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martedì 2 dicembre 2008

Tutti pazzi per Facebook

Il fenomeno Facebook è in costante ascesa in tutto il mondo. Sono ormai 4 milioni gli italiani che si ritrovano sul social network del momento per sperimentarne le potenzialità e subirne i limiti. E' solo una moda o un nuovo modo di comunicare?

La spinta decisiva a parlare di Facebook sono stati il video qui sopra e questo articolo del Foglio, sempre a firma di Fulvio Abbate, che, spogliando i social network dell'aura di scintillante modernità da cui sono circondati, arriva dritto al centro della questione: l'insopprimibile, atavica, vorace esigenza di comunicare tra simili con qualsiasi mezzo a disposizione.
Negli ultimi tempi è difficile sfuggire a conversazioni che non abbiano a che fare con Facebook. Ci sono quelli più moderati che casualmente parlano di chi ci hanno incontrato, di chi gli ha chiesto l'amicizia, dei risultati degli ultimi test e gli oltranzisti per cui non avere Facebook equivale ad essere fuori dal mondo. Per Andrea Bajani la gente è tanto frettolosa e restia al dialogo nella vita reale quanto rilassata e accomodante su Facebook. Quella specie di loculo, quella tomba con la foto che guarda i passanti che, se hanno voglia, lasciano bigliettini o cambiano l'acqua ai fiori, può aprirti un mondo inaspettato, e se, come recita un video su YouTube, nella vita reale esci con i soliti quattro stronzi, su Facebook scopri di avere qualcosa come 400 amici. Il fumettista Tito Faraci tra gli effetti collaterali annovera anche un'iperstimolazione del narcisismo, un'oscura forma di compiacimento nel mettere in piazza i propri gusti e mostrare quanto si esce belli in foto.
In realtà la pervasività di Facebook è lo specchio del suo sbalorditivo successo. Il social network, che prende a modello gli annuari dei college, fondato nel 2004 dall'allora 19enne Mark Zuckerberg per rafforzare conoscenze e legami tra gli studenti di Harvard, è oggi un colosso valutato tra i quindici e i sedici miliardi di dollari, tanto gli attribuì Microsoft circa un anno fa, che guadagnerebbe in pubblicità qualcosa come 1,5 milioni di dollari a settimana. Attualmente i suoi utenti nel mondo sono oltre 120 milioni con ritmi di crescita impressionanti: secondo Alexa, dal luglio 2007 è tra i dieci siti più visitati a livello globale ed è il primo tra i social network dopo il sorpasso di MySpace avvenuto nel giugno scorso. Si calcola che le foto caricate settimanalmente siano 60 milioni e che, stando a quanto dice il portavoce della compagnia Chris Hughes, ogni singolo utente passa in media 19 minuti al giorno su Facebook. La sua ascesa in Italia ha cifre non meno impressionanti. Ad agosto 2008 il numero degli utenti è aumentato del 961% rispetto all'anno precedente, nel trimestre luglio agosto settembre l'Italia è stata prima tra i Paesi con il maggiore incremento di utenti. Attualmente gli italiani iscritti a Facebook sono oltre 4 milioni. A contribuire alla sua diffusione da noi ha giocato un ruolo primario il passaparola piuttosto che l'influenza dei media.
Gli utenti di Facebook creano profili che nella maggior parte dei casi contengono foto e liste degli interessi personali. Mediante l'uso dei propri veri nomi ricreano in rete la loro cerchia di amici allargandola a nuovi contatti, che generalmente selezionano in base agli interessi comuni, e a vecchie amicizie che si riallacciano proprio grazie all'uso del network.
C'è la possibilità di entrare a far parte di gruppi creati dagli stessi utenti dai più bizzarri a quelli che discutono di politica, lavoro, economia. Si promuovono attività comuni dentro e fuori la rete. Alla base di tutto c'è sempre l'interazione.
L'elemento innovativo di Facebook, il segreto del suo successo, è che esso si connota non tanto come un network nato per generare amicizie online (come ad esempio Badoo), bensì per essere un servizio alle amicizie che già esistono nella vita reale, che si sviluppano in un determinato territorio e che si limitano a ritrovarsi nella rete per sfruttarne le innumerevoli potenzialià. Anche l'invito rivolto ai propri utenti di rinunciare all'anonimato e di iscriversi col proprio nome, fa sì che quella di Facebook venga percepita come una comunicazione tecnologicamente mediata piuttosto che come una comunicazione virtuale.
I difetti congeniti dei social network, a cui Facebook non fa eccezione, riguardano le eccessive richieste di amicizia e le altrettanto eccessive perdite di tempo che spesso provocano il rigetto del mezzo. Ma il problema vero resta la tutela della privacy.
Le immagini e i dati personali inseriti possono essere oggetto in un uso indiscriminato e dagli effetti del tutto imprevedibili. Oltre alle raccomandazioni agli utenti, soprattutto a quelli minorenni (si veda il progetto Easy4), di inserire le proprie informazioni personali con oculatezza, c'è bisogno di regole precise. I Garanti della privacy riuniti a Strasburgo per la loro conferenza annuale hanno approvato un documento che va in questa direzione e secondo cui i provider hanno il dovere di informare i propri utenti sui rischi a cui vanno incontro pubblicando informazioni personali, di impedire usi diversi dei dati rispetto a quelli principali (ad esempio per campagne di marketing), di tenere alta la sicurezza e scongiurare i rischi di intrusione negli archivi, di rendere invisibili i profili ai motori di ricerca salvo diversa decisione degli iscritti. Da questo punto di vista Facebook è già incorso in qualche guaio, dovrà infatti fronteggiare una causa collettiva presso la Corte distrettuale di San Jose, in California, proprio per aver diffuso illecitamente dati personali.
In ogni caso, al di là degli effetti collaterali, Facebook resta il fenomeno del momento. Come per le chat, i forum, i podcast, i blog, resta da capire se anche i social network saranno solo una moda momentanea o un'altra piccola rivoluzione nel modo di comunicare o l'una e l'altra cosa insieme.

Da giovedì 4, in edicola con il Sole 24 ore, il libro dal titolo “Il Fenomeno Facebook – La più grande comunità in rete e il successo dei social network”.

lunedì 4 febbraio 2008

Dal funeral party di Florida al super tuesday

Mentre l'Italia segue la noia mortale di questa crisi di governo senza uscita che si trascina ormai da due settimane, gli Stati Uniti si apprestano a passare dal trionfo dei New York Giants nel Super Bowl all'avvincente sfida del super tuesday. Saranno oltre 20 gli Stati impegnati nelle consultazioni di domani, un appuntamento che imprimerà una svolta decisiva alla corsa verso la nomination in entrambi i partiti.
Intanto un vincitore ufficiale di questa campagna per le presidenziali 2008 c'è già ed è la rete. Non si tratta solo delle curve di Amber Lee che fa il suo sexy endorsement per Obama o delle lacrime della Clinton o di suo marito sorpreso a dormire durante una cerimonia per Martin Luther King, internet ha svolto un ruolo importante per la raccolta fondi dei candidati e offre canali di informazione completi in grado di monitorarne i programmi e di guidare gli utenti nel complesso calendario di caucus e primarie (You Tube, CNN, The Politico, ecc.). Un ruolo del tutto nuovo di sostegno e di informazione è svolto dalla blogosfera verso la quale i candidati manifestano una attenzione particolare del tutto ricambiata. Mi piace segnalare due casi, quello della 23enne Meghan McCain, che, per rilanciare l'immagine di papà John, il più anziano candidato con chance di vittoria, tiene un diario della campagna elettorale rivolto ai giovani, e quello del candidato libertario Ron Paul che spopola sul web ottenendo consensi virtuali inversamente proporzionali a quelli delle urne. Solo in Italia Paul può contare su ben due community di bloggers (Italiani per Ron Paul e Italian bloggers for Ron Paul). Mai come in questa campagna elettorale internet sta avendo e avrà importanza per la creazione del consenso.
Mi ero fermato alla vigilia delle primarie democratiche in South Carolina ma prima di dare uno sguardo ai risultati ci sono da registrare due defezioni minori (di quelle “maggiori” dirò tra poco), quella di Duncan Hunter in campo repubblicano e quella di Dennis Kucinich tra i democratici. Avevo anche parlato dei caucus del GOP in Louisiana che, in un clima di totale noncuranza da parte della stampa e di confusione nella determinazione del risultato, hanno visto McCain prevalere su Paul.
Com'era prevedibile la partita del South Carolina si è chiusa a favore di Barack Obama che con il 55,4% dei consensi ha doppiato la Clinton ferma al 26,5%, terzo come al solito Edwards che raccoglie meno del 18%. Il senatore dell'Illinois ha vinto conquistando il voto degli afroamericani, di un quarto dell'elettorato bianco, delle donne e di tutte le fasce di età fino ai 64 anni. Come se non bastasse il trionfo elettorale, all'indomani delle consultazioni in South Carolina, Obama ha incassato l'endorsement dei Kennedy.
E mentre a Columbia il senatore nero festeggiava, sul fronte repubblicano si stava per combattere la decisiva battaglia della Florida. Se già i sondaggi avevano lasciato pochi spiragli alla vittoria di Giuliani nel Sunshine State, gli appoggi del popolare governatore Charlie Crist prima, e del senatore Mel Martinez rappresentante della numerosa comunità cubana poi, in favore di McCain, hanno inferto il colpo mortale alla corsa verso la Casa bianca dell'ex sindaco di New York. E' finita con McCain al 36%, Romney al 31% e Giuliani al 15%, un solo punto sopra Huckabee che in Florida non ha praticamente fatto campagna elettorale. Arrivando primo, il senatore dell'Arizona conquista tutti i 57 delegati, l'elettorato che gli ha garantito la vittoria è formato dagli over 60, dai cubano-americani di Miami e dai militari e veterani. Si conclude così, alla prima tappa, l'avventura di Rudy Giuliani. “From Hero to Zero” titolano impietosamente tutti i giornali che si lanciano nel gioco della caccia all'errore, dalla squadra scelta per la campagna elettorale fino alla fallimentare strategia dei grandi Stati. Giuliani ha subito deciso di appoggiare McCain che dopo aver incassato gli endorsement del governatore della California Schwarzenegger e di quello del Texas Perry, in vista del super tuesday, sembra aver sbloccato la situazione di incertezza nel GOP e appare proiettato verso la conquista della nomination nonostante la sua fama di repubblicano atipico. Romney permettendo. Le quotazioni di Huckabee sono in netto ribasso, punterà ad ottenere il maggior numero di delegati negli Stati del sud.
La Florida per i democratici è stata una tappa simbolica in quanto i vertici del partito hanno deciso di non assegnare nessun delegato allo Stato come sanzione per aver anticipato la data delle primarie. La Clinton è giunta prima con il 50% seguita da Obama (33%) e da Edwards (14%). La prima sorpresa di questa consultazione è arrivata però con l'uscita di scena proprio di John Edwards che non si pronuncia su chi appoggerà lasciando sul campo un'eredità ambita dai due contendenti rimasti, la seconda sorpresa potrebbe essere la richiesta di riammissione dei delegati della Florida alla convention di Denver da parte della Clinton che, forte di un'affluenza record nello Stato, punta a far valere la propria vittoria.
L'ultima consultazione in ordine di tempo è stato il caucus repubblicano nel Maine che ha visto Romney vincere al 52% contro McCain, fermo al 21%, e Paul (18%). I 21 delegati però non sono stati immediatamente assegnati e lo saranno solo alla convention di settembre mediante regole complesse.
La partita di domani è fondamentale. Si voterà in 22 Stati per il Partito democratico con 2.075 delegati da assegnare, in 21 per quello repubblicano con 1.081 delegati. A Obama e alla Clinton serve un minimo di 2.025 delegati per aggiudicarsi matematicamente la nomination, per i candidati del GOP il numero è di 1.191.
In casa repubblicana i sondaggi (Gallup, ABC/Washington Post, Fox News) danno McCain in vantaggio su Romney con uno scarto che va dai 20 ai 28 punti percentuali quasi dappertutto. In controtendenza Rasmussen che vede invece i due candidati appaiati al 30%.
Tra i democratici stessa situazione, guida la Clinton seguita da Obama che ha tutto l'interesse a che i giochi non si chiudano domani.
Sul piano nazionale un sondaggio di Fox News vedrebbe McCain in vantaggio sia sulla Clinton (45% contro 44) sia su Obama (45% contro 43). Chissà!

sabato 26 gennaio 2008

Giornata della Memoria 2008: l'Olocausto sul web

Lo sterminio di sei milioni di ebrei durante la seconda guerra mondiale è un tema molto presente in rete. Alla vigilia della Giornata della Memoria 2008 ho pensato di dedicare un post alla selezione di alcuni siti italiani e stranieri che trattano l'argomento da più punti di vista.

L'Unione delle comunità ebraiche italiane dedica un ampio spazio al Giorno della Memoria. Nella home page campeggiano le parole di Se questo è un uomo di Primo Levi. Nella sezione Storia e Memoria è possibile reperire documenti e fonti storiche, testimonianze e riflessioni sulla Shoah. Il sito, come molti altri, dispone di un settore didattico, di uno dedicato ai link, ai libri e ai film. Qui si può trovare una breve monografia dedicata al cinema sull'Olocausto e un catalogo aggiornato in formato pdf di film italiani e stranieri dedicati all'argomento e distinti per genere. Per ogni film è riportato l'anno di produzione, la durata, il tema e il momento storico trattato oltre che una breve sinossi. Molto interessante il Calendario delle iniziative che offre tutte le informazioni sugli eventi organizzati in Italia per il Giorno della Memoria.

Ancora più ricco è il sito del Centro di documentazione ebraica contemporanea. E' disponibile in italiano con una presentazione in inglese. Nel settore Istituto e dipartimenti tutte le informazioni su come poter usufruire della biblioteca, della videoteca, dell'archivio storico, dell'archivio del pregiudizio e del settore didattico della Fondazione. La sezione Risorse e Strumenti offre saggi, ricerche, pagine tematiche, documenti, bibliografie e sitografie. Di paricolare interesse la parte dedicata alla Shoah in Italia e quella delle mostre on-line. Il sito del Centro è collegato al Portale dell'antisemitismo che riunisce informazioni, articoli, studi e pubblicazioni sulla dimensione dell'antisemitismo in Italia e in Europa oggi.

Il sito dell'Associazione Olokaustos, nata a Venezia nel 2002, ha come argomento la storia dell'Olocausto dal 1933 al 1945. La home page mette in evidenza gli aggiornamenti del sito, le novità editoriali, le iniziative dedicate alla Memoria in Italia e nel mondo. La consultazione è possibile attraverso cinque percorsi principali: schede biografiche, percorso geografico, percorso per argomenti, resistenza ebraica e documenti. Ai percorsi si aggiunge un settore dedicato alla presentazione di alcuni saggi e uno dedicato ai musei e ai luoghi della Memoria. Molto ricca la sitografia e la bibliografia che comprende anche pubblicazioni della stessa associazione. Da segnalare la rivista quadrimestrale Quaderni di Olokaustos di cui è possibile leggere alcuni estratti in rete.

Storia XXI secolo, il portale dei siti di storia italiana, a cura del Centro studi della Resistenza dell'Anpi di Roma, dedica un vasto spazio alla deportazione ricco di spunti e di contenuti. Vi sono sezioni dedicate ai campi di concentramento italiani, a coloro che salvarono molte vite umane e non mancano schede di approfondimento sulle diverse categorie di vittime della deportazione. Per una visione d'insieme di quello che fu l'Olocausto in Italia si possono consultare le fonti storiche, e la sezione Storia dell'Olocausto nella sua interezza.

L'Istituto storico di Modena tratta delle persecuzioni contro gli ebrei modenesi ma offre anche importanti documenti a carattere generale. Nel sito infatti è possibile reperire il testo dei provvedimenti per la difesa della razza italiana, quello dei provvedimenti sulla scuola durante il periodo delle leggi razziali, il manifesto degli scienziati razzisti, la disciplina dell'esercizio delle professioni da parte dei cittadini di razza ebraica, il testo dei provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri. Un utile compendio di fonti per capire come e in che cosa cambiò l'Italia dopo il 1938.

Tra i siti italiani è da segnalare infine il sito della trasmissione di Rai Educational, Testimonianze dal lager di Renzo Salvi. Il programma ripercorre la storia di cinquanta sopravvissuti alla deportazione, arrestati per diversi motivi, politici o razziali. E' possibile rivedere tutte le puntate in rete. Inoltre il sito offre un glossario, un atlante dell'Olocausto, una sezione didattica e vario materiale per l'approfondimento.

La rassegna dei siti stranieri inizia con quella che non esito a definire un'autentica miniera di informazioni sulla storia della Shoah. E' un punto di riferimento per studenti, insegnanti e ricercatori ma anche per i sopravvissuti all'eccidio e i loro familiari. Sto parlando del sito del United States Holocaust memorial museum di Washington. Disponibile in inglese, francese, spagnolo e arabo, offre, oltre alle informazioni legate alla vita e alle attività del museo, una sezione storica, che comprende un'enciclopedia dell'Olocausto, un atlante e mostre on-line, un vasto spazio dedicato alla didattica e alla ricerca (particolarmente interessante è l'Holocaust learning center, una risorsa organizzata per parole chiave), un settore completamente dedicato alle storie dei sopravvissuti e al ricordo. Il USHmm si batte contro i genocidi nel mondo.

Sempre nell'ambito dei siti appartenenti ad organizzazioni museali è da segnalare quello del Museo dell'Olocausto – Yad Vashem di Gerusalemme (The Holocaust Martyrs' and Heroes' Remembrance Authority). E' consultabile in inglese, arabo e russo con sezioni in francese, tedesco, ungherese e romeno. Il sito contiene tutte le informazioni relative al museo e la possibilità di visitarlo virtualmente, molto vasta la sezione dedicata al Ricordo e ai Giusti tra le nazioni, è disponibile on-line il database dei nomi delle vittime della Shoah. Sono presenti inoltre uno spazio che contiene informazioni sulle pubblicazioni del museo e un settore dedicato alla didattica (Teach – Learn – Explore) che ha un link in italiano per conoscere le attività e gli strumenti messi a disposizione dalla Scuola internazionale per gli studi della Shoah del museo Yad Vashem.

Il sito del Simon Wiesenthal Center è dedicato alle attività svolte dal centro che prosegue l'opera di Wiesenthal e che custodisce le testimonianze dei successi della sua vita dedicata ad assicurare alla giustizia i responsabili dei crimini nazisti. Esso contiene un collegamento al Museo della Tolleranza, nella sezione Explore and Learn sono disponibili informazioni sull'Olocausto e sulla storia di Wiesenthal, materiale didattico e un vasto spazio dedicato all'Istituto di documentazione di Israele.

A teacher's guide to holocaust e Holocaust teacher resource center sono due siti didattici sul tema dell'Olocausto. Sono entrambi in inglese. Il primo ha uno sviluppo lineare e una grande semplicità di consultazione, è indirizzato alle attività di insegnamento per studenti dalla scuola elementare fino alla high school/scuola superiore. Ricchissima l'offerta: linee del tempo che non solo mettono in evidenza gli eventi più importanti legati alla Shoah fino al 1945, ma che danno conto dei fatti più salienti legati alla caccia ai nazisti, e alle storie dei sopravvissuti, spazi che si occupano dei protagonisti della storia della persecuzione degli Ebrei (vittime, carnefici, resistenti, liberatori ecc.), sezioni dedicate alle arti, alla musica e alla letteratura durante la seconda guerra mondiale e segnatamente durante il periodo della deportazione, diversi e numerosi i supporti didattici distinti per grado di istruzione ed età.
Holocaust teacher resource si rivolge ad una platea più vasta che va addirittura dai bambini delle scuole materne fino agli universitari. E' un sito sponsorizzato dalla Holocaust education Foundation e offre lezioni, monografie e materiale per l'approfondimento. Importante la panoramica su conferenze, seminari ed eventi nonché il forte messaggio di attualizzazione della lotta alle discriminazioni e ai genocidi nel mondo.

Chiudo con il network in lingua inglese About.com che offre, nel settore dedicato alla storia del '900, un'ampia panoramica sull'Olocausto. Funziona un po' come un motore di ricerca, mediante delle parole chiave, si possono approfondire temi specifici.

lunedì 21 gennaio 2008

E' suonato il de profundis per Italia.it. Forse.

ERRORE! Non è stato possibile connettersi al server remoto. L'indirizzo http://www.italia.it/ cui si è tentato di accedere, non è al momento disponibile. Assicurarsi che l'URL sia stato digitato correttamente, punteggiatura inclusa, e provare a ricaricare la pagina. Sì, l'url l'ho digitata correttamente, punteggiatura inclusa, ma la pagina non si carica. Non si caricherà mai più.
E' stata scritta così la parola FINE sull'ingloriosa avventura del portale Italia.it. Nel silenzio generale alle ore 8.30 di venerdì scorso, malinconicamente, è scomparso dal web il cetriolo verde (potete vederlo qui accanto e devotamente ricordarlo) vessillo del turismo italiano che Prodi in persona definì punto grafico in grado di riprodurre, e accompagnarsi, al segno dell'Italia e per il quale tutti gli italiani, come un sol uomo, furono onorati di spendere 100 mila euro.
E se per tenerlo a battesimo il ministro per i beni e le attività culturali Rutelli sfoderò nientemeno che il suo scintillante inglese, al suo funerale sono stati in pochi ad andarci più per dovere che per rispetto.
La notizia ufficiale della chiusura di Italia.it è arrivata solo questa mattina, a darla il capo dipartimento per l'Innovazione tecnologica, Ciro Esposito. Silenzio dalle istituzioni.
Per riassumere i termini dell'incredibile vicenda del portale, riporto di seguito un brano del post Carrozzoni che ho pubblicato all'inizio dello scorso novembre

Italia.it: quanto costa un fallimento

Italia.it è il portale nazionale del turismo nato per promuovere sul web il patrimonio culturale, ambientale, agroalimentare ed enogastronomico del nostro Paese. Quanti soldi ci siano voluti per realizzarlo è in realtà un mistero, sono comunque tanti…tantissimi, soprattutto se si considera che stiamo parlando di un sito internet. Le fonti più attendibili (Il Sole 24 ore) dicono che a fronte di uno stanziamento di complessivi 58 milioni di euro ne sarebbero stati finora effettivamente investiti 35,9: 21 milioni per i contenuti regionali, 4 per quelli nazionali, 7,8 per la piattaforma tecnologica, la parte restante per la chiusura del “cantiere” e la promozione. Il solo logo (la scritta “Italia” in cima al sito, il cetriolo verde per intenderci) è costata 100 mila euro.
Con questo fiume di denaro impiegato uno si aspetta che Italia.it sia il sito migliore e il più visitato dell’universo. Purtroppo non è così. Anzi. Dopo un inizio tormentato (una gestazione lunghissima, due presentazioni ufficiali e persino una commissione d’indagine del ministro Nicolais) Italia.it è stato stroncato dalla rete. Tralasciando che l’era dei portali si è conclusa alla fine degli anni ’90, italia.it si riduce ad essere un insieme di semplici informazioni, reperibili attraverso i motori di ricerca, per di più molto spesso infarcite di autentici strafalcioni (
faticosamente recuperati). Non è finita, dal punto di vista tecnico ci sono una serie di problemi soprattutto riguardanti la compatibilità e l’accessibilità ai soggetti disabili (problema, quest'ultimo, risolto...alla vigilia della chiusura). Alexa.com considera il portale del turismo italiano un sito dal traffico scarsissimo.
Dicevo che l’ammontare esatto del denaro speso per Italia.it rimane un mistero perché il governo si è rifiutato di fornire la documentazione relativa all’intero progetto a seguito della richiesta avanzata da Scandalo italiano (sito che conduce un costante e minuzioso monitoraggio su tutte le tare di Italia.it) e sottoscritta da 1500 persone, che si sono fatte interpreti della montante indignazione nei confronti dell’intera vicenda.
E’ notizia degli ultimi giorni (
18 ottobre 2007) la dichiarazione del ministro Rutelli durante un incontro del Comitato nazionale per il turismo: "Facciano qualcosa, altrimenti è meglio lasciar perdere". Il portale più costoso ed inefficiente del mondo sembra così avviato malinconicamente alla chiusura definitiva, tanto più che la sua piattaforma tecnologica appare ormai superata e le regioni non la considerano più all’altezza della propaganda del turismo locale.
La storia di Italia.it è l’ulteriore prova (si veda il caso del ddl Levi) della profonda ignoranza con la quale la politica si rapporta alla rete e alle sue esigenze. Ma questo è il meno peggio, il mastodontico spreco di denaro pubblico è una vergogna che si commenta da sola come da sola si commenta la volontà da parte del governo di insabbiare il caso negando l’accesso alla documentazione che spiega come si sia potuto spendere tanto per un sito internet.
Paolo Valdemarin, fondatore della società di sviluppo web, Evectors, uno che si intende di cose della rete, in una intervista a La Stampa.it dichiara che avrebbe speso un quinto della cifra impiegata dal governo per creare uno strumento wiki, aperto alla collaborazione dei singoli, collegato a Wikipedia, nella quale sarebbero confluite tutte le informazioni circa le principali attrazioni culturali italiane. Insomma uno strumento moderno, funzionale, utile e soprattutto immensamente meno costoso.

Esposito, dando la notizia della chiusura ufficiale di Italia.it, non demorde. Tenta dapprima di minimizzare l'entità dei fondi effettivamente investiti parlando di “soli” 7 milioni, poi rilancia annunciando che il progetto è solo momentaneamente sospeso, ci sono tutte le risorse per riprendere il lavoro, bisognerà vedere però con quali regole e quale gestore. E mentre si sente distintamente puzza di altri possibili sprechi, le regioni, nella persona di Margherita Bozzano, assessore al turismo della Regione Liguria e responsabile del portale per le regioni in Italia.it, battono cassa richiedendo i 21 milioni di euro che, pur avendo approvato i progetti, non hanno mai ricevuto. La parola FINE che davo per scontato fosse stata scritta su questa storia pare sarà, di qui a poco, cancellata.
In un post di dicembre, Scandalo Italiano pone l'attenzione su un parere dell'Avvocatura dello Stato che attribuisce il fallimento di Italia.it alle condizioni troppo generiche del capitolato d'appalto e al mancato coordinamento tra appaltante e fornitore (Innovazione Italia Spa, RTI, IBM). Il parere dell'Avvocatura dello Stato può essere alla base di un esposto alla Corte dei Conti affinché avvii un'azione di recupero del danno subito dall'Erario. Anche il Codacons, buono ultimo, pensa di percorrere la stessa strada.
Il silenzio di Rutelli e Nicolais si è nel frattempo fatto assordante e a noi non resta che aspettare il sempre più probabile sequel di questa ennesima vergogna italiana.

venerdì 2 novembre 2007

Carrozzoni

Quando il ministro dell’economia Padoa Schioppa dice che pagare le tasse è bellissimo dimentica che sovente i soldi dei contribuenti finiscono per essere letteralmente buttati dalla finestra o peggio nelle tasche di uno sparuto quanto fortunato gruppo di persone. I tre esempi qui di seguito sono l’emblema di uno scandaloso sistema di sprechi e di cattivo impiego delle risorse pubbliche.

Che cinema!

L’inchiesta di Gabriella Mecucci apparsa su L’Occidentale ha messo in risalto il perverso rapporto che lega l’industria del cinema allo Stato. Dal 1965 il cinema italiano ha ricevuto sovvenzioni pubbliche, questi finanziamenti però andavano restituiti fino a quando, nel 1994, un provvedimento del governo Ciampi dispose che diventassero a fondo perduto. L’accesso ai fondi divenne ancora più facile quando Walter Veltroni fu nominato vicepresidente del Consiglio e ministro dei beni e delle attività culturali con competenza diretta sullo spettacolo.
Da allora, se si esclude la contestatissima attività del ministro Urbani che tentò di arginare gli effetti di questo modo di operare, una cifra tra il 70 e il 90% della sovvenzione non rientra più nelle casse pubbliche. Dal 1994 ad oggi lo Stato ha erogato 730 milioni di euro. A fronte di questo massiccio impiego di risorse l’incasso delle produzioni italiane all’estero oscilla tra lo 0,3 e l’1% del totale mentre in patria il consumo è sceso sotto la media europea.
Le commissioni che decidono sulla distribuzione dei fondi concedono denaro in maniera del tutto disinvolta spesso erogando finanziamenti milionari a film che, quando riescono ad arrivare nelle sale, non vanno al di là di un incasso di poche migliaia di euro.
Nonostante tutto ciò registi e produttori si lamentano della mancanza di fondi e a queste lamentele il potere politico risponde con proposte di legge tese ad introdurre aggravi fiscali per i soggetti che trasmettono film, emittenti televisive innanzitutto. Questo raggiungerebbe uno scopo paradossale, lo Stato finanzierebbe film che nessuno vede nelle sale e che nessuna emittente sarebbe interessato a comprare. In molti Paesi europei il tax shelter, un sistema che al contrario prevede defiscalizzazioni e incentivi al reinvestimento degli utili, ha rilanciato il mercato cinematografico senza l’introduzione di misure vessatorie tese a finanzialre nient’altro che lo spreco.
Ma il foraggiamento pubblico al cinema non finisce qui. Dino Risi dice che in Italia ci sono più rassegne che film e non ha tutti i torti, se ne contano più di 250 tra feste e festival del cinema che lo Stato finanzia per 2 milioni di euro ai quali vanno aggiunti i fondi stanziati dalle regioni e dagli altri enti locali.
La Festa del cinema di Roma di quest’anno è costata 15 milioni di euro tra sovvenzioni pubbliche e private. Una mole incredibile di denaro e di potere tutta rivolta a veicolare consenso in cui il cinema è solo una comparsa se si considera che le premiere presentate quest’anno non erano tali perché erano le stesse del Festival di Toronto. Inoltre i film premiati alla Festa del 2006 non hanno avuto grande fortuna soprattutto se confrontati con i risultati conseguiti dai film premiati a Venezia.
Che si tratti di finanziamenti all’industria della cinematografia o alle rassegne, il cinema diventa un grande strumento di propaganda e non importa se vengono buttati milioni che potrebbero essere usati per cose ben più serie, l’importante è vendere sogni e ricavarne voti.

Italia.it: quanto costa un fallimento

Italia.it è il portale nazionale del turismo nato per promuovere sul web il patrimonio culturale, ambientale, agroalimentare ed enogastronomico del nostro Paese. Quanti soldi ci siano voluti per realizzarlo è in realtà un mistero, sono comunque tanti…tantissimi, soprattutto se si considera che stiamo parlando di un sito internet. Le fonti più attendibili (Il Sole 24 ore) dicono che a fronte di uno stanziamento di complessivi 58 milioni di euro ne sarebbero stati finora effettivamente investiti 35,9: 21 milioni per i contenuti regionali, 4 per quelli nazionali, 7,8 per la piattaforma tecnologica, la parte restante per la chiusura del “cantiere” e la promozione. Il solo logo (la scritta “Italia” in cima al sito) è costata 100 mila euro.
Con questo fiume di denaro impiegato uno si aspetta che Italia.it sia il sito migliore e il più visitato dell’universo. Purtroppo non è così. Anzi. Dopo un inizio tormentato (una gestazione lunghissima, due presentazioni ufficiali e persino una commissione d’indagine del ministro Nicolais) Italia.it è stato stroncato dalla rete. Tralasciando che l’era dei portali si è conclusa alla fine degli anni ’90, italia.it si riduce ad essere un insieme di semplici informazioni, reperibili attraverso i motori di ricerca, per di più molto spesso infarcite di autentici strafalcioni. Non è finita, dal punto di vista tecnico ci sono una serie di problemi soprattutto riguardanti la compatibilità e l’accessibilità ai soggetti disabili. Alexa.com considera il portale del turismo italiano un sito dal traffico scarsissimo.
Dicevo che l’ammontare esatto del denaro speso per Italia.it rimane un mistero perché il governo si è rifiutato di fornire la documentazione relativa all’intero progetto a seguito della richiesta avanzata da Scandaloitaliano (sito che conduce un costante e minuzioso monitoraggio su tutte le tare di Italia.it) e sottoscritta da 1500 persone, che si sono fatte interpreti della montante indignazione nei confronti dell’intera vicenda.
E’ notizia degli ultimi giorni la dichiarazione del ministro Rutelli durante un incontro del Comitato nazionale per il turismo: "Facciano qualcosa, altrimenti è meglio lasciar perdere". Il portale più costoso ed inefficiente del mondo sembra così avviato malinconicamente alla chiusura definitiva tanto più che la sua piattaforma tecnologica appare ormai superata e le regioni non la considerano più all’altezza della propaganda del turismo locale.
La storia di Italia.it è l’ulteriore prova (si veda il caso del ddl Levi) della profonda ignoranza con la quale la politica si rapporta alla rete e alle sue esigenze. Ma questo è il meno peggio, il mastodontico spreco di denaro pubblico è una vergogna e si commenta da solo come da sola si commenta la volontà da parte del governo di insabbiare il caso negando l’accesso alla documentazione che spiega come si sia potuto spendere tanto per un sito internet.
Paolo Valdemarin, fondatore della società di sviluppo web, Evectors, uno che si intende di cose della rete, in una intervista a la stampa.it dichiara che avrebbe speso un quinto della cifra impiegata dal governo per creare uno strumento wiki, aperto alla collaborazione dei singoli, collegato a Wikipedia, nella quale sarebbero confluite tutte le informazioni circa le principali attrazioni culturali italiane. Insomma uno strumento moderno, funzionale, utile e soprattutto immensamente meno costoso.

SprecheRAI

La scorsa settimana Il Giornale ha pubblicato un’inchiesta di Fabrizio De Feo su RaiUtile, Rainews24 e Rai International. Le sorprese non sono mancate. RaiUtile, il canale di servizio in onda sul satellite, sul digitale terrestre e sul web ha registrato a settembre un ascolto medio giornaliero di 737 unità per uno share dello 0,00% a fronte di un costo di 4 milioni di euro ed un organico di 40 persone, De Feo ricorda inoltre che RaiUtile rappresenta un esperimento per la trasmissione sul digitale terrestre per finanziare il quale è stato disposto uno specifico aumento del canone...
Le cose vanno peggio se si prende in considerazione Rainews24 la rete all news della Rai nata nel 1999. Se qui gli ascolti medi giornalieri raggiungono le 3 mila unità per uno share dello 0,03%, il costo dell’intera baracca è di 35 milioni di euro con un organico di più di 100 giornalisti. SkyTg24 raggiunge un numero di contatti quotidiani dieci volte superiore.
Mentre i fondi per Rainews24, nonostante i risultati tutt’altro che lusinghieri, restano intatti, il nuovo piano industriale prevede una sottrazione di risorse per Rainet, la società che si occupa dei siti web del gruppo. Rainet a fronte di una attribuzione di 6 milioni di euro ha fatto registrare un record di oltre 84 milioni di pagine viste a settembre e 4,6 milioni di utenti registrati. Un potenziale inestimabile, soprattutto in previsione del potenziamento dell’area news sul web, di cui l’azienda sembra non accorgersi.
L’ultimo atto dell’inchiesta de Il Giornale si è occupato di Rai International definita da De Feo una rete di soli capi dato che su 63 giornalisti che vi lavorano, 22 hanno la nomina di caposervizio con il dispendio, in termini di emolumenti, che questo comprensibilmente comporta e nonostante la riduzione del bilancio passato da 38 a 27 milioni di euro. Ma questo è solo l’esempio più eclatante degli sprechi che Rai International (e ahimè in generale la Rai) promuove nella sua quotidiana gestione.

venerdì 26 ottobre 2007

Ddl Levi: quella marcia indietro che fa riflettere

«La legge intende regolare il mercato dell’editoria e dunque si rivolge ai soli operatori del mercato, tutti quelli che professionalmente producono giornali, riviste, libri e dunque esclude, per definizione, i blog o i siti individuali. Il senso della legge, per quanto riguarda Internet, è quello di estendere ai giornali pubblicati sulla rete le regole per i giornali pubblicati sulla carta stampata. I blogger possono stare non tra due ma tra dieci guanciali».
Così il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Ricardo Franco Levi in una intervista al Corriere della sera prima di presentarsi, mercoledì scorso, davanti alla Commissione Cultura della Camera e proporre un comma aggiuntivo all’articolo 7 del suo ddl di riforma del mercato dell’editoria. Il comma recita così “sono esclusi dall’obbligo di iscrizione al ROC i soggetti che accedono o operano su Internet per prodotti o siti ad uso personale e non ad uso collettivo che non costituiscano organizzazione imprenditoriale del lavoro”.
Dunque sembrerebbe risolta la vertenza tra il sottosegretario venuto dall’Uruguay e i blogger. Sembrerebbe.
Vediamo com’è iniziata la vicenda. Il 3 agosto il Sottosegretario Levi ha presentato all’attenzione del Governo un progetto di legge sulla riforma del mercato dell’editoria varato poi dal Consiglio dei ministri il 12 ottobre scorso. Il ddl nasconde pericolose reticenze e ambiguità. L’articolo 5 prevede che sia considerata “attività editoriale” la “realizzazione e distribuzione di prodotti editoriali anche in forma non imprenditoriale per finalità non lucrative” secondo l’articolo 2 è prodotto editoriale "qualsiasi prodotto contraddistinto da finalità di informazione, di formazione, di divulgazione, di intrattenimento, che sia destinato alla pubblicazione, quali che siano la forma nella quale esso è realizzato e il mezzo con il quale esso viene diffuso”, una definizione così formulata consente di considerare prodotti editoriali anche i blog o i siti personali. L’articolo 7 stabilisce poi che vi sia l’obbligo dell’iscrizione al Registro degli operatori della comunicazione (ROC) presso l’Autorità Garante, dei soggetti che svolgono attività editoriale su internet, il che comporterebbe non solo il pagamento di un bollo per i certificati necessari all’iscrizione, ma anche l’applicazione delle norme sui reati a mezzo stampa a tutti i cosiddetti prodotti editoriali.
Tanto è bastato per scatenare le ire dell’intera blogosfera italiana. Hanno iniziato Valentino Spataro su civile.it e Paolo De Andreis su Punto informatico che ha definito il ddl «un errore macroscopico, frutto di ostinata ignoranza», la grancassa l’ha suonata poi il solito Beppe Grillo che, con i toni apocalittici che gli sono propri, ha detto che il ddl Levi segnava la fine della rete in Italia. Mario Adinolfi, blogger, già candidato alla segreteria del Partito Democratico, ha chiesto l’abrogazione dell’articolo 7 e sostanziali emendamenti per gli articoli 2 e 5. Non è mancato chi ha accostato grossolanamente l’Italia alla Cina o alla Birmania, è scattata una petizione che ha raccolto migliaia di firme, la vicenda ha avuto eco anche sulla stampa internazionale. Mentre accadeva tutto questo Levi ha fatto una prima parziale marcia indietro ammettendo che la definizione di prodotto editoriale era ambigua e che doveva essere affidata alla Autorità Garante che però, nella persona di Nicola D’Angelo, commissario dell’Autorità TLC cui fa capo il ROC, lapidario ha affermato «Attenti o finirà che i blog si faranno dall'estero».
A questo punto sono entrati in gioco politici e ministri. Di Pietro ha detto che non avrebbe votato il ddl così com’è cascasse il governo, dichiarazioni simili da Rifondazione comunista, Rosa nel pugno, Verdi. Il ministro delle comunicazioni Gentiloni ha affermato che il testo del ddl è vago e apre a interpretazioni estensive. Il percorso è questo quindi, si approva un progetto di legge sulla riforma dell’editoria di soli 32 articoli, una ventina di pagine in tutto, leggendolo distrattamente, nella migliore delle ipotesi, salvo poi criticarlo dopo l’approvazione. Non fa una piega, soprattutto se a farlo è anche il ministro delle Comunicazioni competente in materia…
Quella del ddl Levi, così come licenziato dal Consiglio dei ministri, è una storia di ordinaria sciatteria politica nella quale un provvedimento, scritto male e letto peggio ci mette di fronte, oltre che a un discutibile modo di operare, anche all’incompetenza con cui la politica si rapporta alla rete, alle sue dinamiche e a chi vi opera.
L’emergenza è tutt’altro che passata e bisogna continuare a vigilare. Il comma aggiuntivo all’articolo 7 da solo non basta, deve essere accompagnato da ulteriori integrazioni in relazione alla definizione di attività e prodotto editoriale. L’obbligo di iscrizione al ROC deve essere limitato alle sole imprese editoriali in particolare a quelle che accedono alle provvidenze pubbliche, inoltre bisogna chiarire se ad esempio la presenza di annunci pubblicitari sul proprio sito personale ricada nella definizione di organizzazione imprenditoriale del lavoro.
La materia è delicata e complessa soprattutto perché è in gioco la libertà di espressione dei singoli e per questo non può essere lasciata all’improvvisazione. L’idea di una carta costituente per la rete, proposta dall’Internet Governance del professor Stefano Rodotà, che recepisca i principi già emanati a livello europeo, può essere una ottima occasione per introdurre qualche elemento di chiarezza. Nel frattempo non ci resta che tenere gli occhi ben aperti sull’iter parlamentare che il ddl Levi ha appena iniziato.

lunedì 10 settembre 2007

Il cyberbavaglio

Prendiamo ad esempio il caso della Cina. Negli ultimi anni internet ha concesso ai cittadini cinesi inaspettati spazi di libertà di espressione e di dissenso nei confronti del regime a cui esso ha risposto con particolare fermezza.
Shi Tao è un giornalista condannato a dieci anni di carcere per aver diffuso attraverso Internet una circolare dell’ Ufficio per la propaganda del Partito comunista, con la quale si ordinava ai giornalisti di non affrontare alcuni argomenti «scomodi». Yahoo! È responsabile di aver informato il governo di Pechino dell’accaduto.
Pochi giorni fa l’organizzazione non governativa Reporters sans Frontieres ha lanciato l’allarme per una nuova ondata di repressione e di censura dopo l’approvazione del cosiddetto "Codice di condotta", elaborato dalla Internet Society of China (ISC), un organismo semiufficiale vicino al Partito Comunista Cinese, che impegna a non diffondere notizie false o illegali e a promuovere l’uso del vero nome da parte dei blogger. L’accordo, che coinvolge Microsoft e Yahoo!, segna una seria restrizione alla libertà della blogosfera cinese. In concomitanza con l’emissione del codice, 60 persone sono state arrestate nel nord-est della Cina proprio con l'accusa di aver diffuso notizie false usando internet o gli sms. Tutto ciò per non turbare il “clima armonioso” che deve circondare la celebrazione del 17° congresso del Partito comunista che dovrebbe tenersi in ottobre.
Sono sempre notizie recenti il divieto dell’apertura di nuovi internet cafè e il possibile oscuramento di Flickr.com, il popolare sito di foto-sharing di Yahoo!, dopo la diffusione di alcune immagini dei massacri di piazza Tiananmen.
La Cina ha lanciato un vero e proprio modello di repressione che si basa sulla collaborazione tra governi e corporation informatiche. Ad essere sul banco d’accusa, oltre a Yahoo! e Microsoft sono anche Sun Microsystems, Nortel Networks, Cisco Systems e Google che, senza molta considerazione della loro mission di potenziamento della conoscenza e della libertà di espressione di cui fanno vanto in Occidente e trincerandosi dietro il rispetto delle leggi locali e la sicurezza dei dipendenti, non hanno perso l’occasione di fare ottimi affari con il controllo delle attività svolte su Internet e con la delazione.
Cinque anni fa erano solo quelli di un ristretto numero di paesi, ora alcune dozzine, i governi che ricorrono al cyberbavaglio. Secondo Open Net Initiative (un’organizzazione anglo-canadese nata per studiare le forme di controllo, analizzare i flitri utilizzati e i sistemi di monitoraggio delle informazioni che viaggiano in rete) dall’India al Marocco, dallo Yemen alla Corea del Sud, dall’Etiopia al Vietnam, dall’Iran alle Maldive fino Cuba, sono almeno 25 gli stati che applicano raffinati sistemi di filtraggio. I software, nella maggior parte dei casi, vengono prodotti negli Stati Uniti e poi rivenduti agli organismi governativi. Il copione è lo stesso visto in Cina: utenti di internet arrestati, internet café chiusi, siti oscurati, blog cancellati, monitoraggio ossessivo delle chat, restrizioni all’accesso ai motori di ricerca o a Wikipedia, notizie dall’estero censurate. Nel mirino non ci sono solo i contenuti, ma anche gli applicativi che permettono la condivisione di risorse (di recente in Thailandia sono stati bloccati Skype e YouTube).
Le associazioni per i diritti umani di fronte alla diffusione di strumenti repressivi di questo tipo non si sono limitate alla denuncia ma hanno attivato una serie di mezzi volti ad aggirare, per quanto possibile, i divieti e le imposizioni dei governi utilizzando l’aspetto di mutua collaborazione, filosofia di base della rete: manuali di sopravvivenza per blogger, software alternativi (come FlickrAccess, un’estensione per Firefox che consente di aggirare i filtri in Iran e Cina), librerie on-line (come la coraggiosa Kotobarabia, prima libreria mediorientale on-line a diffondere letteratura proibita).
E poi c’è Irrepressible.info, la campagna lanciata da Amnesty International che invita chiunque possieda un blog o un sito web a ripubblicare frammenti di materiale censurato mediante un badge che avverte: “Qualcuno non vorrebbe vedere pubblicato questo…”. Amnesty invita anche a firmare l’appello sul sito www.irrepressible.info per sollecitare tutti i governi e le aziende a rispettare la libertà su internet.
Amnesty International con irrepressible.info vuole difendere la libertà di espressione e di informazione sulla rete in sé ma anche porre l’accento sul fatto che la rete è uno straordinario mezzo per la diffusione delle informazioni sui diritti umani violati. Mettere il silenziatore alla rete non significa solo calpestare la libertà di informazione ed espressione ma anche ridurre drasticamente la possibilità che il mondo conosca qual è il livello di violazione dei diritti umani in alcuni Paesi.
Sicuramente questo non potrà impedire ai governi antidemocratici di continuare a controllare i propri cittadini, di vietare loro l’accesso alle informazioni, di cancellarne gli scritti, di arrestarli ma almeno le loro parole scomode potranno continuare a circolare e si potrà, attraverso le firme, dimostrare che il mondo di internet è a conoscenza del problema e si mobilita.
365 Aderisce alla campagna irrepressible.info.