lunedì 10 settembre 2007

Il cyberbavaglio

Prendiamo ad esempio il caso della Cina. Negli ultimi anni internet ha concesso ai cittadini cinesi inaspettati spazi di libertà di espressione e di dissenso nei confronti del regime a cui esso ha risposto con particolare fermezza.
Shi Tao è un giornalista condannato a dieci anni di carcere per aver diffuso attraverso Internet una circolare dell’ Ufficio per la propaganda del Partito comunista, con la quale si ordinava ai giornalisti di non affrontare alcuni argomenti «scomodi». Yahoo! È responsabile di aver informato il governo di Pechino dell’accaduto.
Pochi giorni fa l’organizzazione non governativa Reporters sans Frontieres ha lanciato l’allarme per una nuova ondata di repressione e di censura dopo l’approvazione del cosiddetto "Codice di condotta", elaborato dalla Internet Society of China (ISC), un organismo semiufficiale vicino al Partito Comunista Cinese, che impegna a non diffondere notizie false o illegali e a promuovere l’uso del vero nome da parte dei blogger. L’accordo, che coinvolge Microsoft e Yahoo!, segna una seria restrizione alla libertà della blogosfera cinese. In concomitanza con l’emissione del codice, 60 persone sono state arrestate nel nord-est della Cina proprio con l'accusa di aver diffuso notizie false usando internet o gli sms. Tutto ciò per non turbare il “clima armonioso” che deve circondare la celebrazione del 17° congresso del Partito comunista che dovrebbe tenersi in ottobre.
Sono sempre notizie recenti il divieto dell’apertura di nuovi internet cafè e il possibile oscuramento di Flickr.com, il popolare sito di foto-sharing di Yahoo!, dopo la diffusione di alcune immagini dei massacri di piazza Tiananmen.
La Cina ha lanciato un vero e proprio modello di repressione che si basa sulla collaborazione tra governi e corporation informatiche. Ad essere sul banco d’accusa, oltre a Yahoo! e Microsoft sono anche Sun Microsystems, Nortel Networks, Cisco Systems e Google che, senza molta considerazione della loro mission di potenziamento della conoscenza e della libertà di espressione di cui fanno vanto in Occidente e trincerandosi dietro il rispetto delle leggi locali e la sicurezza dei dipendenti, non hanno perso l’occasione di fare ottimi affari con il controllo delle attività svolte su Internet e con la delazione.
Cinque anni fa erano solo quelli di un ristretto numero di paesi, ora alcune dozzine, i governi che ricorrono al cyberbavaglio. Secondo Open Net Initiative (un’organizzazione anglo-canadese nata per studiare le forme di controllo, analizzare i flitri utilizzati e i sistemi di monitoraggio delle informazioni che viaggiano in rete) dall’India al Marocco, dallo Yemen alla Corea del Sud, dall’Etiopia al Vietnam, dall’Iran alle Maldive fino Cuba, sono almeno 25 gli stati che applicano raffinati sistemi di filtraggio. I software, nella maggior parte dei casi, vengono prodotti negli Stati Uniti e poi rivenduti agli organismi governativi. Il copione è lo stesso visto in Cina: utenti di internet arrestati, internet café chiusi, siti oscurati, blog cancellati, monitoraggio ossessivo delle chat, restrizioni all’accesso ai motori di ricerca o a Wikipedia, notizie dall’estero censurate. Nel mirino non ci sono solo i contenuti, ma anche gli applicativi che permettono la condivisione di risorse (di recente in Thailandia sono stati bloccati Skype e YouTube).
Le associazioni per i diritti umani di fronte alla diffusione di strumenti repressivi di questo tipo non si sono limitate alla denuncia ma hanno attivato una serie di mezzi volti ad aggirare, per quanto possibile, i divieti e le imposizioni dei governi utilizzando l’aspetto di mutua collaborazione, filosofia di base della rete: manuali di sopravvivenza per blogger, software alternativi (come FlickrAccess, un’estensione per Firefox che consente di aggirare i filtri in Iran e Cina), librerie on-line (come la coraggiosa Kotobarabia, prima libreria mediorientale on-line a diffondere letteratura proibita).
E poi c’è Irrepressible.info, la campagna lanciata da Amnesty International che invita chiunque possieda un blog o un sito web a ripubblicare frammenti di materiale censurato mediante un badge che avverte: “Qualcuno non vorrebbe vedere pubblicato questo…”. Amnesty invita anche a firmare l’appello sul sito www.irrepressible.info per sollecitare tutti i governi e le aziende a rispettare la libertà su internet.
Amnesty International con irrepressible.info vuole difendere la libertà di espressione e di informazione sulla rete in sé ma anche porre l’accento sul fatto che la rete è uno straordinario mezzo per la diffusione delle informazioni sui diritti umani violati. Mettere il silenziatore alla rete non significa solo calpestare la libertà di informazione ed espressione ma anche ridurre drasticamente la possibilità che il mondo conosca qual è il livello di violazione dei diritti umani in alcuni Paesi.
Sicuramente questo non potrà impedire ai governi antidemocratici di continuare a controllare i propri cittadini, di vietare loro l’accesso alle informazioni, di cancellarne gli scritti, di arrestarli ma almeno le loro parole scomode potranno continuare a circolare e si potrà, attraverso le firme, dimostrare che il mondo di internet è a conoscenza del problema e si mobilita.
365 Aderisce alla campagna irrepressible.info.

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