Visualizzazione post con etichetta LIBERALI. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta LIBERALI. Mostra tutti i post

domenica 23 novembre 2008

Il calvario di Eluana continua (aspettando una legge sul testamento biologico)

La Corte europea per i diritti dell'Uomo apre un fascicolo sul caso di Eluana Englaro, le Regioni impediscono di fatto l'esecuzione della sentenza della Cassazione che le permette di sospendere i trattamenti sanitari. Ora la necessità è legiferare sul fine vita salvaguardando il principio di autodeterminazione delle cure garantito dalla Costituzione

Ormai è noto, l'alimentazione e l'idratazione di Eluana Englaro possono essere legittimamente sospese. Lo ha deciso pochi giorni fa la Cassazione che ha respinto il ricorso della Procura di Milano contro la Corte d'appello del capoluogo lombardo.
Poco più di un anno fa, il 16 ottobre 2007, la Suprema Corte si pronunciò sulla vicenda rinviando la decisione relativa all'interruzione del trattamento alla Corte d'Appello di Milano. In quella sentenza si dispose la celebrazione di un nuovo processo teso a verificare se nel caso Englaro ricorressero due circostanze concorrenti: 1) che la condizione di stato vegetativo della paziente fosse apprezzata clinicamente come irreversibile, senza alcuna sia pur minima possibilità, secondo standard scientifici internazionalmente riconosciuti, di recupero della coscienza e delle capacità di percezione; 2) che fosse univocamente accertato, sulla base di elementi tratti dal vissuto della paziente, dalla sua personalità e dai convincimenti etici, religiosi, culturali e filosofici che ne orientavano i comportamenti e le decisioni, che questi, se cosciente, non avrebbe prestato il suo consenso alla continuazione del trattamento.
Il 9 luglio di quest'anno la Corte d'Appello, ritenendo verificate le due condizioni, ha autorizzato la sospensione dell'alimentazione. Pochi giorni dopo le Camere hanno sollevato un conflitto di attribuzione contro la Cassazione e il caso è finito davanti alla Corte Costituzionale che però ha dato ragione a Cassazione e Corte d'Appello. Le sezioni unite della Suprema Corte hanno chiuso l'odissea giudiziaria legata al caso Englaro confermando i precedenti pronunciamenti.
Ora la partita si gioca sul piano dell'esecuzione della sentenza. La Regione Lombardia, dal cui sistema sanitario la Englaro dipende, si è rifiutata di dar seguito alle decisioni della Cassazione ritenendo di non essere stata espressamente citata nella sentenza e facendo valere la possibile obiezione di coscienza avanzata dai medici. Dello stesso tenore le ragioni addotte dalla Regione Toscana. Friuli Venezia Giulia e Piemonte, dopo una prima timida apertura, non confermano la propria disponibilità. Vittorio Angiolini, avvocato degli Englaro, spiega che la volontà della famiglia è quella che la sentenza venga eseguita in una struttura pubblica per cui è indispensabile l'avallo del Presidente della Regione e dell'Assessore alla Sanità a cui la struttura scelta fa capo. Secondo Angiolini la pubblica amministrazione deve collaborare anche quando, come in questo caso, la sentenza non la coinvolge direttamente affidando al tutore la scelta e promette ricorso al Tar. Sull'obiezione di coscienza afferma che il nostro ordinamento la prevede solo per l'aborto e per il servizio di leva non certo per la sospensione delle cure. Intanto la Corte europea per i diritti dell'Uomo ha aperto un fascicolo sul caso Englaro dopo il ricorso di 34 associazioni italiane contro la sentenza della Cassazione. L'iniziativa non ne blocca gli effetti, ma certo non aiuta a semplificare la questione.
Mette una profonda tristezza pensare che l'epilogo di una vicenda così dolorosa debba passare per un ricorso al Tar e il problema, per dirla con Benedetto Della Vedova, non è tanto quello di una “giurisprudenza creativa”, o meglio interpretativa, quanto quello di una “politica elusiva”. La vicenda di Eluana Englaro ha messo in evidenza la lacuna normativa relativa ai temi del testamento biologico, delle direttive anticipate di volontà e in generale alla tutela del diritto di libertà terapeutica che, almeno su questo punto sono tutti d'accordo, non può più essere affidata alla fisiologica contraddittorietà delle sentenze. Ha altresì messo in evidenza come il ricorso ad un giudice terzo abbia potuto garantire quel diritto che trova già oggi le proprie fondamenta nell'ordinamento giuridico italiano. L'articolo 32 della Costituzione prevede che nessuno possa essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge, la ratificata Convenzione di Oviedo sui diritti dell'Uomo e la biomedicina, all'articolo 9, prevede che i desideri espressi da un paziente prima di un intervento medico vengano tenuti in considerazione se al momento dell'intervento stesso egli non è in grado di esprimere la propria volontà, il Codice di deontologia medica stabilisce precisi limiti in materia di direttive anticipate di trattamento. E' su queste basi che l'intervento del legislatore deve incardinarsi. Già all'indomani del ricorso delle Camere alla Consulta, una pattuglia di deputati laici e liberali del Popolo della Libertà presentò una mozione che impegnava il governo in questo senso e proprio nelle ore in cui le sezioni unite della Cassazione decidevano sulla vicenda Englaro la stessa pattuglia capeggiata da Benedetto Della Vedova e Margherita Boniver presentava un progetto di legge rubricato “Disposizioni in materia di consenso informato e di dichiarazioni anticipate di trattamento sanitario”. Un documento dal testo identico a quello approvato dalla Commissione Sanità del Senato nel 2005 con i voti del centrodestra. Esso, secondo le norme della deontologia medica, parte dal presupposto di dare centralità al rapporto tra medico e paziente nell'esclusivo e migliore interesse dell'incapace, tenendo conto della volontà espressa da quest'ultimo in precedenza. E' previsto che le direttive anticipate di trattamento vengano redatte per atto pubblico notarile nella formazione del quale interviene un medico che assiste il disponente. In esse viene definito ciò che si intende per trattamento sanitario, che può comprendere anche idratazione e nutrizione, e si provvede alla nomina di un fiduciario chiamato ad attuare la volontà dell'interessato e ad esigerne il rispetto secondo la lettera della dichiarazione. Il progetto di legge dispone inoltre quali siano i soggetti che hanno titolo ad esprimere il consenso o il dissenso al trattamento sanitario, nel caso in cui il paziente in stato di incapacità non abbia provveduto a dettare dichiarazioni anticipate e chi decide (il giudice tutelare) in caso di contrasto tra i soggetti legittimati ad esprimersi, ad esempio medico e fiduciario.
Attualmente sono circa dieci le proposte di legge sul fine vita depositate in Parlamento e i punti di maggiore contrasto, che dividono trasversalmente i partiti, riguardano la misura in cui il medico debba essere vincolato alle dichiarazioni anticipate di trattamento, la loro utilizzazione in base alla datazione, la possibile obiezione di coscienza del personale sanitario, la considerazione di idratazione e nutrizione come terapie. Raffaele Calabrò, cardiologo e senatore del PdL in commissione Sanità, è chiamato a tentare una sintesi tra le proposte sul tappeto e promette di farlo in tempi brevi. Data la complessità della materia, sarebbe auspicabile una piena autonomia del Parlamento e un confronto aperto tra le diverse posizioni. Irrigidire il dibattito su una impostazione predefinita, magari compiacente nei confronti della visione delle gerarchie ecclesiastiche in proposito, rischia di essere controproducente e di ridimensionare pesantemente il principio di autodeterminazione delle cure così come sancito dalla Costituzione e ripreso da altre fonti del nostro ordinamento. La proposta dei laici del PdL parte da un testo che non più tardi di tre anni fa, al di fuori delle guerre di religione, fu approvato dal centrodestra. Quel testo chiarisce i termini del diritto di libertà di cura senza metterlo in discussione, consente al cittadino di poter scegliere e lo mette al riparo da una sorta di “terapia di Stato” che renderebbe obbligatori, in forza di una legge, alcuni trattamenti (nutrizione e idratazione) piuttosto che altri. Rifugge da quello “statalismo etico” che impedisce, a chi lo vuole, di rifiutare la prosecuzione artificiale della vita.
Eluana Englaro, il suo letto d'ospedale, il suo sondino naso gastrico lungo 17 anni, è il simbolo della necessità di una legge sul fine vita che non rappresenti un'involuzione. Le sue scelte meritano oggi il rispetto che le è stato riconosciuto nella pienezza del diritto, la sua storia merita quella pietà che nei fiumi d'inchiostro versati su questa vicenda è sovente passata in secondo piano.

Sugli argomenti trattati in questo post:

mercoledì 4 giugno 2008

Le mosse della parte liberale

Il Popolo della Libertà è chiamato ad essere un grande partito post-ideologico, in cui convivono proficuamente diverse anime ideali che trovano nei valori della liberaldemocrazia e del conservatorismo occidentale il comune denominatore.
La parte liberale del PdL è alle prese con la sua organizzazione in vista del congresso che, all'inizio del prossimo anno, dovrebbe sancire, anche formalmente, la nascita del partito unitario del centrodestra.
Per i sostenitori del mercato questi sono tempi duri. L'esperienza del governo Prodi ha visto l'approvazione di molti provvedimenti di stampo statalista e le cosiddette liberalizzazioni o sono rimaste lettera morta, si veda la mancata approvazione del disegno di legge Lanzillotta sui servizi pubblici locali, oppure si sono rivelate meri strumenti di intervento del governo per mettere al riparo i consumatori dai fisiologici rischi del mercato. Le lenzuolate di Bersani, a fronte di un vantaggio momentaneo per il consumatore, hanno rischiato di ridurre la concorrenza e la competitività del nostro Paese.
Nel mondo spira il vento del protezionismo che sembra aver trovato terreno fertile anche in Italia, senza che però da noi siano mai state avviate quelle riforme in senso liberale che hanno invece caratterizzato gli assetti politico-economici degli altri Paesi negli ultimi anni. Il risultato è la mancata crescita, la diminuzione del reddito pro-capite e della produttività, l'aumento della disoccupazione, la ricaduta sull'economia degli effetti della globalizzazione, in misura maggiore di quanto succeda altrove.
La ricetta liberale contro il declino prevede un vero avvio delle liberalizzazioni che investa sistematicamente la pubblica amministrazione quanto le professioni, la scuola, l'università e la ricerca quanto la sanità, il welfare quanto i servizi pubblici locali. Prevede la semplificazione legislativa e l'abbattimento dei vincoli burocratici. Prevede la diminuzione della pressione fiscale che, come denunciato dal governatore della Banca d'Italia, Draghi, ha raggiunto negli ultimi due anni un livello inaccettabile che supera il 43% del Pil, accompagnata da tagli alla spesa pubblica. Prevede, per dirla con l'economista ed editorialista del Corriere della sera, Francesco Giavazzi, che la concorrenza, il mercato, il merito, siano l'alternativa ad una società bloccata dai privilegi .
Il governo Berlusconi ha fatto di queste priorità l'architrave del suo programma e, considerando che può contare su un ministro come Renato Brunetta, che fin dai primi giorni di vita dell'esecutivo ha voluto puntare sull'efficienza della pubblica amministrazione, considerando che può contare su un Tremonti molto più liberale nei fatti, di quanto non sia impegnato a descriversi, ha ottime possibilità di intraprendere finalmente la strada della modernizzazione del Paese.
I liberali del PdL che portano all'interno del partito unitario del centrodestra non solo le istanze relative alla politica economica e fiscale, ma anche, da posizioni ancora minoritarie, la loro visione sulla biopolitica e sulla morale familiare, hanno avviato il dibattito sulla loro organizzazione interna al nuovo soggetto politico, in un incontro tenutosi a Montesilvano, vicino Pescara, il 17 e il 18 maggio scorsi.
La parte liberale convocata da Arturo Diaconale, Marco Taradash e Davide Giacalone, ha discusso sull'opportunità di riprendere l'idea del partito liberale di massa, che ispirò l'origine di Forza Italia, basata sulla difesa dei diritti civili, sulle peculiarità del liberalismo economico e sulla politica estera. Il modo attraverso cui giungere a questo obiettivo non passa per la creazione di una corrente liberale all'interno del PdL, di un luogo identitario di militanza ma, come suggerito dal presidente dei Riformatori liberali, Benedetto Della Vedova, attraverso la costituzione di una polarità liberale capace di formulare proposte concrete in grado di ricevere il più vasto consenso possibile.
I think tank, ad iniziare dall'Istituto Bruno Leoni, le associazioni, le fondazioni, i network telematici, come TocqueVille o Decidere, hanno dimostrato in questi anni di svolgere un ruolo fondamentale per la formazione della cultura e delle proposte liberali e su questa strada bisognerà continuare, il luogo della militanza politica dei liberali esiste già ed è il PdL.

Sulle riforme liberali il nuovo libro di Antonio Martino, Liberalismo quotidiano, Liberlibri.

venerdì 14 marzo 2008

Quelle liste così brutte...

Per mesi la politica italiana si è dibattuta alla ricerca di un modello elettorale in grado di superare le storture del cosiddetto porcellum. Per mesi si è inseguita la chimera del sistema ideale senza accorgersi che il meglio è nemico del bene e che il tempo del governo Prodi e della legislatura stava scadendo. Per mesi si è cercato di avvantaggiare la propria parte proponendo il modello che più si adeguasse alle proprie esigenze, da ultimo si è anche tentato di evitare il ritorno al voto dicendo che era indispensabile scrivere una nuova legge elettorale, la stessa che non si era riuscita a scrivere in oltre un anno di discussione. Un mirabile esempio di inconcludenza, evitabile, se solo si fosse dato ascolto alla pragmatica proposta dei senatori di Forza Italia (sul tappeto dall'inizio dell'estate scorsa), di una modifica minima della legge vigente attraverso la reintroduzione del premio di maggioranza su base nazionale anche al Senato, circoscrizioni meno vaste, minore lunghezza delle liste dei candidati.
Ci si aspettava almeno, che tutti gli strenui detrattori del porcellum ne facessero un uso virtuoso in ossequio al tanto propagandato rinnovamento (con scarsissime speranze in realtà, poiché proprio il Pd, che più ferocemente lo aveva avversato, usò un sistema del tutto simile per l'elezione della propria assemblea costituente!). Ci si aspettava che utilizzassero il sistema delle liste bloccate per promuovere solo i migliori ognuno nel proprio schieramento. Invece no, non è andata così. Nelle liste la rappresentanza territoriale è un optional, viene generalmente premiata la fedeltà al capo piuttosto che la competenza o la cultura politica, si usano gli esponenti della società civile come specchietti per le allodole (il Partito democratico ricandida in posizioni blindate quasi tutti i responsabili del fallimento del governo Prodi), l'argomento dell'età è servito solo ad eliminare qualche personaggio scomodo. La desolante sensazione che si ha leggendo il modo in cui sono state composte le liste, è che si stia per votare un Parlamento di pigiabottoni e che conti solo il leader, nient'altro.
Qualche giorno fa concludevo così un mio post: “il Pdl avrà al suo interno un vero polo liberale composto da soggetti che, capaci di abbandonare i settarismi, si uniscono per la realizzazione di alcuni fondamentali obiettivi concreti. I liberali non portano solo le loro istanze relative alla politica economica e fiscale ma anche, da posizioni ancora minoritarie, la loro visione sulla biopolitica e sulla morale familiare sicuramente proficua per un dibattito degno di un grande partito plurale.” Dopo la presentazione delle liste queste suonano tanto come le ultime parole famose, infatti la rappresentanza laica e liberale del Pdl in Parlamento è stata ridotta sensibilmente rispetto alle aspettative della vigilia. Ad essere lasciati fuori non sono solo i “vecchi”, Alfredo Biondi, Antonio Del Pennino, Eugenio Sterpa e Lino Jannuzzi, ma anche Dario Rivolta e nientemeno che Daniele Capezzone (a cui pare però sia stato garantito un posto nella compagine di governo). In un amaro editoriale dal titolo Libertà senza liberali, qualche giorno fa su L'Opinone, Arturo Diaconale attribuiva la (quasi) scomparsa dei liberali proprio all'individualismo dei loro esponenti più rappresentativi, alla mancanza di coordinamento, alla mancata volontà di dar vita ad un'area organica all'interno del partito. Anche i blogger di Tocqueville hanno manifestato il loro disappunto per l'esclusione dei liberali eccellenti dalle candidature e in molti hanno paventato il rischio dell'allontanamento di una parte di elettorato moderato e non confessionale dal Pdl.
Salvatore Carrubba sul Sole 24 ore ha toccato il senso dell'esclusione di gran parte dei liberali dalle liste chiedendosi se oggi i liberali servono ancora. Secondo Carrubba, mentre nel mondo si facevano le riforme di mercato, che giustificano, in qualche misura, l'attuale , parziale ritorno a posizioni stataliste, in Italia in molti si proclamavano liberali senza che le riforme in questo senso fossero attuate, oggi tutti fanno gli statalisti senza dirlo con l'unico risultato che il nostro Paese è rimasto fermo, bloccato dai veti e dalle corporazioni a partire da quelle sindacali. Non si è tagliata la spesa, non si sono quindi tagliate le tasse, non si è alleggerito l'apparato burocratico, non si sono fatte le liberalizzazioni.
Da questo punto di vista il programma del Pdl sembra essere riuscito meglio delle liste anche se, alcuni cedimenti ad un certo conservatorismo protezionista, sono per la verità davvero scoraggianti.
Se uno volesse guardare al bicchiere mezzo pieno dal punto di vista delle candidature liberali, dovrebbe rallegrarsi dei seggi sicuri di Benedetto Della Vedova in Piemonte, di Stefania Prestigiacomo e Antonio Martino in Sicilia, di Franco Frattini in Friuli e di quello quasi certo di Peppino Calderisi in Puglia. Dovrebbe rallegrarsi delle candidature laiche di Margherita Boniver, Chiara Moroni, Stefania Craxi, Michela Vittoria Brambilla e da ultima Fiamma Nirenstein. Tutti nomi che sono la garanzia di una visione più europea e moderna del conservatorismo che evidentemente in Italia stenta ad affermarsi.

mercoledì 5 marzo 2008

I liberali e l'"anarchico" Pdl

La marcia pre-elettorale procede a tappe forzate. Il 2 marzo sono stati presentati al Viminale i simboli dei partiti, tra il 9 e il 10 dovranno essere consegnate le liste dei candidati, intanto si fa sempre più serrato il confronto sui programmi. Il Popolo della libertà lo scorso fine settimana ha chiamato i cittadini ad esprimersi sull'importanza di alcuni punti qualificanti del programma. Grande attenzione è stata riservata ai temi della riduzione della pressione fiscale su famiglie e imprese, all'abbattimento della spesa pubblica, al contrasto dell'immigrazione clandestina, alla certezza della pena, al ritorno al nucleare. Fatalmente minore consenso hanno riscosso le misure assistenziali del bonus scuola e del bonus bebè.
Parallelamente alla campagna elettorale, il Popolo della libertà ha avviato il percorso per giungere alla formazione del nuovo partito. Ne dava notizia nei giorni scorsi il sito di Panorama, secondo cui è stato firmato l'atto costitutivo che prevede la formazione di gruppi parlamentari comuni tra tutte le forze aderenti e uno statuto provvisorio che sarà alla base della fusione. Novità importanti sarebbero l'uso dello strumento delle primarie per la selezione dei candidati a tutti i livelli, il radicamento territoriale basato su una rete di circoli e associazioni, il taglio ai finanziamenti pubblici e un incentivo a quelli privati. Sul piano valoriale il gioco è presto fatto: pieno riconoscimento nel PPE, richiamo alle radici giudaico-cristiane dell’Europa, e alla sua comune eredità culturale classica, umanistica e illuministica.
Il primo importante risultato di questo cammino intrapreso è il programma con cui il Pdl si candida al governo del Paese. Gli esponenti liberali hanno parlato di un'ottima impostazione basata su un mix di detassazione-riduzione della spesa e protezione. Dal punto di vista delle politiche ambientali vengono accolte le istanze di Più azzurro, più verde, dal ritorno al nucleare, al risparmio energetico, dalla valorizzazione delle fonti alternative e rinnovabili fino all'abbinamento tra raccolta differenziata dei rifiuti e termovalorizzatori.
A partire dal programma, il Pdl si presenta come il luogo politico in cui le ricette liberali di politica economica hanno piena cittadinanza e in cui si riunisce, dopo anni di peregrinazioni, la gran parte dei soggetti autenticamente liberali. Se si escludono infatti i malinconici questuanti Pannella e Bonino, fagogitati all'interno di un Partito democratico che non li rispetta, e altri gruppuscoli kamikaze, il grosso delle forze liberali è oggi nel Pdl che raggiunge il risultato storico della sintesi tra liberali radicali e moderati. Per dirla con Alfredo Biondi, il Pdl avrà al suo interno un vero polo liberale composto da soggetti che, capaci di abbandonare i settarismi, si uniscono per la realizzazione di alcuni fondamentali obiettivi concreti.
Le parole usate qualche giorno fa da Silvio Berlusconi a Radio anch'io hanno connotato ancora meglio la natura liberale del nuovo partito: “siamo un partito anarchico, perche’ su questioni di etica e morale noi lasciamo liberta’ di coscienza”. Berlusconi usa provocatoriamente l'aggettivo anarchico in luogo di liberale per riferirsi alla molteplicità e alla ricchezza di posizioni che soprattutto sui temi etici è presente all'interno del Pdl. Una molteplicità che rappresenta una risorsa più che un ostacolo e che caratterizza anche il Partito Popolare europeo.
Le questioni della biopolitica (origine della vita, aborto, fecondazione medicalmente assistitita, testamento biologico) come pure quelle relative alla morale familiare (unioni di fatto etero ed omosessuali, divorzio breve), pur occupando giustamente un sempre maggiore spazio nel dibattito pubblico, non sono e non devono essere né alla base dell'identità valoriale di un partito, questo comporterebbe una radicalizzazione dello scontro oltremodo dannosa per la discussione di questi temi che più di altri hanno bisogno di un confronto sereno, né tantomeno alla base dell'azione di governo. Se interventi legislativi su queste tematiche si rendono necessari, è all'interno del Parlamento che devono ricercarsi le maggioranze in grado di approvarli. Come ricordava Benedetto Della Vedova in un recente articolo su Charta minuta, il mensile della Fondazione Farefuturo, i soggetti a vocazione maggioritaria (come il Partito democratico e il Popolo della libertà si candidano ad essere) richiedono l'elaborazione di una piattaforma politica che non abbia ambizioni organiche e che, sul modello dei partiti americani, si basi sulla piena e ricca libertà di opinione, di associazione e di coscienza in una prospettiva, nei confronti dell'avversario, di sempre maggiore condivisione sul piano dei valori e di competizione su quello delle politiche.
L'esigenza di abbinare la lotta allo statalismo economico-sociale a quella contro lo statalismo etico-morale è da sempre una prerogativa imprescendibile dei liberali, sicuramente più radicata nel centrodestra europeo (Sarkozy, Cameron, Merkel, Rajoy) che in quello italiano. All'interno del Popolo della libertà i liberali non portano solo le loro istanze relative alla politica economica e fiscale ma anche, da posizioni ancora minoritarie, la loro visione sulla biopolitica e sulla morale familiare sicuramente proficua per un dibattito degno di un grande partito plurale.
La figura rappresenta il logo di Neolib

martedì 13 novembre 2007

Contro lo spezzatino liberale

Il fatto è di tutto rilievo. Dopo quelle minacciate e poi ritirate, quelle tattiche tese a far risalire le proprie quotazioni politiche in ribasso, quelle suggerite, quelle paventate, quelle ventilate, quelle adombrate e poi comunque alla fine mai date, sono arrivate delle dimissioni autentiche. Vere. Certo, di questi tempi bisogna accontentarsi, a dimettersi non è stato né Visco, né Mastella, né Amato tantomeno Prodi ma Daniele Capezzone che il 7 novembre, con una lettera indirizzata al Presidente Bertinotti ha rassegato le proprie dimissioni dalla carica di presidente della decima commissione attività produttive della Camera, comunicando inoltre la volontà di uscire dal gruppo della Rosa nel pugno per aderire al gruppo misto.
Nella lettera Capezzone dice di considerare esauriti la fase e l'assetto politici che determinarono quell'elezione, il Governo e la maggioranza -di fatto- non esistono più politicamente, o comunque non sono assolutamente in condizione di svolgere alcuna funzione positiva. Ha parlato di un uso assai grave del denaro e della spesa pubblica, sulla riforma elettorale ha precisato che essa non può tramutarsi in un alibi per rinviare il momento elettorale alle calende greche.
Capezzone ha inoltre giustificato l'abbandono del gruppo della Rosa nel pugno affermando che esso sopravvive pressoché esclusivamente come strumento tecnico attraverso il quale diverse organizzazioni e realtà partitiche perseguono i loro attuali (e fra loro diversi) scopi. Non è un mistero infatti che tra radicali e socialisti ci sia ormai netta contrapposizione al punto che questi ultimi, sostenendo di essere maggioritari, rivendicano il ministero della Bonino.
Il definitivo divorzio tra l'ex segretario dei Radicali italiani e la maggioranza di centro-sinistra aveva avuto importanti avvisaglie: la sostituzione forzata alla guida del suo partito, i distinguo sempre più marcati con la politica economica di Prodi, la fondazione del network Decidere.net, hanno rappresentato in questi mesi il progressivo allontanamento di Capezzone dall'immobilismo dell'Unione, che pure aveva contribuito a portare al governo, e una crescente intesa, sulla base dei contenuti, con la CdL.
Il punto ora è cosa deciderà di fare Capezzone. Il panorama politico italiano è disseminato di piccole formazioni che si richiamano a vario titolo ai valori del liberalismo ma che hanno un peso elettorale del tutto irrilevante, Capezzone non può fare questa fine e può altresì rappresentare, con Decidere.net, un'occasione per catalizzare queste energie e convogliarle nell'unico posto dove queste hanno una possibilità di contare qualcosa: all'interno di Forza Italia. L'idea di una costituente che porti alla fondazione di un nuovo partito, una aggregazione più o meno ampia dei soggetti liberali alleati con il centro-destra è un'ipotesi anch'essa da scartare. Da un lato l'esigenza di semplificare il quadro politico italiano e dall'altra quella di rendere più forte la componente laica e liberale all'interno di Forza Italia, nell'alveo delle forze conservatrici moderne (non solo democratico cristiane) del Partito Popolare europeo, impongono scelte diverse.
I Riformatori Liberali fondati da Benedetto Della Vedova e Marco Taradash nel 2005 al momento dell'alleanza dei Radicali con l'Unione, si sono mossi esattamente in questo senso, c'è da sperare che, dopo un fisiologico periodo di decantazione, Daniele Capezzone e le altre formazioni autenticamente liberali percorrano la stessa strada. Ne guadagnerebbero loro stesse, ne guadagnerebbe Forza Italia e la CdL, ne guadagnerebbe forse il Paese.