacemente definito come la lunga guerra civile democratica.
Questa, in estrema sintesi, la situazione relativa alla corsa alla Casa Bianca a pochi giorni dalla conclusione del lungo ciclo delle elezioni primarie, il 3 giugno, con il voto di Montana, New Mexico e South Dakota.
Le ultime tornate hanno visto la prevalenza della Clinton in Pennsylvania (55% dei voti contro il 45% di Obama), West Virginia (67% a 26) e di misura in Indiana (51% contro il 49% del senatore dell'Illinois). Obama ha incassato la pesante vittoria del North Carolina (56% a 42). In Pennsylvania e in Indiana la Clinton ha ottenuto il voto di bianchi, over-60, classe media, popolo rurale e di tutti coloro che hanno ritenuto determinante la vicenda del rapporto tra Obama e il reverendo Wright; il senatore dell'Illinois conquista, come al solito, il voto dei radical-chic, dei giovani e degli afroamericani che votano per lui al 91%. In North Carolina lo scenario è grosso modo lo stesso, qui Obama è riuscito a raggiungere la Clinton sui temi economici. In West Virginia è stato determinante il fattore razziale. Il contatore dei delegati segna 1.909 per il senatore afroamericano, 1.718 per la sua avversaria (dati CNN).
Forte del vantaggio sui delegati, sul voto popolare, sul numero di Stati vinti, sulla capacità attrattiva esercitata sui superdelegati rispetto alla Clinton (dopo la vittoria in North Carolina, 27 superdelegati hanno scelto lui, contro uno solo che ha invece optato per la senatrice di New York), Obama si presenta già come il vincitore della nomination: «Abbiamo la nomination, il partito non è diviso e verrà compatto dietro di me». Il suo fundraising da un milione di dollari al giorno, l'endoresement di Elizabeth Murdoch, figlia del magnate dell'editoria, Rupert, quello del regista Michael Moore e soprattutto il preziosissimo appoggio dell'ex candidato alla presidenza John Edwards (si vocifera persino di un ticket presidenziale), contribuiscono a rilanciare un'immagine un po' appannata dai casi Wright e Rezko, da quello del rapporto con il bombarolo Ayers e dal probabile endoresement di Jimmy Carter che nei giorni scorsi ha incontrato alcuni esponenti di Hamas appoggiando il dialogo con la formazione terroristica palestinese, linea avversata, non senza qualche contraddizione, dallo stesso Obama.
La strategia del senatore dell'Illinois lo vede impegnato in queste ore a scrollarsi di dosso l'etichetta di campione di un'élite intellettuale per accreditarsi sempre più come leader che unisce, in grado di rappresentare l'elettorato democratico e non solo, nonostante le sue caratteristiche di uomo della sinistra tra i più ortodossi. Lo sforzo principale è rivolto alla classe media. Obama è tornato a parlare di lotta alla povertà e alla disoccupazione, di creazione di nuovi posti di lavoro, parole che assumono una grande importanza se pronunciate al fianco di un personaggio particolarmente amato da operai ed impiegati come John Edwards. Secondo molti Obama avrebbe già in tasca la nomination se avesse saputo far presa precedentemente su questo segmento elettorale, sul quale si gioca la sfida con il repubblicano McCain.
Hillary Clinton è ormai in trincea. Da settimane schiva i colpi del fuoco amico di un Partito democratico orientato a favorire la linea secondo cui, se al 3 giugno nessuno dei due candidati dovesse aver raggiunto il numero di 2.025 delegati, necessari per la nomination, i superdelegati indecisi dovrebbero scegliere quello che ha al suo attivo il maggior numero di delegati eletti su base popolare. La cosa favorirebbe senza dubbio Obama.
La ex first lady fa valere la sua vittoria in quasi tutti i grandi Stati (Ohio, Pennsylvania, Florida, Michigan e West Virginia) e nelle roccaforti decisive contro i repubblicani. Punta inoltre a rendere valido il voto di Florida e Michigan. I due Stati avevano votato in gennaio a maggioranza per la Clinton ma non avevano espresso delegati perché puniti dal partito per aver anticipato la data delle primarie. Il 31 maggio un comitato di 30 membri, tra i quali la Clinton ha importanti appoggi, deciderà se e in che modo i 366 potenziali delegati saranno assegnati.
Al di là di questi pur validi argomenti, la strada della senatrice di New York è tutta in salita. Il distacco da Obama sembra incolmabile, i fondi per continuare la campagna elettorale scarseggiano (è stata costretta ad attingere dal patrimonio personale per altri 6,4 milioni di dollari) e nonostante la sua virata populistica per ricompattare dietro di sé la classe media, in Indiana ha perso pezzi importanti del suo elettorato storico.
Il protrarsi della guerra tra Clinton e Obama impensierisce oltremodo la dirigenza democratica. Il presidente del comitato nazionale, Howard Dean, ha invitato i superdelegati a rendere pubblico il proprio supporto all'uno o all'altro candidato entro il primo luglio, trascinare la decisione fino alla Convention di Denver di fine agosto aggraverebbe quel processo di logoramento già in atto. Secondo un sondaggio del centro studi Pew research, il 50% degli statunitensi giudica negativamente i toni del confronto tra i due senatori democratici, un sondaggio diffuso qualche giorno fa dalla NBC, invece, mette in risalto come una parte importante dell'elettorato dei due frontrunner democratici (il 30% di quello della Clinton, il 22% di quello di Obama) sarebbe pronta a votare per McCain se il candidato alla presidenza non fosse quello che sostengono. La strada da percorrere fino a novembre è ancora lunga e questa tendenza, con molte probabilità, non avrà la consistenza che ha oggi, ma il segnale per i democratici non è incoraggiante tantopiù che la migliore via d'uscita dall'empasse, il ticket Clinton-Obama, è divenuta oggettivamente impraticabile.
Continua a ringraziare il senatore John McCain che, conquistata ormai da tempo la nomination ufficiale, gode di un sostegno sempre più solido, anche se non unanime, all'interno del GOP. Il suo profilo da repubblicano non convenzionale gli ha permesso inoltre di accattivarsi le simpatie degli indipendenti e dei democratici delusi. Tra loro Joe Lieberman, candidato alla Vice Presidenza alle elezioni del 2000 al fianco di Al Gore.
Passa invece per Mitt Romney l'ancoraggio ai valori del GOP. L'avversario di un tempo, ex governatore del Massachusetts, ora possibile candidato vicepresidente, potrebbe portare a McCain voti sufficienti a strappare lo Stato ai democratici e grosse possibilità di successo in Utah e Colorado. Inoltre il suo patrimonio miliardario sarebbe una garanzia per le malconce casse del senatore dell'Arizona.
McCain ha dalla sua il vantaggio di dover combattere su un solo fronte. La sua campagna elettorale sta affrontando con realismo e con un approccio innovativo tutti i temi cari ai neocon partendo dalla guerra in Iraq. Nell'audizione al Congresso, il generale David Petraeus ha spiegato che se si vuole garantire la sicurezza e registrare nuovi progressi, non è questo il momento di abbandonare l'Iraq né di ridurre eccessivamente le truppe. McCain, in aperto contrasto con i suoi avversari, parla da tempo di non arretrare e di rimanere a Baghdad fino al 2013, dando l'impressione di essere l'unico a dire la verità sulla questione della guerra. Conferma l'impegno sulla lotta al terrorismo e propone di dar vita ad una Lega delle democrazie, un organismo che affronti le questioni internazionali in maniera più rapida ed efficace rispetto alle Nazioni Unite. Vuole l'ampliamento del G8 a India e Brasile e promette la chiusura di Guantanamo. Le priorità, in politica interna, sono il rilancio dell'economia e il raggiungimento dell'indipendenza dalle importazioni di petrolio, la garanzia di un confine meridionale sicuro e maggiore trasparenza nell'attività politica del Presidente.
Un McCain, insomma, che più competitivo e determinato che mai, attende solo di conoscere finalmente il nome del suo avversario e davvero potrebbe non mancare molto.


mercoledì 19 marzo 2008

Il vento sta cambiando e McCain se la ride

Ne sono successe di cose dall'ultima volta che mi sono occupato di primarie americane. Partiamo dai risultati delle consultazioni, riepilogati nelle tabelle qui sotto (dati CNN): nelle primarie del quattro marzo in Ohio e Rhode Island, una rediviva Hillary Clinton mette fine alla fuga del rivale Obama forte di undici vittorie consecuntive. Vince con il 54% dei voti contro il 44, nel primo caso, con il 58% contro il 40, nel secondo. Il complicato sistema di voto nel Texas (le primarie assegnavano il 75% dei delegati, solo chi aveva votato per le primarie poteva partecipare ai caucus con cui si assegnavano i restanti delegati) ha visto prevalere di misura Obama che si è aggiudicato 99 delegati contro i 94 della Clinton. Il senatore di Chicago ha invece vinto agevolmente in Vermont staccando di dieci punti la sua avversaria ferma al 39%. Nelle consultazioni del 4 marzo la senatrice di New York riconquista il voto di bianchi, cattolici, donne e indecisi, Obama si conferma vincente tra gli indipendenti. L'8 marzo si replica in Wyoming, nelle primarie dello Stato la Clinton esce sconfitta con il 38% dei voti contro il 61 di Obama. Il fattore razziale gioca un ruolo determinante nelle primarie in Mississippi celebrate l'11 marzo, ben il 92% dell'elettorato afroamericano si pronuncia a favore del senatore dell'Illinois decretandone la vittoria al 61% contro il 37% della Clinton. La conta dei delegati vede rafforzato il vantaggio di Obama che arriva a quota 1.621, Hillary Clinton segue a 1.479. Entrambi sono ben lontani dal numero magico 2.025 utile per strappare la nomination.
Giochi fatti invece in casa repubblicana. McCain vince in Ohio, Rhode Island, Texas, Vermont e Mississippi con un distacco minimo di 13 punti percentuali sul più vicino avversario, Mike Huckabee, e conquista anche matematicamente la nomination. Il leader della destra religiosa si è ritirato dopo le consultazioni texane assicurando sostegno a McCain, resta in campo, per la sua tenace battaglia di testimonianza, il libertario Ron Paul.
L'apertissima partita in campo democratico vede, al momento, le quotazioni della Clinton salire nonostante lo svantaggio in termini di delegati. La ex first lady riparte al grido di Yes we will (Sì, lo faremo) lanciato dall'Ohio, facendo pesare la sua esperienza. Con lo spot delle tre del mattino, chiede agli elettori chi vorrebbero ci fosse a rispondere al telefono della Casa bianca se i servizi segreti avvisassero il Presidente di un imminente pericolo per la sicurezza nazionale, si pronuncia a favore della prosecuzione della guerra in Afghanistan, polemizza con il candidato repubblicano sull'Iraq accusandolo di voler proseguire la politica di Bush e voler rimanere a Baghdad per cento anni. Per quanto riguarda l'immagine sceglie di rinunciare all'ingombrante Bill, si mostra più ironica e padrona della scena e sfoggia gli endoresement vip di Jack Nicholson, Melanie Griffith e Eva Longoria. L'uso di internet le ha giovato nella malconcia raccolta fondi. Certo ad impensierirla è arrivato lo scandalo che ha coinvolto l'ormai ex governatore di New York Eliot Spitzer, coinvolto in un giro di prostituzione e costretto a dimettersi. Spitzer, superdelegato che si era espresso in suo favore, non potrà più sostenerla nella convention di Denver.
Ma questo è nulla in confronto ai guai che si sono abbattuti su Barack Obama. Il front runner democratico ha dovuto dapprima schivare le accuse di anti-patriottismo che gli sono derivate dall'endoresement di Louis Farrakhan, leader della setta Nazione dell'Islam, uno che ha definito l'ebraismo una fede di bassifondi e che ha sostenuto che la cocaina è stata inventata dalla CIA per rendere schiavi gli afroamericani. Ha poi dovuto prendere le distanze dal suo consulente spirituale Jeremian Wright che recentemente ha accusato gli USA di aver contribuito al diffondersi dell'Aids e ha parlato di un possibile ruolo degli Americani nell'attacco dell'11 settembre. E' stato costretto ad ingoiare il boccone amaro del processo a Tony Rezko, uno dei maggiori finanziatori della campagna per l'elezione al Senato di Obama, che è accusato di estorsione, riciclaggio di denaro e frode. Come se non bastasse i principali consiglieri del senatore di Chicago hanno messo a segno una serie impressionante di smentite a riguardo di quanto egli sta promettendo in campagna elettorale, mettendone in luce tutto il dilettantismo. Sembra finita, a causa di tutto questo, anche la luna di miele tra Obama e la stampa.
Al di là della situazione momentanea in cui si trova ognuno dei due candidati democratici, la loro condizione di eterni rivali potrebbe portarli al logoramento a tutto vantaggio di un McCain che si muove già da Presidente in pectore. Il partito ha tutto l'interesse a chiudere la battaglia il prima possibile e Hillary propone un ticket con Obama per non disperdere voti. Ma i sondaggi, che dimostrano che l'elettorato democratico non approverebbe questa scelta, e lo stesso Obama fanno, almeno per ora, tramontare questa possibilità. Il prossimo appuntamento con le primarie è il 22 aprile in Pennsylvania, 5 lunghe settimane nel corso delle quali il confronto si sta spostando a livello nazionale con i due candidati impegnati a convincere l'elettorato della propria superiorità. La Clinton, data per favorita in Pennsylvania, ha bisogno di una serie di vittorie nette per accorciare lo svantaggio in termini di delegati, Obama, c'è da giurarci, punterà ad arrivare alla convention di Denver ancora in testa. Un'ulteriore incognita è la possibile ripetizione delle primarie nei due Stati, Florida e Michigan, puniti per aver anticipato le consultazioni. Le sole due certezze, al momento, sono il ruolo sempre più determinante che stanno assumendo i superdelegati e la discesa in campo dello spauracchio democratico Ralph Nader, candidato indipendente, ambientalista e schierato contro gli abusi delle corporation e dei poteri forti, che nel 2000 attinse al bacino di voti dei democratici provocando la sconfitta di Al Gore.
Il candidato del GOP intanto incassa il pieno sostegno del presidente Bush, impensabile a settembre quando aveva iniziato la sua campagna senza fondi e con sondaggi negativi. Ora il partito fa quadrato attorno a lui e McCain chiede sostegno finanziario e promette di mettersi al lavoro fin da subito per selezionare il vicepresidente. In questi giorni è a capo di una delegazione parlamentare in viaggio in Medio Oriente ed Europa e proprio da Baghdad, dove ha incontrato il primo ministro iracheno Al-Maliki, ha risposto alla Clinton dandole della disfattista, e accusandola di essere indifferente di fronte ai risultati raggiunti dal generale Petraeus. McCain sostiene che non bisogna ritirarsi, almeno per il momento, dall'Iraq e vincere la guerra in Afghanistan con un maggiore apporto degli alleati. In politica interna gioca da indipendente e promette la riforma liberale dell'immigrazione, quella privatistica del sistema sanitario, la difesa dei trattati di libero scambio e la diminuzione della pressione fiscale.
A margine, ma fino ad un certo punto, c'è da registrare l'annuncio ufficiale, con un editoriale sul New York Times, della rinuncia alla corsa per le presidenziali da parte di Mike Bloomberg, di cui si era parlato per mesi. Il ricco (il suo patrimonio si aggira attorno ai 10 miliardi di dollari) e popolare sindaco di New York promette però di sostenere il più indipendente tra i candidati, colui che troverà soluzioni pratiche che sfidino le ortodossie di partito. La sua esperienza in campo economico, oltre che il suo patrimonio, fanno gola ai due che sembrano maggiormente rispondere ai requisiti richiesti da Bloomberg: Obama e McCain. Un'alleanza di questo peso avrebbe grosse e inattese ripercussioni sulla loro campagna elettorale.
La situazione è decisamente fluida e il primo segnale che il vento sta cambiando arriva dai sondaggi. L'ultimo di Zogby dà McCain vincente sulla Clinton 45% a 39%, e su Obama 44% a 39%. Il dato più interessante è che il veterano del Vietnam riuscirebbe a vincere anche in Stati tradizionalmente favorevoli ai democratici come Pennsylvania e Michigan. E' proprio vero, tra i due litiganti il terzo gode e McCain ringrazia.










venerdì 22 febbraio 2008

Obama Superman

Non c'è che dire. Il candidato democratico alla presidenza degli USA, Barack Obama ha il vento in poppa, gode di quello che gli analisti politici americani chiamano momentum. Ha vinto in Lousiana, Washington, Nebraska, Isole Vergini, Maine, District of Columbia, Maryland, Virginia, Wisconsin, Hawaii e tra i democratici all'estero che hanno votato durante il super tuesday. Ha battuto per undici volte la sua diretta avversaria con uno scarto minimo del 17%, balzando in testa nella conta dei delegati. Il senatore dell'Illinois ne ha adesso 1.319 contro i 1.250 della Clinton. Il distacco potrebbe ancora aumentare a causa della revisione del risultato delle primarie della città di New York.
Un altro dato essenziale della straordinaria ascesa di Obama è la conquista di fasce di elettorato che finora gli si erano mostrate ostili: nelle primarie del Potomac (D.C., Maryland, Virginia) ha avuto la maggioranza delle donne, degli ispanici e dei pensionati; ha conquistato il voto di cattolici, protestanti e laici, ha mantenuto saldamente il consenso giovanile e ha allargato quello dei conservatori delusi. In Wisconsin (Stato in cui la comunità afroamericana raggiunge solo il 10% dell'intera popolazione) conferma la maggioranza del voto femminile, ha dalla sua i lavoratori sindacalizzati e in genere tutti i gruppi under-65. Importante l'inversione di tendenza tra gli iscritti al partito democratico che iniziano a votare in maggioranza per lui.
Sul fronte del fundraising Obama registra un record che non ha paragoni nella storia politica americana: nel mese di gennaio ha raccolto 36 milioni di dollari, 28 dei quali online, provenienti da donatori che, per l'esiguità dei versamenti pro-capite, potrebbero essere ricontattati e che rappresentano quindi un serbatoio potenziale impressionante.
Da registrare anche il quasi endoresement che il senatore dell'Illinois ha incassato nientemeno che da Colin Powell, segretario di Stato dal 2001 al 2005 con George W. Bush.
Di converso il momento per Hillary Clinton non è tra i più semplici. La sua situazione finanziaria è all'opposto di quella del suo avversario e, oltre ad aver perso sonoramente le ultime 11 consultazioni, è stata abbandonata dal numero due del suo staff, Mike Henry. La senatrice di New York è impegnata nel rilanciare il suo ruolo di politico esperto e spera di riaprire la partita con le primarie del 4 marzo in Texas, Ohio, Rhode Island e Vermont.
In particolare in Texas saranno assegnati 228 delegati e la Clinton conta sul voto ispanico, i sondaggi la danno in vantaggio su Obama di circa 10 punti ma c'è da considerare anche il buon recupero che il senatore ha realizzato nelle ultime settimane. La situazione in Ohio (161 delegati) vede un vantaggio della Clinton attorno agli 8 punti.
Tra i due candidati democratici si gioca anche la partita parallela dei superdelegati, i dirigenti e gli eletti del partito, 796 in tutto che, in virtù dell'assegnazione proporzionale dei delegati, che non ha consentito e probabilmente non consentirà di chiudere i giochi durante le consultazioni, promettono di rivelarsi decisivi per l'attribuzione della nomination durante la convention di Denver. La loro maggioranza è al momento a favore della Clinton (in circa 200 si sono espressi per lei contro i 100 che hanno scelto Obama, gli altri sono ancora in fase di decisione) ma si stanno registrando alcuni importanti cambi di casacca chiaro sintomo che Obama è in questo momento il candidato di punta del partito. Sulla conta di delegati e superdelegati la Clinton ha lanciato anche un sito internet (the delegate hub) che spiega “fatti e miti” della loro assegnazione.
Decisamente più tranquilla la situazione in casa repubblicana. Dopo le scontate vittorie di Huckabee in Kansas e Louisiana, McCain ha vinto nelle consultazioni di Washington, District of Columbia, Maryland, Virginia e Wisconsin portando i suoi delegati a 918.
Oltre ai risultati conseguiti sul campo, quello che conta per McCain è stata l'uscita di scena di Mitt Romney che ha fatto, praticamente subito, endoresement in suo favore garantendogli così il voto dei suoi 286 delegati alla convention di Minneapolis e chiudendo di fatto la corsa alla nomination. Altri importanti appoggi sono arrivati dall'ex candidato repubblicano Fred Thompson, da Bush padre e indirettamente anche dal presidente in carica che, intervenendo alla convention annuale della Conferenza per l'azione politica conservatrice, ha invitato il partito all'unità. Il GOP si stringe attorno al suo candidato e gli esprime pieno appoggio (anche finanziario, l'endoresement dei Bush anche da questo punto di vista conta moltissimo) nell'intento primarico di fare dell'atipico McCain in candidato di tutti, anche dell'establishment. E il senatore dell'Arizona ha dimostrato di poter superare la diffidenza dell'elettorato più conservatore: ha perso di un solo punto in Lousiana ed è riuscito a conquistare la Virginia che veniva attribuita quasi con certezza ad Huckabee. La vera missione di McCain sarà quella di convincere la base repubblicana conservatrice a non astenersi nel voto di novembre, senza perdere il consenso di coloro che vedono in lui un innovatore.
Intanto Mike Huckabee continua la sua corsa sperando in un buon risultato in Texas e Ohio ma sperando ancor più, a detta di molti, nella vicepresidenza. L'affollato totovicepresidente vede salire le quotazioni del 47enne governatore del Minnesota Tim Pawlenty e, a sorpresa, anche quelle del segretario di Stato Condoleeza Rice, vero e proprio asso in grado di contrastare l'effetto novità di Clinton e Obama.
Ah, a continuare la corsa per la Casa bianca anche l'immarcescibile candidato libertario Ron Paul.
Che McCain sia ormai ufficialmente il candidato del GOP non lo dimostra solo l'attenzione di tutto il suo partito ma anche quella rivoltagli da Obama che da Madison, Wisconsin, lo ha accusato di fiancheggiare la politica di Bush sull'Iraq. Di contro McCain non se si è fatto sfuggire l’occasione per contrattaccare Obama definendolo un populista. E non mancano gli attacchi sul piano personale, il NY Times ha parlato di una vecchia relazione del senatore dell'Arizona con la lobbista 40enne Vicki Iseman. La notizia ha provocato la riposta indignata dello staff di McCain.
I sondaggi, che fino a poco tempo fa vedevano in vantaggio il veterano del Vietnam, sono oggi favorevoli ad Obama che batterebbe McCain con il 47% dei voti staccandolo di sette punti. Obama Superman sembra non avere rivali. Per il momento.

Di seguito i risultati delle ultime consultazioni.



Per avere un quadro completo dei delegati assegnati ai candidati democratici clicca qui, per i repubblicani qui.

giovedì 7 febbraio 2008

Il super tuesday non è decisivo, la partita resta aperta

E alla fine il super tuesday non ha incoronato nessun vincitore definitivo. Dalla lunga notte di spoglio, la stessa notte nella quale un tornado ha flagellato gli Stati del sud degli USA facendo morti e feriti, è emerso un quadro complesso.
Partiamo dai democratici. Obama vince in Georgia, Alabama, Delaware, Illinois, Kansas, North Dakota, Utah, Connecticut, Minnesota, Idaho, Missouri, Colorado e Alaska. I suoi delegati salirebbero, secondo CNN, a 741.
Hillary Clinton si aggiudica Massachussets, New York, New Jersey, Oklahoma, Tennessee, Arkansas, Arizona, New Mexico e California portando i suoi delegati a 823. Le regole delle consultazioni democratiche prevedono l'attribuzione dei delegati con metodo proporzionale, questo comporta una oggettiva difficoltà nelle assegnazioni, soprattuto in una situazione di equilibrio, e alle reciproche rivendicazioni di sorpasso a cui assistiamo in queste ore. Ad ogni modo, il dato essenziale è che il limite dei 2.025 delegati sufficienti per aggiudicarsi la nomination resta lontano.
Senza dubbio la ex first lady mette a segno tre importanti vittorie anche psicologiche, quelle di California e New York, che avevano in palio il maggior numero di delegati, e quella del Massachussets dove, nonostante l'appoggio dei Kennedy e del candidato democratico alla Presidenza USA nel 2004, John Kerry, Obama ha perso con un notevole scarto. Decisivo per la Clinton il voto femminile ed ispanico mentre il senatore dell'Illinois conferma il suo seguito tra giovani e afroamericani. Sul fronte del fundraising difficoltà per la senatrice di New York che ammette di aver attinto ai beni personali per proseguire la campagna.
Neanche per i candidati del GOP il super tuesday è risultato decisivo, ma l'investitura ufficiale di McCain è soltanto rimandata. Il senatore dell'Arizona vince in California, New York, New Jersey, Illinois, Arizona, Missouri, Connecticut, Oklahoma e Delaware. I delegati conquistati finora da McCain sono 680.
Il grande sconfitto di questa tornata di consultazioni è senza dubbio Mitt Romney che non va oltre la conquista di quegli Stati che gli venivano attribuiti con un buon margine di sicurezza fin dalla vigilia. Romney vince infatti in Massachussets, Utah, Montana, Colorado, Minnesota, North Dakota e Alaska. Il suo numero di delegati (270) non lascia dubbi sull'esito della sua campagna presidenziale.
Romney, oltre ad essersi lasciato sfuggire la California, perde anche la “guerra di religione” per accaparrarsi la destra conservatrice contro un Huckabee sorprendente che conquista Arkansas, Alabama, Georgia, Tennessee e West Virginia portando i suoi delegati a 176.
Da segnalare tre performance del candidato libertario Ron Paul che ottiene il 17% dei voti in Alaska, il 21 in North Dakota e addirittura il 25% in Montana. I suoi delegati sono 16.
Le regole per i repubblicani danno, quasi ovunque, tutti i delegati al vincitore. L'”atipico” McCain sembra quindi lanciato verso il duello per la conquista della Casa bianca ma proprio il suo essere atipico potrebbe creargli delle difficoltà. La destra conservatrice non lo ama, il voto del sud ne è la conferma, quindi l'ipotesi di un ticket con Huckabee potrebbe essere un elemento stabilizzante in grado di convogliare il voto degli evangelici. Un'altra ipotesi in campo va però in senso contrario, si vocifera infatti di una possibile vicepresidenza da offrire al popolare sindaco di New York, Bloomberg, fino a poco tempo fa in odore di candidatura come indipendente. Una scelta che marcherebbe ancor più una forte soluzione di continuità all'interno del GOP.
Quel che è certo è che l'ascesa in sordina del 72enne veterano del Vietnam preoccupa anche gli avversari che pensano di unire le forze in un dream ticket Clinton-Obama, dopo l'elezione del candidato alla Presidenza che al momento non è propriamente un dettaglio.
Qui di seguito le tabelle con tutti i risultati definitivi del super tuesday (dati CNN), quella relativa al Partito repubblicano non contiene le percentuali di voto attribuite ad altri candidati non esplicitamente citati. Il numero dei delegati assegnati è puramente indicativo, gli aggiornamenti sempre sul sito della CNN.
La corsa delle primarie riprende subito, già sabato prossimo con le consultazioni in Kansas, Louisiana, Nebraska e Washington. Neanche il tempo di tirare il fiato.




lunedì 4 febbraio 2008

Dal funeral party di Florida al super tuesday

Mentre l'Italia segue la noia mortale di questa crisi di governo senza uscita che si trascina ormai da due settimane, gli Stati Uniti si apprestano a passare dal trionfo dei New York Giants nel Super Bowl all'avvincente sfida del super tuesday. Saranno oltre 20 gli Stati impegnati nelle consultazioni di domani, un appuntamento che imprimerà una svolta decisiva alla corsa verso la nomination in entrambi i partiti.
Intanto un vincitore ufficiale di questa campagna per le presidenziali 2008 c'è già ed è la rete. Non si tratta solo delle curve di Amber Lee che fa il suo sexy endorsement per Obama o delle lacrime della Clinton o di suo marito sorpreso a dormire durante una cerimonia per Martin Luther King, internet ha svolto un ruolo importante per la raccolta fondi dei candidati e offre canali di informazione completi in grado di monitorarne i programmi e di guidare gli utenti nel complesso calendario di caucus e primarie (You Tube, CNN, The Politico, ecc.). Un ruolo del tutto nuovo di sostegno e di informazione è svolto dalla blogosfera verso la quale i candidati manifestano una attenzione particolare del tutto ricambiata. Mi piace segnalare due casi, quello della 23enne Meghan McCain, che, per rilanciare l'immagine di papà John, il più anziano candidato con chance di vittoria, tiene un diario della campagna elettorale rivolto ai giovani, e quello del candidato libertario Ron Paul che spopola sul web ottenendo consensi virtuali inversamente proporzionali a quelli delle urne. Solo in Italia Paul può contare su ben due community di bloggers (Italiani per Ron Paul e Italian bloggers for Ron Paul). Mai come in questa campagna elettorale internet sta avendo e avrà importanza per la creazione del consenso.
Mi ero fermato alla vigilia delle primarie democratiche in South Carolina ma prima di dare uno sguardo ai risultati ci sono da registrare due defezioni minori (di quelle “maggiori” dirò tra poco), quella di Duncan Hunter in campo repubblicano e quella di Dennis Kucinich tra i democratici. Avevo anche parlato dei caucus del GOP in Louisiana che, in un clima di totale noncuranza da parte della stampa e di confusione nella determinazione del risultato, hanno visto McCain prevalere su Paul.
Com'era prevedibile la partita del South Carolina si è chiusa a favore di Barack Obama che con il 55,4% dei consensi ha doppiato la Clinton ferma al 26,5%, terzo come al solito Edwards che raccoglie meno del 18%. Il senatore dell'Illinois ha vinto conquistando il voto degli afroamericani, di un quarto dell'elettorato bianco, delle donne e di tutte le fasce di età fino ai 64 anni. Come se non bastasse il trionfo elettorale, all'indomani delle consultazioni in South Carolina, Obama ha incassato l'endorsement dei Kennedy.
E mentre a Columbia il senatore nero festeggiava, sul fronte repubblicano si stava per combattere la decisiva battaglia della Florida. Se già i sondaggi avevano lasciato pochi spiragli alla vittoria di Giuliani nel Sunshine State, gli appoggi del popolare governatore Charlie Crist prima, e del senatore Mel Martinez rappresentante della numerosa comunità cubana poi, in favore di McCain, hanno inferto il colpo mortale alla corsa verso la Casa bianca dell'ex sindaco di New York. E' finita con McCain al 36%, Romney al 31% e Giuliani al 15%, un solo punto sopra Huckabee che in Florida non ha praticamente fatto campagna elettorale. Arrivando primo, il senatore dell'Arizona conquista tutti i 57 delegati, l'elettorato che gli ha garantito la vittoria è formato dagli over 60, dai cubano-americani di Miami e dai militari e veterani. Si conclude così, alla prima tappa, l'avventura di Rudy Giuliani. “From Hero to Zero” titolano impietosamente tutti i giornali che si lanciano nel gioco della caccia all'errore, dalla squadra scelta per la campagna elettorale fino alla fallimentare strategia dei grandi Stati. Giuliani ha subito deciso di appoggiare McCain che dopo aver incassato gli endorsement del governatore della California Schwarzenegger e di quello del Texas Perry, in vista del super tuesday, sembra aver sbloccato la situazione di incertezza nel GOP e appare proiettato verso la conquista della nomination nonostante la sua fama di repubblicano atipico. Romney permettendo. Le quotazioni di Huckabee sono in netto ribasso, punterà ad ottenere il maggior numero di delegati negli Stati del sud.
La Florida per i democratici è stata una tappa simbolica in quanto i vertici del partito hanno deciso di non assegnare nessun delegato allo Stato come sanzione per aver anticipato la data delle primarie. La Clinton è giunta prima con il 50% seguita da Obama (33%) e da Edwards (14%). La prima sorpresa di questa consultazione è arrivata però con l'uscita di scena proprio di John Edwards che non si pronuncia su chi appoggerà lasciando sul campo un'eredità ambita dai due contendenti rimasti, la seconda sorpresa potrebbe essere la richiesta di riammissione dei delegati della Florida alla convention di Denver da parte della Clinton che, forte di un'affluenza record nello Stato, punta a far valere la propria vittoria.
L'ultima consultazione in ordine di tempo è stato il caucus repubblicano nel Maine che ha visto Romney vincere al 52% contro McCain, fermo al 21%, e Paul (18%). I 21 delegati però non sono stati immediatamente assegnati e lo saranno solo alla convention di settembre mediante regole complesse.
La partita di domani è fondamentale. Si voterà in 22 Stati per il Partito democratico con 2.075 delegati da assegnare, in 21 per quello repubblicano con 1.081 delegati. A Obama e alla Clinton serve un minimo di 2.025 delegati per aggiudicarsi matematicamente la nomination, per i candidati del GOP il numero è di 1.191.
In casa repubblicana i sondaggi (Gallup, ABC/Washington Post, Fox News) danno McCain in vantaggio su Romney con uno scarto che va dai 20 ai 28 punti percentuali quasi dappertutto. In controtendenza Rasmussen che vede invece i due candidati appaiati al 30%.
Tra i democratici stessa situazione, guida la Clinton seguita da Obama che ha tutto l'interesse a che i giochi non si chiudano domani.
Sul piano nazionale un sondaggio di Fox News vedrebbe McCain in vantaggio sia sulla Clinton (45% contro 44) sia su Obama (45% contro 43). Chissà!

mercoledì 23 gennaio 2008

Michigan, Nevada, South Carolina. Aspettando la Florida

Continua la lunga corsa verso la Casa Bianca. In Michigan si è votato il 15 gennaio, primarie per entrambi i partiti anche se in realtà i democratici votavano senza esprimere delegati, il 19 si sono svolti i caucus in Nevada, qui è stata la maggior parte dei candidati del GOP a disertare la campagna elettorale per concentrarsi sul più importante appuntamento delle primarie nel South Carolina per le quali si votava nello stesso giorno. In South Carolina i democratici voteranno invece il 26 gennaio.
La partita in Michigan ha visto prevalere Mitt Romney con il 38,9% dei voti, seguito da McCain (29,7%) e da Huckabee (16,1%). L'ex governatore del Massachussets ha avuto il vantaggio di giocare in casa, non solo Romney è nato in Michigan ma suo padre George è stato anche un apprezzato governatore dello Stato negli anni '60. Smentiti quindi facilmente tutti i sondaggi della vigilia che lo davano in un testa a testa con McCain, l'ex governatore del Massachussets ha conquistato il suo secondo primato dopo quello silenzioso in Wyoming. In campo democratico vittoria simbolica della Clinton con il 57% dei voti.
In Nevada continua il duello tra Clinton e Obama, Edwards è sempre più alla deriva. La senatrice di New York conquista il 51% staccando di ben 7 punti il suo diretto rivale. Ad Edwards solo il 4%, meno della metà di quanto prevedevano i sondaggi. La vittoria di Hillary Clinton ha di sicuro un grande valore. Messa in apparente difficoltà dall'autorizzazione della Corte federale allo svolgimento dei caucus all'interno dei grandi casinò (Obama aveva ricevuto l'endorsement del sindacato dei lavoratori dei casinò del Nevada che conta 60 mila iscritti), ha avuto dalla sua la maggioranza del voto ispanico, quello delle donne e dei cattolici.
Obama, dal canto suo, mette a segno la vittoria tra gli afroamericani che votano per l'80% a suo favore, un buon viatico per l'appuntamento del South Carolina dove questa fascia della popolazione sfiora la metà dell'elettorato democratico. E non è l'unico successo del senatore dell'Illinois, infatti nonostante il divario in termini percentuali, Obama avrebbe conquistato un delegato in più rispetto alla Clinton per la convention di Denver.
Nel GOP vittoria di Romney senza rivali, 51% per lui, seguito dal candidato libertario Paul al 14%. A favore di Romney ha giocato la massiccia affluenza dei suoi correligionari mormoni.
E mentre l'ex senatore metteva a segno la sua terza vittoria, in South Carolina si spendevano le energie dei suoi diretti rivali. L'ha spuntata McCain con il 33,2% dei voti, seguito da Huckabee (29.9%) e Thompson (15,7%). Romney è solo quarto (15,1%). La tradizione vuole che, dal 1980 ad oggi, chi vince le primarie repubblicane in South Carolina diventi il candidato del Partito repubblicano alla Presidenza. Huckabee ha attratto il voto evangelico ma non gli è bastato per vincere come accadde in Iowa, anche a causa di Fred Thompson che è riuscito a sua volta ad intercettare parte dell'elettorato cristiano conservatore. E mentre la candidatura dell'ex governatore dell'Arkansas pare in ribasso, McCain si pone come alternativa alle scelte dell'amministrazione Bush e attrae repubblicani moderati, indipendenti e delusi.
Intanto ieri sera Fred Thompson ha annunciato il suo ritiro. L'ex senatore del Tennessee e protagonista di Law and Order pensava all'abbandono fin dall'indomani della competizione in South Carolina. Non ha ancora dichiarato chi appoggerà. Sempre ieri si sono svolti i caucus repubblicani in Lousiana, passati sotto silenzio almeno sulla stampa italiana.
Ora l'attenzione è per i prossimi appuntamenti: le primarie democratiche in South Carolina e quelle in Florida del 29 gennaio per le quali i repubblicani sono già al lavoro. La sfida tra Clinton e Obama, come dicevo, si gioca sull'elettorato di colore, nei sondaggi il senatore dell'Illinois è dato in vantaggio di 10,5 punti.
In Florida si gioca parecchio Rudy Giuliani. L'ex sindaco di New York scende in campo davvero, solo adesso. Con la sua strategia dei grandi Stati ha puntato a fare campagna elettorale solo dove è in gioco un consistente numero di delegati, ma i risultati finora raggiunti nelle prime competizioni sono davvero troppo esigui per non destare più di una preoccupazione. Senza contare che i suoi avversari non staranno certo a guardare, McCain, in cerca di vittoria in uno Stato votano solo i repubblicani registrati, insidia Giuliani sul suo stesso terreno: cerca infatti consenso nella comunità degli esuli cubani, in quella ebraica e tra i pensionati newyorchesi trasferitisi in Florida. Romney si gioca ancora la carta dei correligionari.
Al momento i sondaggi danno esiti discordanti, per Rasmussen, Romney dovrebbe raggiungere il 25%, seguito da McCain al 20% e da Giuliani al 19. Per Survey USA, McCain sarebbe al 25%, Giuliani al 20, Romney al 19. La situazione in Florida è lo specchio dell'incertezza in casa repubblicana. Staremo a vedere come andrà. La corsa è ancora lunga.

venerdì 11 gennaio 2008

Presidenziali USA 2008: i candidati alle primarie / I REPUBBLICANI


Ha 63 anni è cattolico, avvocato, procuratore, uomo d'affari e consulente. Dal 1994 al 2001 è stato sindaco di New York, proprio nel 2001 il Times lo ha incoronato uomo dell'anno all'indomani degli attacchi dell'11 settembre. In quell'occasione Giuliani incarnò la voglia di riscatto di un'America ferita. Ha diretto il Dipartimento di polizia di New York e si è distinto per le indagini contro le aziende che avevano collegamenti con la mafia, è stato procuratore federale del distretto sud della città e ha trattato con particolare fermezza tutti i reati anche quelli minori. Da sindaco ha fatto della sicurezza e della lotta alla criminalità il proprio manifesto politico. Assieme al commissario Bill Bratton del Dipartimento di polizia applicò la cosiddetta Teorie delle finestre rotte elaborata dai criminologi Wilson e Kelling, un sistema, ai più conosciuto come Tolleranza zero, che prevede forti e capillari azioni repressive nei confronti della criminalità diffusa e che ha portato, durante il suo mandato, al crollo dei reati commessi nella Grande Mela. Nel 2000 dovette ritirarsi dalla corsa per il Senato dopo aver scoperto di essere affetto da un tumore. Conservatore liberale, non è contrario all'aborto, si dichiara favorevole al riconoscimento delle coppie di fatto comprese quelle omosessuali e alla ricerca sulle cellule staminali embrionali. Queste sue posizioni lo rendono poco popolare nella componente religiosa di destra del suo partito. Nella corsa per le presidenziali 2008 Giuliani non è ancora uscito allo scoperto. Di fatto non ha corso nelle primarie in Iowa (3,5%) e in New Hampshire è giunto quarto con il 9% dei consensi. La sua campagna elettorale inizierà il 29 gennaio con le primarie in Florida.

Ha 52 anni, è battista e uomo d'affari. Già governatore dell'Arkansas, rappresenta gli ideali della destra religiosa, antiabortista e contro il riconoscimento delle coppie di fatto, ha messo al centro della sua campagna elettorale la crisi economica e la lotta alla povertà. Da ex obeso si batte contro le cattive abitudini alimentari ed è un ambientalista moderato. La discesa in campo di Huckabee ha scompaginato i piani di Romney e del gruppo dirigente repubblicano che aveva cominciato convogliare verso l'ex governatore del Massachussets il consenso dei cristiani. Quella tra Huckabee e Romney è anche una “guerra” religiosa, infatti la Chiesa Battista, di cui Huckabee è stato per molto tempo pastore, è in lotta con la Chiesa dei mormoni, religione a cui appartiene Romney, accusata di fare proselitismo nei propri territori. La campagna elettorale povera, basata sul porta a porta e che può contare su una fitta rete di fedeli, ha portato finora ad Huckabee buoni risultati (è arrivato primo in Iowa con il 34,3% e terzo in New Hampshire con il 12%) ma non il consenso dei leader repubblicani che, è facile immaginare, osteggiaranno l'ipotesi di un presidente-pastore.

Ha 59 anni è battista, avvocato e membro della Camera dei rappresentanti eletto in California. Veterano del Vietnam e presidente della commissione Forze armate della Camera, si definisce un vero conservatore. Si è espresso a favore della pena di morte, dell'intervento in Iraq e di una politica aggressiva nei confronti dei pericoli rappresentati dall'espansione dell'atomica iraniana. Nelle consultazioni repubblicane in Wyoming è arrivato sorprendentemente terzo con l'8% dei consensi guadagnando un delegato ai caucus, gli scarsi risultati in Iowa e in New Hampshire ne fanno un candidato minore. Nonostante tutto Hunter continua la sua corsa.



Ha 57 anni è cattolico, diplomatico, autore e conduttore televisivo. E' stato candidato alle primarie repubblicane per le presidenziali nel 1996 e nel 2000 e ha cercato di essere eletto in Senato nel 1988, nel 1992 e nel 2004. Fu nominato ambasciatore per gli Stati Uniti nel Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite durante il mandato del Presidente Reagan. Appartiene alla destra tradizionalista, è a favore dell'insegnamento della religone nelle scuole, contro l'aborto e la comunità omosessuale in sé. Ha criticato duramente Giuliani e Romney per le loro aperture su queste tematiche. I risultati ottenuti finora sono irrilevanti.



Ha 71 anni, è battista, ex ufficiale dell'esercito e senatore in carica dell'Arizona. Durante la guerra in Vietnam fu catturato a seguito dell'abbattimento dell'aereo che pilotava e rimase prigioniero per 5 anni e mezzo. Questa è la seconda campagna per le primarie che McCain vive da protagonista, nel 2000 arrivò dietro George W. Bush. Conservatore moderato, si è espresso a favore della guerra in Iraq pur criticando alcuni aspetti della sua gestione. Contro l'immigrazione clandestina e l'uso della tortura, si è detto favorevole al riconoscimento dei matrimoni omosessuali. Vorrebbe che gli Stati Uniti adottassero una politica ambientale più efficace, ha difeso la riforma del finanziamento elettorale. In Iowa è giunto terzo con il 13% circa, in New Hampshire ha staccato notevolmente tutti i suoi avversari attestandosi attorno al 37%. Nell'ancora incerta partita delle primarie repubblicane McCain ha tutte le carte in regola per giocare un ruolo di primo piano.

Ha 72 anni, è battista, medico ginecologo e membro della Camera dei rappresentanti eletto in Texas. E' stato candidato alle presidenziali del 1988 per il Partito Libertario. Le posizioni di Paul si rifanno al right libertarianism, coniuga quindi posizioni liberali estreme (totale libero mercato, bassa o nulla tassazione, cancellazione di ogni assistenzialismo, globalizzazione economica) all'isolazionismo in politica estera che comporterebbe, oltre che il ritiro delle truppe statunitensi da tutti i teatri di guerra in cui sono impegnate, l'uscita degli USA da ONU, NATO e WTO. E' contro l'aborto e la pena di morte, a favore della legalizzazione delle droghe leggere e della lotta all'immigrazione clandestina. Ha raggiunto il 10% dei voti nelle primarie in Iowa, l'8% in New Hampshire. E' uno dei candidati più popolari in internet.

Ha 60 anni, è mormone e banchiere. E' stato governatore del Massachussets, roccaforte democratica, e responsabile dell'organizzazione delle Olimpiadi invernali di Salt Lake City nel 2002. Ha ricoperto il ruolo di amministratore delegato in Bain & Company. Esponente dell'ala sociale dei conservatori, è il candidato più vicino alla Casa bianca e all'establishment repubblicano. Ha molti punti in comune con la storia personale di George W. Bush e con le sue idee, in particolare a riguardo della gestione del conflitto in Iraq e della politica fiscale. Nonostante il culto mormone, a cui appartiene, suscita avversione negli evangelici, Romney ha saputo conquistarsi la fiducia e il sostegno di alcuni leader cristiani promettendo che il suo credo non avrà influenza sul suo eventuale futuro da presidente. Le performance di Romney finora sono state del tutto soddisfacenti, in Iowa e New Hampshire si è piazzato secondo rispettivamente con il 25,3 e il 32%. Nelle consultazioni repubblicane in Wyoming ha trionfato con il 67% dei consensi. Tra i repubblicani è senza dubbio in pole position per la corsa alla presidenza.

Ha 65 anni, è cristiano, avvocato, attore e lobbista. E' stato senatore del Tennessee e componente della commissione sul Watergate. Conservatore liberale, è favorevole al taglio delle imposte, antiabortista e contrario al controllo sulle armi. E' il più reaganiano di tutti e non solo per i suoi trascorsi da attore. Molti osservatori gli attribuiscono la capacità di saper parlare alla base repubblicana e di smuovere l'elettorato deluso. Ha particolare successo in rete. I risultati ottenuti finora lo hanno visto secondo in Wyoming con il 25% e terzo in Iowa a poco più del 13%. Meno lusinghiero il consenso ottenuto in New Hampshire.

giovedì 10 gennaio 2008

Presidenziali USA 2008: i candidati alle primarie / I DEMOCRATICI

Il 4 novembre di quest'anno gli Stati Uniti saranno chiamati a scegliere il loro 44° presidente. La lunga corsa verso le elezioni è partita ufficialmente con le primarie in Iowa, in New Hampshire e nel Wyoming (qui si è votato per il solo GOP). Si voterà fino a giugno per scegliere i due candidati espressione rispettivamente del Partito democratico e del Partito repubblicano. Il sistema di voto è particolarmente complesso e prevede da un lato i caucus, assemblee di partito convocate a livello di distretto per eleggere i delegati alle convention della contea che a loro volta saranno chiamati a scegliere i delegati dello stato, e dall'altra le primarie vere e proprie in cui i cittadini si esprimono sui candidati dei loro rispettivi partiti. Le primarie possono essere chiuse, se a votare sono solo coloro che risultano iscritti nelle liste del partito, aperte, se è consentito a chiunque di esprimere la propria preferenza indipendentemente dalla militanza politica, oppure semiaperte, se consentono a chiunque di votare previa iscrizione nelle liste elettorali di uno dei due partiti. Dopo le consultazioni si svolgeranno le convention, quella democratica a Denver nel Colorado dal 25 al 28 agosto, quella repubblicana a Minneapolis nel Minnesota dal 1° al 4 settembre. In quella sede i candidati usciti vincitori dalle primarie saranno ufficialmente investiti della nomination.
Le primarie già celebrate non hanno fatto mancare sorprese e hanno lasciato sul terreno le prime vittime di una corsa che si preannuncia avvincente. All'interno del Partito democratico lo scontro sembra sin da subito polarizzarsi attorno ai senatori Clinton e Obama, in campo repubblicano la partita è decisamente più aperta. E mentre girano voci sulla possibile candidatura di personaggi come il premio Nobel Al Gore e il reverendo Sharpton tra i democratici e dell'ex governatore dello Stato di New York George Pataki tra i repubblicani, prende quota la possibile discesa in campo di Mike Bloomberg, sindaco di New York, che correrebbe da indipendente e farebbe del superamento del dualismo democratici-repubblicani il fulcro della sua campagna.
In questo post e nel successivo, una piccola e incompleta guida per conoscere tutti i candidati alle primarie per le presidenziali 2008. Si parte dai democratici.


Ha 65 anni, è cattolico, avvocato e attualmente senatore del Delaware. Nel 1988 fu candidato alle primarie democratiche dichiarando di ispirarsi al modello laburista di Neil Kinnock. Nel 2004, dopo qualche ripensamento, rinunciò a correre alle primarie e ad essere il vice del candidato democratico alla presidenza John Kerry. Il 4 gennaio, dopo le consultazioni in Iowa, che gli hanno riservato un impietoso 0,93%, si è ritirato dalla competizione per le presidenziali 2008.


HILLARY RODHAM CLINTON

Ha 60 anni, è metodista, avvocato e senatore dello Stato di New York. E' stata first lady dal 1993 al 2001, è entrata in politica nel 2000. Appartiene all'area liberal moderata dei Partito democratico ed ha impostato la sua campagna elettorale su tre temi fondamentali, le pari opportunità, la revisione della strategia della guerra in Iraq e la riforma del sistema sanitario. E' decisamente la candidata da battere e, a detta di molti, la più preparata del gruppo democratico. Nonostante questo, il risultato delle consultazioni in Iowa è stato così ingeneroso con lei (è arrivata terza dietro Obama e Edwards appena sotto il 30%) da alimentare le voci sul suo ritiro. Ma è bastata una correzione nella strategia, una maggiore “umanizzazione” della sua immagine e un attacco frontale del marito Bill ai media accusati di tirare la volata ad Obama, per portare Hillary alla vittoria nelle primarie del New Hampshire nelle quali ha conquistato il 39% dei consensi staccando di 2 punti Obama dato per trionfatore nei sondaggi della vigilia. Dopo aver conquistato l'elettorato femminile Hillary punta adesso ai giovani, serbatoio di voti del senatore dell'Illinois.

Ha 63 anni, è cattolico, avvocato e senatore del Connecticut. Appartiene alla sinistra moderata ed è stato segretario del Partito democratico dal 1995 al 1997. E' contrario a qualsiasi politica di ingerenza negli affari dei Paesi dell'America Latina e ha contrastato le scelte dell'amministrazione Bush volte ad indebolire Ortega e Chavez. Si è ritirato dalla corsa per le presidenziali dopo le primarie in Iowa nelle quali ha ottenuto lo 0,02% dei voti.

Ha 54 anni, è metodista, avvocato e direttore del Centro per la povertà, il lavoro e le opportunità. E' stato senatore del North Carolina fino al 2004 anno nel quale, dopo essere giunto secondo nelle primarie democratiche, è candidato alla vicepresidenza con John Kerry. Di tendenze centriste, è molto aperto riguardo ai diritti della comunità omosessuale, è favorevole all'aborto, alla pena di morte e votò a favore dell'intervento statunitense in Iraq salvo accusare l'amministrazione Bush di non aver gestito al meglio il conflitto. Edwards in questa campagna elettorale si pone come il difensore delle classi medie e dei lavoratori, prosegue la sua lotta contro le due Americhe, quella dei ricchi e quella dei poveri, vorrebbe combattere radicalmente lo strapotere delle multinazionali statunitensi. Ha ottenuto l'appoggio di molti sindacati e finanzia la sua campagna con i soli fondi pubblici. Nelle primarie in Iowa si è piazzato al secondo posto con il 29,7%, in New Hampshire è giunto terzo con il 17% dei voti. Le concrete possibilità che possa essere il candidato democratico alla presidenza diventano sempre più flebili.

Ha 77 anni, è cristiano unitariano, è stato senatore dell'Alaska. Democratico da sempre e politico di professione, si oppose alla guerra in Vietnam e divenne paladino dei pacifisti. Per la sua campagna elettorale è riuscito a raccogliere 306 mila euro. Lui sostiene di non aver nulla da invidiare agli altri candidati democratici eccetto i soldi e giura di voler continuare la sua corsa fino alla nomination ufficiale. La stampa lo ha soprannominato mister zero per cento.


Ha 61 anni, è cattolico, politico di professione e membro della Camera dei rappresentanti eletto in Ohio. Di origine croata è stato candidato alle primarie del 2004, è ambientalista e si è espresso contro la guerra in Iraq e per il ritiro delle truppe. E' favorevole al riconoscimento delle unioni civili e alla legalizzazione delle droghe leggere, non vede pericoli nell'espansione dell'atomica iraniana. Tra i suoi più fervidi sostenitori Brian Griffin, il cane della serie televisiva a cartoni animati Family Guy. Le sue percentuali di consenso sono irrisorie.

Ha 46 anni, è cristiano, avvocato e senatore dell'Illinois. Primo candidato afroamericano alla presidenza, Obama è l'uomo della sinistra, socialdemocratico e pacifista è stato uno dei pochi parlamentari ad opporsi da subito all'intervento statunitense in Iraq. Al momento sembra l'unico in grado di battere la Clinton e ha già dimostrato di poterla mettere in seria difficoltà grazie ad un costante recupero di consensi. Nonostante molti lo considerino meno preparato della sua diretta concorrente, Obama può contare su uno straordinario appeal. La rivista Time gli ha dedicato più di una copertina soprannominandolo fresh face, faccia pulita, e la più popolare conduttrice americana , Oprah Winfrey, gli ha garantito il proprio endorsement. I suoi avversari usano contro di lui l'appartenenza di suo padre alla religione musulmana e il fatto che egli stesso abbia frequentato una madrassa islamica durante l'infanzia. Il voto giovanile gli ha dato una grossa spinta sia per la vittoria delle primarie in Iowa, nelle quali ha raggiunto il 38% dei voti, sia per il risultato del New Hampshire che lo ha visto piazzarsi secondo con il 37% a due punti dalla Clinton. Obama può farcela ma Hillary certamente non rimarrà a guardare.

Ha 60 anni, è cattolico, politico e diplomatico e governatore in carica del New Mexico. Ha avuto una lunga esperienza nel Congresso, è stato ambasciatore statunitense presso le Nazioni Unite e segretario per l'energia nel governo guidato da Bill Clinton. Proprio sui temi dell'economia e dell'energia ha incentrato la propria campagna elettorale. Richardson, unico candidato ispanico, ha deciso di ritirarsi dalla competizione dopo il deludente 4,6% raggiunto in New Hampshire. In Iowa si era fermato al 2% circa.