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sabato 3 maggio 2008

Lo scalcinato Fitna e l'Occidente pavido

Ho scoperto Fitna su A conservative mind, il blog del vicedirettore di Libero, Fausto Carioti. Fitna è un film di quindici minuti messo online sul sito Live Leak da Geert Wilders, leader politico olandese di estrema destra. La parola che dà il titolo al cortometraggio ricorre spesso nel Corano e può essere tradotta con «punizione», «lotta» oppure «divisione» nel senso di contrapposizione di civiltà. Ogni “sezione” del film inizia con alcuni versetti tratti da tre sure coraniche che incitano all'uccisione degli infedeli. Scorrono di seguito le immagini degli attentati di matrice islamica a New York, Madrid e Londra; degli imam che esortano al jihad; dell'indottrinamento antisemita dei bambini palestinesi; degli sgozzamenti di occidentali in Iraq; delle impiccagioni di omosessuali in Iran. Il centro del film può essere considerato la dimostrazione dell'islamizzazione dell'Europa e dell'Olanda in particolare, quella continua ascesa della presenza islamica nelle nostre città che rischia di cambiare il nostro modo di vivere e di privarci per sempre della libertà. Il cortometraggio si apre con un'animazione della famosa vignetta di Maometto col turbante-bomba (nella figura) disegnata dal danese Kurt Westergaard, che tante polemiche provocò alla sua uscita, più di due anni fa. L'animazione mostra un count down la cui fine coinciderà con quella del film e in cui l'esplosione della bomba sarà in realtà un tuono. Poco prima della conclusione si vede un Corano, una mano che ne prende una pagina e poi, a schermo buio, il rumore di uno strappo. Le scritte bianche in campo nero chiariranno che il suono era di una pagina strappata dall'elenco telefonico, perché non spetta a noi, ma ai mussulmani stessi, strappare dal Corano i versi che incitano all'odio. Poi il paragone dell'ideologia islamica con il nazismo e il comunismo e la frase finale: Fermiamo l'islamizzazione, difendiamo la nostra libertà.
Gert Wilders, dopo quella politica di Pim Fortuyn, il leader di estrema destra ucciso alla vigilia delle elezioni politiche olandesi del 2002, sembrerebbe aver raccolto con Fitna l'eredità di Theo Van Gogh, il regista che venne assassinato e sgozzato in pieno giorno dal marocchino Mohammed Bouyeri, il 2 novembre 2004, al centro di Amsterdam, per aver girato il film sull'Islam Submission. Sembrerebbe. Perché Fitna, ferma la veridicità di quanto mostra, è una sorta di documentario-collage abbastanza scadente, fatto di immagini già viste e con qualche cedimento propagandistico. Submission è al contrario un prodotto di qualità molto superiore che raccoglie le storie di quattro donne sottomesse agli uomini in nome del Corano.
Ma le critiche maggiori piovute su Fitna e sul suo regista non sono certo legate alla sua qualità cinematografica. La Russia ha espresso ferma condanna verso il filmato; il Ministro degli esteri pakistano ha convocato l'ambasciatore olandese a Islamabad esprimendogli il proprio disappunto per l'offesa profonda ai sentimenti dei musulmani di tutto il mondo e preconizzando che la visione di Fitna produrrà manifestazioni di forte dissenso; stesso copione a Teheran; l'Organizzazione della conferenza islamica (Oci), che riunisce 57 Paesi, ha osservato come l'opera di Wilders abbia come unico scopo di incitare e provocare scontri e intolleranza; in Indonesia il movimento islamico radicale, Fronte dei difensori dell'Islam (FPI) ha manifestato davanti all'ambasicata dei Paesi Bassi lanciando, per bocca di uno dei suoi leader, la condanna a morte per il deputato olandese. Contemporaneamente le minacce sui siti islamisti, comprese quelle di Al Qaeda, hanno indotto Live Leak a oscurare temporaneamente il film. Le Istituzioni olandesi, il Parlamento europeo, la stampa di tutto il Vecchio Continente e nientemeno che il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon, si sono frettolosamente accodati al coro di critiche, bollando il film di Wilders come esempio di furore anti-islamico. Non una parola di condanna invece per coloro che lo hanno minacciato di morte per aver esercitato la sua libertà di espressione. Già perché il pur mediocre Fitna non offende nessuno, si limita a mostrare una realtà terroristica e liberticida che esiste davvero fin dentro le città europee e di fronte alla quale l'Occidente, intriso del multiculturalismo più deteriore, preferisce non esprimersi, trovando più semplice condannare chi ci ricorda che esistono pericolosi fanatici, piuttosto che i fanatici stessi.
Il caso di Fitna è solo l'ultimo in ordine di tempo, Carioti sul suo blog ha parlato della storia di Ayaan Hirsi Ali, la deputata liberale, somalo-olandese che firmò la sceneggiatura di Submission con Theo Van Gogh e nei confronti della quale venne emessa una condanna di morte affissa sul corpo del regista con un coltello il giorno del suo assassinio. Da allora lei vive in fuga. A dicembre il socialista francese Benoit Hamon aveva lanciato un appello affinchè l'Unione europea finanziasse la sua protezione. Sarebbero servite 350 firme ma aderirono solo 144 eurodeputati su 785 “condannando” Hirsi Ali a restare a Washington.
Quasi nessuno è al corrente della condanna a morte emessa dagli integralisti islamici di tutto il mondo ai danni dell'apostata Magdi Allam e di Benedetto XVI reo di averlo battezzato. Ampio spazio è stato dato invece ad Afef Jnifen in Tronchetti Provera che sulla prima pagina della Stampa, svillaneggiava la scelta di Allam e la sua vita in pericolo.
Atteggiamenti di questo tipo non sono affatto nuovi, mi era già capitato di parlarne ricordando Oriana Fallaci o facendo riferimento al terrorismo islamico a sei anni dall'11 settembre, ma fa sempre una certa impressione notare a quali livelli di autolesionismo si possa arrivare e come la libertà e la stessa vita delle tante persone che hanno detto o fatto qualcosa che viene considerato come affronto all'Islam, sia in serio pericolo, in un clima di indifferenza generale, quando non di accondiscendenza, da parte di un Occidente sempre più vigliacco.

L'avvertenza per chi voglia vedere Fitna è che il film contiene immagini particolarmente crude. Qui trovate la prima e la seconda parte del cortometraggio sottotitolato in italiano. Qui la versione in inglese.

sabato 15 settembre 2007

Ricordando Cassandra

Secondo Oriana Fallaci la morte era uno spreco. Era convinta che la partita a scacchi con la Signora nera, quella del Settimo sigillo, fosse una partita truccata, perché si nasce per morire e dopo la morte c'è il nulla. Ma una speranza che qualcosa invece dopo la morte ci sia, è conservata nell’epilogo della "Lettera a un bambino mai nato" in quell’ "Ora muoio anch'io. Ma non conta. Perché la vita non muore". Sì, la vita non muore perché chi se ne va lascia tracce indelebili, e Oriana Fallaci dunque c'è ancora con i suoi scritti, con la sua travolgente passione.
All’incirca con queste parole Riccardo Mazzoni, direttore del Giornale di Toscana e amico di Oriana Fallaci, apriva un tenero articolo apparso su L’Occidentale il 29 giugno scorso, giorno della nascita della scrittice. Mazzoni, all’indomani della sua scomparsa, ha anche scritto un libro per i tipi della Società toscana di edizioni dal titolo “Grazie Oriana” che ripercorre i suoli ultimi cinque anni di vita dall’11 settembre in avanti, “un tentativo di sottrarre la sua opera all’oblio di una società che non è in grado di sostenerne il peso morale e culturale”.
Con «La Rabbia e l' Orgoglio», «La Forza della Ragione» con «Oriana Fallaci intervista sé stessa» con «L' Apocalisse» e con la “predica” «Sveglia, Occidente, sveglia!»; con queste opere per cui fu processata in Francia nel 2002 con l’accusa di razzismo religioso e xenofobia, per cui chiesero la sua estradizione in Svizzera, per cui le venne contestato in Italia il reato d’opinione di vilipendio all’Islam; con queste opere che le valsero le critiche feroci della sinistra e non solo, per cui Franca Rame disse «Aver seminato tutto il terrore che ha seminato è un'azione di terrorismo e come si chiamano coloro che fanno terrorismo? Terroristi! La signora Fallaci quindi è una terrorista», per cui Fausto Bertinotti, allora segretario di Rifondazione comunista disse «Fallaci si è ormai distinta per un’avversione a tutte le differenze, a tutte le diversità, cioè all’umanità», per cui Rina Gagliardi firmò su Liberazione un articolo dal titolo «Fuck you Fallaci». Con queste opere Oriana Fallaci ha lanciato un allarme, un grido all’Occidente e all’Europa in particolare, perché corresse ai ripari. Perchè si accorgesse dell’avvento di quel nuovo totalitarismo rappresentato dal fondamentalismo islamico e verso cui l’Occidente e l’Europa mostravano acquiescenza, pericolosa tolleranza e che, nel nome del multiculturalismo e del rispetto di chi non ci rispetta, sceglieva, più o meno inconsapevolmente, di soccombere rinunciando alla difesa della propria identità e della propria libertà. Quell’allarme è rimasto, ad oggi, quasi del tutto inascoltato e se da un anno a questa parte la voce di Oriana Fallaci è rimasta in un irreale silenzio, il suo messaggio non ha smesso di gridare la sua bruciante attualità.
Guardando a quello che è successo in Italia negli ultimi mesi mi viene da chiedere chissà che cosa avrebbe detto la voce di Oriana Fallaci dopo aver ascoltato la relazione del Dis (Dipartimento per le informazioni per la sicurezza, il vecchio Cesis) che diceva che le moschee in Italia sono passate dalle 351 del 2000 alle 735 del primo semestre di quest’anno, 39 solo negli ultimi cinque mesi il che vuol dire che al massimo ogni 100 fedeli dispongono di una moschea; che le scuole coraniche sono nel nostro Paese ben 158. Molte di queste moschee nascono grazie alla disponibilità delle amministrazioni locali di sinistra che concedono terreni, stabili, finanziamenti, molte di esse fanno parte dell’Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia) emanazione dei Fratelli musulmani, un movimento estremista che predica la distruzione di Israele, inneggia ai kamikaze palestinesi e ha l’ambizione jihadista di costruire il califfato mondiale. Chissà cosa avrebbe detto di fronte alla decisione del ministro della solidarietà sociale Paolo Ferrero di regalare alle moschee italiane 50 milioni di euro per favorire, non si sa come, corsi di integrazione e di cittadinanza.
Chissà cosa avrebbe detto di fronte a Mustapha El Korchi, imam marocchino di Ponte Felcino, sobborgo di Perugia diventato un ghetto islamico, 5 mila abitanti di cui solo il 2% italiani, che veniva descritto dalla stampa come un onesto lavoratore padre di tre figli, in Italia da quasi vent’anni, che mediante la sua associazione offriva accoglienza e consulenza per gli immigrati di religione musulmana nel nome dell’integrazione. Chissà cosa avrebbe detto se avesse saputo che in realtà Mustapha El Korchi era a capo di una cellula di matrice jihadista vicina ad Al Quaeda, che nella sua moschea faceva proselitismo, che possedeva un arsenale di armi chimiche che avrebbero potuto essere utilizzate per inquinare gli acquedotti e provocare stragi.
Chissà cosa avrebbe detto di fronte all’allarme circa «un particolare attivismo, nel nostro Paese, delle cellule di matrice salafita – leggi ultraconservatrice – collegate alla rete internazionale di Al Qaeda» lanciato dal Capo della Polizia Antonio Manganelli nell’ultima audizione davanti alla Commissione affari costituzionali della Camera. Chissà cosa avrebbe detto se avesse saputo che, causa tagli approvati nella scorsa finanziaria, 400 agenti dei servizi segreti impegnati nell’opera di contrasto del terrorismo e dell’eversione potrebbero essere esonerati dal loro incarico, senza considerare che con la riforma che ne ha modificato le sigle, i servizi segreti, hanno visto limitata la loro attività dal controllo di Parlamento e Procure.
Chissà cosa avrebbe detto di fronte a Hiina Salem la “cattiva musulmana” sgozzata dal padre con la complicità della famiglia perché voleva lavorare in un bar dove si vendono alcolici e convivere con un italiano. Chissà cosa avrebbe detto di fronte a Dounia Ettaib, vicepresidente lombarda dell’Associazione donne marocchine in Italia, che voleva costituire la sua associazione parte civile nel processo agli assassini di Hiina. Chissà cosa avrebbe detto di fronte alla sua volontà di dare un’interpretazione diversa dell’islam, di lottare per l’emancipazione delle donne musulmane e delle aggressioni, delle minacce, degli avvertimenti che subisce per questo dai suoi correligionari e che la costringono a vivere sotto scorta.
Probabilmente la voce di Oriana Fallaci di fronte a tutto questo non avrebbe detto nulla di nuovo rispetto a quanto già detto negli ultimi anni. Ci avrebbe probabilmente ancora una volta, con forza, intimato alla difesa. Ci avrebbe, ancora una volta gridato il suo messaggio di libertà rimasto finora quasi del tutto inascoltato.