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mercoledì 24 ottobre 2007

La mistica del precariato è superata

Non è un bel periodo per la sinistra di lotta e di governo e, nell’attesa di vederla tornare il prima possibile ad occuparsi solo di lotta lasciando il governo ad altri, proviamo a capire quali pensieri la agitano. Quella di sabato scorso a piazza San Giovanni è stata la manifestazione di una minoranza sonoramente sconfitta al referendum sul protocollo sul welfare, il cui risultato ha visto prevalere i sì all’82% confermando così non solo la timida quanto costosa marcia indietro del governo Prodi rispetto alla riforma delle pensioni voluta da Maroni, ma soprattutto l’impianto della odiatissima legge 30/03 (legge Biagi).
In realtà il vero obiettivo della manifestazione non era la protesta contro la legge Biagi, il protocollo sul welfare o il governo bensì quello di rifarsi il trucco e mettere in bella mostra i clichè di un’immagine appannata in attesa dell’appuntamento elettorale che anche nella sinistra massimalista sanno imminente.
Sempre sabato a Roma, presso Teatro Capranica si è svolto il convegno promosso dal Comitato per la difesa e l’attuazione della legge Biagi che si poneva come contraltare alla manifestazione. Al centro del dibattito l’importanza delle leggi Treu e Biagi, l’esigenza della loro piena applicazione e le riforme di cui necessita il diritto del lavoro. Erano presenti esponenti politici di entrambi gli schieramenti, rappresentanti di Confindustria, Confcommercio e Confcooperative, i leader sindacali di Cisl e Uil, Bonanni e Angeletti, il giuslavorista Pietro Ichino.
L’incontro si è aperto nel ricordo di Marco Biagi e della sua opera troppo spesso vilipesa e dileggiata, si pensi alle vergognose uscite del deputato Caruso o da ultimo al libro di Beppe Grillo, Schiavi moderni, assurdamente elogiato dalla Presidenza della Repubblica, che pescando nel qualunquismo descrive la legge Biagi come l’origine stessa del precariato.
In realtà la legge 30, naturale sviluppo del pacchetto Treu del 1997 che liberalizzò il mercato del lavoro abolendo il monopolio statale del collocamento e introducendo le agenzie per la fornitura del lavoro temporaneo, si è limitata ad introdurre la regolamentazione della flessibilità che sempre più spesso è precondizione per un’assunzione a tempo indeterminato.
Daniele Capezzone, Presidente della commissione attività produttive della Camera, ha ricordato come dei 2,6 milioni di nuovi contratti prodotti dalla legge Biagi ben 1,8 milioni sono oggi a tempo indeterminato, va notato inoltre, che la quota dei contratti di lavoro a termine dal 2000 al 2006 non ha avuto un aumento apprezzabile. Questo significa che le regole introdotte hanno permesso a molte persone senza lavoro o che lavoravano in nero di avere un contratto regolare.
Un altro luogo comune che va smentito riguarda i rapporti di collaborazione autonoma continuativa che, riconosciuti dalla legge italiana fin dal 1959, dopo l’introduzione della legge Biagi sono tutt’altro che aumentati stante la disciplina restrittiva prevista.
La legge Treu e la legge Biagi hanno prodotto risultati considerevoli in termini di inclusione e flessibilità ma la loro applicazione deve essere perseguita con maggiore determinazione, innanzitutto scongiurando il rischio di controriforme, e poi attuando il Libro bianco del 2001 volano per un assetto più compiuto degli ammortizzatori sociali, oltre che per lo Statuto dei lavori. Oggi il nostro sistema è caratterizzato dalla contrapposizione tra i lavoratori insider, più anziani, sindacalizzati e ipergarantiti, anche in termini pensionistici, e lavoratori outsider, i giovani, sui quali si scarica tutto il peso della flessibilità del mercato del lavoro. L’esigenza primaria è quindi quella di spostare risorse dalle rendite, pensioni comprese, in favore degli ammortizzatori sociali. Il Senatore Maurizio Sacconi, già sottosegretario al welfare nel governo Berlusconi, ma messo in evidenza come sia necessaria una correlazione tra maggiori tutele per i lavoratori e flessibilità in uscita.
L’introduzione del contratto unico, contratto nel quale le tutele per il lavoratore crescono con il progredire dell’anzianità aziendale, sembra essere una importante novità in questo senso. L’esigenza è quindi quella di un mercato del lavoro più aperto e meno garantito. I problemi del lavoro nero, del divario territoriale e di genere, dell’eccessivo costo del lavoro e della correlata esiguità dei salari non possono essere risolti con ricette propagandistiche ed involutive. Il modo migliore e più veloce per avvicinarsi agli obiettivi posti a livello europeo dal Consiglio di Lisbona è quello di applicare le leggi esistenti e al tempo stesso proseguire nell’azione riformatrice. Speriamo che accada al più presto.