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mercoledì 3 settembre 2008

L'eredità dei Giochi olimpici di Pechino

La promessa fatta dalla Cina di approfittare delle Olimpiadi per migliorare la situazione del rispetto dei diritti umani nel Paese è ampiamente mancata. I Giochi non hanno fatto che far crescere violenza e repressione nella sostanziale indifferenza del Comitato olimpico internazionale.

Chiudendo la XXIX edizione dei Giochi olimpici, Jacques Rogge, presidente del Cio, ha affermato “la Cina ha imparato qualcosa del mondo e il mondo ha imparato qualcosa della Cina. Questa edizione dei Giochi è stata un successo eccezionale.” Come dargli torto, dal suo punto di vista le Olimpiadi di Pechino non possono essere definite altrimenti che un successo eccezionale: fra sponsor e diritti televisivi, gli introiti sono stati di 5 miliardi di dollari e nei prossimi quattro anni potrebbero arrivare fino a 7, quasi il doppio di quelli di Atene 2004.
Il copione suggerito dal tema dei giochi, One world, one dream – Un solo mondo, un solo sogno, è stato pienamente rispettato. Le cerimonie di inizio e di chiusura dei giochi sono state un ineffabile inno a quella società armoniosa che una Cina, moderna e aperta, è decisa a promuovere. Tutto doveva essere perfetto. Dalla bambina che cantava la canzone con la voce di un'altra, ai fuochi d'artificio realizzati al computer, dagli omessi riferimenti al Partito comunista al potere, alla totale esclusione della gente comune da tutte le cerimonie olimpiche. Tutto doveva essere funzionale a mostrare al mondo esclusivamente la potenza politica, economica e sportiva della Cina. A qualunque prezzo.
Se Yang Chunlin, attivista per i diritti umani, sostiene l'azione legale di 40 mila contadini i cui terreni erano stati confiscati senza indennizzo per costruirci impianti sportivi, la Cina gli dà una bella lezione di armonia mediante la detenzione senza processo e la tortura.
Se Wu Dianyuan e Wang Xiuying, rispettivamente 79 e 77 anni, chiedono di protestare perchè la loro casa è stata rasa al suolo, le si condanna bonariamente ad un anno di lavori forzati.
Se Liu Jie si ribella all'evizione abusiva della piccola industria casearia familiare, gli si fa comprendere che la Cina è per la fratellanza tra i popoli, facendola lavorare per 14 ore al giorno nonostante sia gravemente malata.
Già, il prezzo da pagare perché l'immagine della Cina, così come disegnata dal governo comunista, rifulgesse nel mondo è il mancato mantenimento di quella promessa secondo cui, a fronte dell'assegnazione dei Giochi olimpici, la Cina si impegnava a migliorare la situazione del rispetto dei diritti umani. Una promessa così palesemente disattesa quanto totalmente dimenticata. Dimenticata dal Comitato olimpico internazionale, dimenticata dai molti giornalisti occidentali che sono sembrati non accorgersi delle molteplici violazioni che avvenivano a Pechino anche durante i giorni delle Olimpiadi.
La denunce di Amnesty international e Human Rights Watch hanno documentato che nel corso dei Giochi, pacifici attivisti, religiosi e giornalisti hanno subito arresti e condanne anche alla rieducazione attraverso il lavoro, otto militanti americani pro-Tibet sono stati espulsi dopo l'arresto nella notte tra il 20 e il 21 agosto. I tre parchi di Pechino che, secondo quanto previsto dalle forze di polizia e disposto dal Cio, erano destinati alle proteste legali, sono rimasti vuoti, delle 77 richieste giunte, 74 sono state “ritirate”, 2 “sospese” e una sola ufficialmente vietata. Il metodo delle autorizzazioni è diventato così un espediente infallibile per imbavagliare e punire preventivamente i manifestanti. Le misure di sicurezza sono state ingigantite al fine di evitare qualsiasi forma di protesta, la censura dei mezzi di informazione è stata massiccia e capillare.
L'impressione che si ha, è che, paradossalmente, l'evento che doveva migliorare la performance del rispetto dei diritti umani in Cina abbia finito per peggiorarla. Per realizzare gli impianti sportivi si è proceduto ad espropri senza adeguati indennizzi, trasferimenti forzati, chiusura di scuole e fabbriche. Gli operai dei cantieri olimpici, spesso migranti, hanno lavorato anche di notte per paghe minime senza possibilità di organizzarsi in sindacato e in condizioni di sicurezza più che precaria.
In realtà le Olimpiadi, a conti fatti, sono giunte solo ad aggravare una situazione caratterizzata dalla repressione e da un sistema giudiziario senza garanzie, nel quale la pena di morte è applicata estensivamente. Secondo il “Rapporto 2008” di Amnesty la Cina commina il 63% delle esecuzioni capitali a livello mondiale, ufficialmente sarebbero 470 le persone giustiziate nel corso di quest'anno e 1.860 le sentenze emesse ma non ancora eseguite. I dati reali parlano invece di un numero di uccisioni tra 7.500 e 8.000 ogni anno. I reati per cui è prevista la pena di morte sono 68, anche di natura non violenta, molti dei quali ideologici. Il controllo esercitato dalla Corte suprema del popolo, la disposizione di celebrare i processi per reati per cui è prevista la pena capitale a porte aperte, non hanno sortito gli esiti sperati. I casi continuano ad essere dibattuti a porte chiuse, la polizia ricorre spesso alla tortura per estorcere le confessioni, il diritto degli imputati alla difesa è fortemente limitato.
La detenzione senza processo è una prassi consolidata che colpisce soprattutto attivisti per i diritti umani e giornalisti dissidenti. Sono all'incirca 500 mila le persone che, senza la formalizzazione di nessuna accusa, sono sottoposte alla rieducazione attraverso il lavoro e vedono i propri familiari oggetto di vessazioni e di stringente sorveglianza.
Durante il mese olimpico la morsa della censura si è stretta ancora di più sia sulla stampa cinese sia su quella straniera nonostante i proclami della vigilia. I giornalisti locali ammessi a coprire l'evento iridato hanno dovuto seguire scrupolosamente i “Principi sulle notizie durante le Olimpiadi”, una sorta di vademecum che sintetizzava la linea ufficiale del partito sulle modalità con cui dare le notizie, i temi da enfatizzare e quelli da evitare. Per quanto riguarda la stampa internazionale, la possibilità riconosciuta ai giornalisti di muoversi per il Paese (Tibet e Xinjiang esclusi, s'intende) senza più bisogno del permesso delle autorità, è stata neutralizzata da un sistema di schedature, autorizzazioni speciali, esclusioni preventive e vere e proprie intimidazioni. In un rapporto di Human Rights Watch dal titolo “Le zone proibite della Cina: come tenere la stampa lontana dal Tibet e altre storie”, l'organizzazione per i diritti spiega come il lavoro della stampa internazionale sia stato sabotato e come il Ministero degli esteri cinese si sia rifiutato di indagare sulle minacce di morte subite da dieci giornalisti stranieri che si erano occupati del Tibet. Tre giornalisti dell'Associated Press sono stati fermati dalla polizia per impedire che i genitori di alcuni bambini morti nel crollo di una scuola a seguito del terremoto del Sichuan, denunciassero il mancato rispetto delle norme di sicurezza nella costruzione di quella scuola.
I Chinese Human Rights Defenders hanno pubblicato una “Guida alternativa ai Giochi Olimpici” nella quale si fa riferimento al controllo delle autorità cinesi sulle telecomunicazioni e su internet in particolare. Il documento riferisce di decine di cyberpoliziotti impegnati a controllare siti, blog, e-mail e persino sms e sistemi di messaggeria istantanea come Msn o Skype. Sono almeno 50 le persone punite, anche con la detenzione, per aver postato le proprie opinioni in rete o per aver semplicemente visitato siti proibiti.
La censura telematica si è abbattuta anche sui siti religiosi, soprattutto su quelli cattolici e della Falung Gong che sono stati oscurati, ma la repressione nei confronti dei gruppi religiosi non si ferma solo a questo. A milioni di persone viene impedito di praticare la propria religione al di fuori dei canali approvati dallo Stato, per chi non rispetta questi limiti sono frequenti il carcere e periodi di “rieducazione”.
La repressione religiosa si salda a quella etnica nel Tibet buddista e nello Xinjiang uiguro a maggioranza islamica. Violazioni vengono compiute sistematicamente nei confronti dei richiedenti asilo che continuano ad essere detenuti per molto tempo in attesa dell'esito della loro istanza. L'attenzione delle organizzazioni per i diritti si è inoltre concentrata sugli stretti rapporti di Pechino con le peggiori dittature del mondo tra cui il Sudan del genocidio in Darfur e il Myanmar.
L'elenco delle violazioni compiute dalla Cina potrebbe continuare ma questa è solo un'istantanea approssimativa e incompleta di quale sia il livello del rispetto dei diritti umani nel Paese che ha ospitato le Olimpiadi all'insegna dell'armonia e della fratellanza tra i popoli...
Amnesty International chiede al Cio di imparare la lezione di Pechino, chiede di introdurre una sorta di termometro dei diritti, alcuni indicatori che stabiliscano chiaramente il grado di rispetto dei diritti umani nei Paesi che si candidano ad ospitare le Olimpiadi.
Alla luce di tutto questo rimane una sola desolata domanda da porre ancora una volta. Era proprio necessario affidare l'organizzazione dei Giochi olimpici del 2008 alla Cina?

Sugli argomenti trattati in questo post:

giovedì 17 gennaio 2008

Al dibattito sull'aborto serve più pragmatismo

Benedetto Della Vedova ha parlato di eterogenesi dei fini riferendosi al fatto che la moratoria sull'aborto lanciata da Giuliano Ferrara sul Foglio, sia scaturita dal voto favorevole dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite alla moratoria sulla pena di morte. Le due cose hanno ben poco in comune. La provocazione/riflessione di Ferrara parte da una domanda semplice e fondamentale insieme: se la vita di un uomo che si è macchiato di un delitto è sacra, come può non esserlo quella di un innocente ancora nel ventre materno?
La sua proposta è quella di inserire nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo parole che esplicitino il diritto alla vita di ogni individuo dal concepimento alla morte. Il direttore del Foglio dichiara più volte di non voler criminalizzare le donne che decidono di abortire o, provincialmente, assaltare la legge 194/1978, bensì suscitare un moto nelle coscienze. Che si accorgano delle proporzioni che il fenomeno ha assunto, dall'aborto selettivo in India e in Cina, alla facilità con cui vi si ricorre in Occidente e che sconfina nell'eugenetica. Il concetto essenziale è che il feto ha diritto alla vita e non esiste un generalizzato diritto di uccidere.
E le coscienze le ha smosse Ferrara. La sua moratoria ha spaccato trasversalmente i poli e i partiti, è entrata nell'assemblea costituente del Pd intenta a stilare la sua carta dei valori, ha registrato l'assenso delle gerarchie ecclesiastiche da Ruini a Bagnasco fino a Ratzinger, ha riaperto, com'era prevedibile, il dibattito sulla legge 194.
La battaglia di Ferrara è una battaglia laica che fa proprie le parole di Norberto Bobbio quando in un'intervista rilasciata a Giulio Nascimbeni per il Corriere della sera l'8 maggio del1981, parlava del diritto del concepito a nascere come di un diritto fondamentale in conflitto con quello della donna che per ragioni di salute o di scelta non vuole avere figli e con quello della società ad usare l'aborto come mezzo di controllo delle nascite. Bobbio affermava a questo proposito che i laici non avrebbero dovuto consegnare ai credenti l'imperativo categorico del non uccidere.
Fin qui i termini dell'iniziativa condotta da Ferrara. Una obiezione di fondo che a essa si può fare riguarda, per dirla ancora con Della Vedova, l'indifferentismo etico dal quale essa parte. Si mettono sullo stesso piano l'omicidio e l'aborto, il ricorso alla diagnosi prenatale, e verrebbe da equiparare ad essa la diagnosi pre-impianto, all'eugenetica. Se questo trova riscontro nelle legittime posizioni della Chiesa cattolica, che mette sullo stesso piano omicidio, infanticidio, aborto e uso del preservativo, non è accettabile sul piano politico. La politica è chiamata, che piaccia o no, a stabilire una gerarchia tra i diritti in gioco, a trattare con pragmatismo il tema dell'aborto contestualizzandolo all'interno del tessuto sociale e delle effettive circostanze nelle quali esso ha luogo, a non fare una pericolosa confusione.
La politica ha l'obbligo della tutela dei diritti umani. In Cina i metodi di controllo demografico, che consentono un solo figlio per coppia, hanno provocato l'accrescimento del ricorso all'aborto selettivo. Il 12% delle gravidanze di feti di sesso femminile termina con l'aborto. In India sono stati addirittura proibiti i test per determinare il sesso del nascituro per arginare il fenomeno dell'aborto clandestino. La tutela dei diritti umani impone in quei Paesi un intervento volto a combattere questo fenomeno che ha assunto proporzioni tali da portare alla aberrante non nascita di 200 milioni di bambine.
In ex-Jugoslavia, in Ruanda, in Darfur lo stupro etnico è stato un'arma perché le donne partorissero il figlio del nemico. Quali argomenti si possono offrire ad una donna che in un caso del genere, o anche in una situazione di “semplice” violenza sessuale decide di interrompere la gravidanza? In molti Paesi dove l'aborto non è legale le donne che decidono di ricorrervi rischiano, oltre che la propria salute, anche l'imprigionamento o altre sanzioni penali. La tutela dei diritti umani impone che sia garantita loro la possibilità di abortire avendo accesso a trattamenti medici adeguati e non rischiando la propria libertà.
Il ricorso alla moratoria (anche tecnicamente e terminologicamente impropria) assimilerebbe casi diversissimi come questi. Va inoltre ribadito con forza che la tutela dei diritti umani impone che in tutto il mondo si contrasti il ricorso all'aborto. Lo si faccia con la prevenzione e la contraccezione , con misure legislative ed educative.
Venendo al dibattito nostrano si ha molto spesso la sgradevole sensazione che si preferisca parlare dei massimi sistemi piuttosto che occuparsi di cose concrete. Paola Liberapace su Ideazione parla dell'esigenza di una moratoria per la maternità riferendosi al fatto che uno dei primi passi per scoraggiare l'aborto sarebbe un vero sostegno alla genitorialità. Secondo un'indagine Isfol (Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori) confermata da Il Sole 24 ore, la maternità rappresenta ancora la causa principale di abbandono del posto di lavoro e, al contrario di quanto si afferma in linea di principio, si fa molto poco, rispetto ad altri paesi europei, per quelle politiche per la famiglia volte a rafforzare in particolare il reddito delle madri singole e a mettere a disposizione delle coppie, servizi e incentivi economici a favore della natalità.
La legge 194/1978 mette in evidenza sin dalla sua rubrica (Norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza) la stretta correlazione che deve esserci tra le politiche di disincentivo all'aborto e la sua legalizzazione che scongiura la piaga degli aborti clandestini e offre imprescindibili garanzie di tutela della salute delle donne. Norberto Bobbio in quella stessa intervista che citavo più in alto definisce la 194 come una legge in grado di risolvere un problema umanamente e socialmente rilevante.
A 30 anni dalla sua introduzione gli aborti si sono ridotti del 45% e il tasso di abortività è passato dalle 16,9 interruzioni su 1000 donne del 1983 alle 9,6 di oggi. Uno dei tassi più bassi al mondo. Il 25,9% delle donne che in media annualmente effettua una interruzione di gravidanza nel nostro Paese è rappresentato da immigrate e, considerando che l'aborto clandestino ormai riguarda solo questa fascia della popolazione, vi è l'esigenza di una tutela sociale mirata.
Per quanto riguarda l'attività di prevenzione e sostegno alla genitorialità svolta dai consultori essa viene presa a modello dalla Organizzazione mondiale della sanità, nonostante la fatiscenza delle strutture in cui molto spesso sono costretti ad operare e l'utilizzo di personale precario.
Dai dati quindi emerge che l'applicazione della legge 194 ha dato finora buoni risultati. Certo non si possono nascondere alcuni cedimenti come la tendenza da parte di alcuni assessorati regionali alla Sanità o, addirittura, da parte di singoli ospedali ad applicarla autonomamente. L'applicazione della legge senza linee guida nazionali ha portato ad esempio a casi di non corretta sperimentazione della pillola abortiva Ru486 che, come successo all'ospedale Sant'Anna di Torino, è stata somministrata a donne che poi hanno abortito al di fuori della struttura ospedaliera in aperta violazione della legge stessa. La richiesta che viene da più parti, ad esempio dal coordinatore nazionale di Forza Italia, Bondi, dell'emanazione dei regolamenti attuativi, anche in relazione all'uso dell'aborto farmacologico, contestualmente all'adeguamento della legge alle nuove conoscenze scientifiche e diagnostiche, è un fatto di puro buon senso.
E solo di buon senso ha bisogno il dibattito sull'aborto innescato dalla proposta di moratoria lanciata da Giuliano Ferrara. Di buon senso e di pluralismo al di là di quel furore ideologico che sembra imperante.

venerdì 28 dicembre 2007

Pechino 2008 e i diritti umani

Il tema scelto dal governo cinese per le Olimpiadi di Pechino 2008 è riassunto nello slogan One world, one dream – Un solo mondo, un solo sogno. Uno slogan a cui 37 intellettuali e attivisti cinesi hanno aggiunto un'essenziale postilla: Un solo mondo, un solo sogno e diritti umani universali. Nella lettera aperta indirizzata ai leader cinesi e del mondo e a tutti coloro che hanno a cuore la causa del rispetto dei diritti umani, attivisti democratici, scrittori, giornalisti, rappresentanti del mondo accademico hanno esortato al rispetto dei principi fondamentali dello spirito olimpico, alla promozione di una società pacifica che ha cura della salvaguardia della dignità umana come previsto dal preambolo della Carta Olimpica.
La lettera, diffusa l'8 agosto 2007, ad un anno esatto dall'inizio dei Giochi, è, oltre che un appello, un atto denuncia contro lo stato del rispetto dei diritti umani nella Repubblica Popolare Cinese in vista delle Olimpiadi. Quando nel 2001 Kiu Jingmin, vicepresidente del Comitato promotore di Pechino 2008, avanzò la candidatura del suo Paese ad ospitare i Giochi, disse di fronte al Comitato olimpico internazionale (Cio) che l'assegnazione delle Olimpiadi a Pechino avrebbe aiutato lo sviluppo dei diritti umani. A otto mesi dall'inizio dell'evento molto poco è stato fatto perché quell'impegno venisse rispettato.
Non solo i 37 intellettuali e attivisti cinesi ma anche il Parlamento Europeo e Amnesty International chiedono al Cio di intervenire perché il governo cinese assicuri progressi sulle riforme per i diritti umani. L'impotenza e l'effettivo scarso impegno del Comitato olimpico da un lato, l'ulteriore abbassamento del livello di rispetto dei diritti legato proprio ai lavori per le Olimpiadi a fronte di qualche timida concessione dall'altro, dipingono uno scenario tutt'altro che confortante.
Molti attivisti continuano a subire intimidazioni, sorveglianze invadenti anche nei confronti delle loro famiglie, arresti arbitrari e torture. La polizia ha ampi margini di discrezionalità nelle proprie operazioni, dall'intercettazione e l'arresto di dimostranti che cercano di giungere a Pechino per lamentarsi della cattiva condotta dei rappresentanti dei governi locali, fino all'applicazione di forme di detenzione senza processo e senza garanzie giudiziarie come la rieducazione attraverso il lavoro, la riabilitazione forzata dalla droga e la custodia educativa tutti metodi che, ben lontani dal rispettare gli standard internazionali sui diritti umani, sono volti a ripulire Pechino prima delle Olimpiadi da tossicodipendenti, piccoli criminali e senza tetto.
Un discorso a parte merita la questione della pena di morte. All'indomani dell'approvazione della moratoria da parte dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, è utile ricordare che la Cina applica da sola il 63% delle esecuzioni mondiali per un totale di circa 8000 all'anno. Dall'inizio del 2007 l'approvazione di tutte le condanne a morte è demandata alla Corte suprema del popolo, questo dovrebbe ridurne il numero del 20 – 30% ma, a causa della mancanza di statistiche nazionali ufficiali, potrebbe essere impossibile determinare gli effetti reali di questa decisione.
Attualmente in Cina i crimini punibili con la morte sono 68 e tra essi vi sono anche reati come l'evasione fiscale, la corruzione e il traffico di droga. L'uso della tortura per estorcere le confessioni ha determinato l'uccisione di molti innocenti, emblematico è il caso di Teng Xingshan messo a morte nel 1989 per l'omicidio della moglie ricomparsa poi nel 2005.
Un risvolto inquietante dell'applicazione della pena di morte riguarda il trapianto (e il traffico) di organi. La maggior parte degli organi trapiantati in Cina proviene da condannati alla pena capitale.
Del modello cinese di repressione sul web ho già parlato in passato. La sua efficienza è migliorata ancora nelle settimane precedenti il 17° congresso del Partito comunista cinese tenutosi in ottobre e non allenterà la sua morsa di qui alle Olimpiadi. Sono almeno 30 i giornalisti e 50 i cyberdissidenti attualmente in carcere, il governo ha realizzato colossali investimenti per attuare un controllo capillare dei blog e dei siti internet di informazione. I programmi di una decina di radio internazionali che trasmettevano in cinese, tibetano e in uinghur (una lingua parlata nel nord-ovest del Paese) sono stati recentemente bloccati.
Le nuove regole valide per i giornalisti stranieri dal 1° gennaio di quest'anno fino al 17 ottobre 2008 prevedono che essi possano circolare per il Paese (fatta eccezione per il Tibet e per le zone di confine dello Xinjiang, fortemente militarizzate) senza più bisogno del permesso delle autorità locali. Tuttavia gli ottomila giornalisti accreditati a seguire i Giochi subiranno una sorta di schedatura preventiva. Il governo infatti sta preparando un database consultabile da chiunque entri in contatto con i giornalisti e che verosimilmente conterrà, oltre a dati e notizie professionali, giudizi sul loro operato e sulla loro “pericolosità” redatti dagli uffici centrali di censura.
C'è da considerare inoltre che, se nei confronti della stampa estera si registra almeno un'apparente apertura, gli organi di informazione cinese sono vittime di un ulteriore inasprimento dei controlli: non possono diffondere notizie delle agenzie di stampa straniere e collaborare con giornalisti non cinesi, devono ottenere l'autorizzazione prima di trattare argomenti sensibili come la corruzione giudiziaria, le campagne a favore dei diritti umani o le vicende riguardanti determinati eventi storici.
La costruzione delle strutture e dei siti olimpici ha aperto un nuovo fronte di violazione dei diritti. Crescono infatti le vittime di espropri e trasferimenti forzati a cui non solo non vengono riconosciuti indennizzi equi, ma che rischiano di essere imprigionati per la resistenza a questi atti.
Gli operai dei cantieri olimpici sono costretti a subire ritmi di lavoro massacranti in una situazione di sicurezza precaria e senza che sia riconosciuto loro il diritto di organizzarsi in sindacato. La situazione peggiora anche in termini salariali se la manodopera proviene dalle campagne.
Da più parti è stata richiesta la costituzione di un comitato indipendente che verifichi l'uso del denaro pubblico e persegua sprechi e corruzioni legati ai progetti dei siti olimpici. Per ora a questa richiesta non è giunta nessuna risposta.
L'appuntamento iridato avrebbe potuto rappresentare anche un'occasione di miglioramento della situazione del Tibet occupato dalla Cina dal 1951 e nel quale viene perpetrato, per usare le parole del Dalai Lama, una volta anche guida politica oggi solo spirituale dello Stato, un genocidio culturale.
Vincent Metten, direttore della politica Ue per la campagna internazionale per il Tibet, afferma che i Giochi sono finora stati utilizzati dalla Cina come ulteriore strumento di repressione nella regione, inoltre il Cio ha rifiutato la partecipazione del team Tibet (una squadra di atleti tibetani che voleva partecipare a Pechino 2008 con i colori del proprio paese) alle Olimpiadi evidentemente per non irritare il governo cinese. E di atti compiuti per non irritare la Cina noi in Italia ne sappiamo qualcosa, dato che nessun esponente del nostro governo ha voluto incontrare ufficialmente il Dalai Lama al contrario di quanto accaduto negli USA, in Canada, in Austria e in Germania dove i rispettivi Capi di Stato o di governo hanno incontrato Tenzin Gyatso anche per lanciare un messaggio contro l'atteggiamento della Cina in vista delle Olimpiadi, senza pavidità o subalternità di sorta.
Allo stato il miglioramento della situazione dei diritti umani in Cina non sembra sarà quell'eredità duratura che molti si aspettavano come lascito delle Olimpiadi, questo, unitamente al fatto che il governo cinese in politica estera ha un ruolo non secondario nel genocidio in Darfur e nel sostegno economico della giunta birmana, solo per citare due esempi particolarmente eclatanti delle gravi responsabilità del Paese, fa affiorare un paio di domande. Era proprio necessario affidare l'organizzazione dei Giochi olimpici del 2008 alla Cina? Non si poteva fare come con il Sudafrica dell'apartheid che fu bandito dalle Olimpiadi?

Vi segnalo alcuni siti sull'argomento:

mercoledì 10 ottobre 2007

I cristiani sono in pericolo

Rami Ayyad aveva 32 anni, era cristiano di culto evangelico e viveva a Gaza con sua moglie e i suoi due figli, un terzo in arrivo. Dirigeva una libreria della Società biblica palestinese. Sabato scorso è stato rapito fuori dal suo negozio. Lo hanno trovato dopo ore nelle vicinanze di una moschea di Gaza con due colpi in testa e il corpo martoriato dalle coltellate.
Già in aprile, mentre infuriava lo scontro tra Hamas e Fatah, la libreria era stata colpita da una bomba. L’attacco fu rivendicato dalla Spada dell’Islam, un nuovo gruppo di matrice salafita che si dice vicino ad Al-Qaeda. Da allora Ayyad era sotto protezione ma sabato, all’ora della chiusura, è rimasto solo e i suoi assassini ne hanno approfittato.
Da quando Hamas è al potere nella Striscia di Gaza la vita per i 3.200 cristiani, tra loro gli evangelici non superano i 200, è notevolmente peggiorata. Durante gli scontri di giugno una scuola e un convento guidati da suore cattoliche furono saccheggiati e dati alle fiamme, nello stesso periodo lo sceicco Abu Saqer, leader di Jihadia Salafiya, movimento di beneficenza attivo nella Striscia, aveva proclamato che i cristiani a Gaza sarebbero stati sicuri solo dopo aver accettato la legge islamica.
Rami Ayyad è l’ennesimo simbolo del moderno martirio che i cristiani subiscono nel mondo nella quasi totale indifferenza. Per rimanere al Medio Oriente, dalla prima guerra mondiale ad oggi sono circa 10 milioni i cristiani che sono stati costretti ad emigrare, in molti Paesi musulmani, si prenda ad esempio l’Arabia Saudita, la fede cristiana è vietata per legge, basta possedere una Bibbia per incorrere in pene severissime, anche in Iraq la situazione si sta facendo sempre più pesante. In Cina la Chiesa, sia ufficiale sia clandestina, cresce impercettibilmente nonostante la ferrea politica religiosa esercitata dal governo. In Sudan, in Nigeria o in Somalia i regimi islamici perseguitano le minoranze religiose in nome dell’opposizione politica. Gli scontri tra le varie formazioni guerrigliere in Colombia hanno provocato in questi anni un numero altissimo di vittime tra vescovi, sacerdoti e laici missionari.
Ma il caso più emblematico resta quello dei Montagnard. In un contesto molto difficile come quello vietnamita nel quale la libertà religiosa è sottoposta a pesanti restrizioni che vanno dalla confisca delle proprietà ecclesiastiche, alla restrizione della libertà di organizzazione, al controllo delle nomine dei vescovi e delle ordinazioni sacerdotali e a cui pure la Chiesa vietnamita cerca di resistere, la storia dei Montagnard è quella di un vero e proprio genocidio. I Montagnard appartengono all’etnia mongolo-tibetana e malese-polinesiana indigena del sud-est asiatico e occupano i territori montuosi del sud del Vietnam (da qui il nome Montagnard attribuito loro nell’Indocina francese) dove sono stati relegati dapprima dalla spinta dell’etnia prevalente vietnamita e poi, negli anni settanta, dall’oppressione del regime comunista nel Nord del Paese. Durante la guerra in Vietnam (1963-1975) i vietnamiti cattolici e i Montagnard si schierarono al fianco dei governi sostenuti dagli Stati Uniti. Quando nel 1975 il Vietnam del Sud fu sconfitto, i comunisti inaugurarono una stagione di eccidi tra cui quello dei Montagnard i quali non solo erano stati filoamericani ma erano anche una minoranza etnica e perdipiù di religione cristiana. In più di trent’anni si è assistito alla loro decimazione e alla occupazione progressiva delle loro terre senza che nessuno, se si escludono i missionari cattolici e protestanti che nei territori dei Montagnard hanno aperto scuole e ospedali a rischio della propria vita, e il Partito Radicale transnazionale, si accorgesse di questa persecuzione anticristiana, nell’intima convinzione, invalsa in Europa, che bisognava e bisogna ancora guardare ai comunisti vietnamiti, qualunque aberrazione compiano, come a coloro che liberarono il Vietnam dall’imperialismo americano.
Se quella dei Montagnard è una storia dimenticata è difficile non ricordare i casi di ordinario sacrificio dei cristiani negli ultimi anni dal rapimento di Padre Giancarlo Bossi a giugno nelle Filippine, all’uccisione del sacerdote cattolico caldeo Padre Ragheed Ganni in estate in Iraq, all’uccisione di Don Andrea Santoro e dei cristiani che lavoravano nella casa editrice biblica nella democratica e civile Turchia, fino alle persecuzioni dei cristiani ortodossi in Kosovo poco più di un anno fa.
Un importante punto di vista sulla condizione dei cristiani nel mondo ci è dato dall’ associazione Aiuto alla Chiesa che soffre che ogni anno, tranne questo per via di carenza di fondi (meno di 50 mila euro…), per fortuna risolta per i prossimi anni, stila un rapporto sulla libertà religiosa in ogni paese del mondo indicandone dati statistici, analisi legislative parametri economici. Inoltre, dopo la manifestazione Salviamo i cristiani, promossa da Magdi Allam e tenutasi a Roma il 4 luglio scorso nei giorni della prigionia di Padre Bossi, è stata lanciata l’idea di costituire un osservatorio per tutelare la presenza dei cristiani nei paesi più a rischio.
Iniziative come queste a difesa della libertà religiosa sono fondamentali per la diffusione e il radicamento della democrazia: non esiste libertà politica e civile se non c’è libertà religiosa. Questo i cristiani lo hanno capito da tempo e tendono a propagarlo ovunque pagando prezzi altissimi.

Per saperne di più sui temi trattati in questo post puoi consultare:

il sito della Fondazione Montagnard,

l’approfondimento sul genocidio dei Montagnard pubblicato da Il Domenicale,

il sito dell’associazione Aiuto alla Chiesa che soffre,

alcuni rapporti relativi agli anni scorsi stilati da Aiuto alla Chiesa che soffre.

venerdì 5 ottobre 2007

Birmania: cosa farà adesso la Comunità internazionale?

La Birmania ormai non fa più notizia. Sempre meno servizi nei tg, articoli che scivolano nelle pagine interne dei quotidiani, eppure questo è il momento delle decisioni da parte della Comunità internazionale.
Le cronache di queste ultime ore ci riferiscono di una situazione tutt’altro che pacificata: l’ambasciatrice Usa facente funzioni, Shari Villarosa, ha dichiarato che la popolazione di Rangoon vive nel terrore, la polizia militare nella notte fa irruzione nelle case e preleva persone, gli arresti finora sono stati circa 6.000. I quotidiani britannici parlano di gulag nel nord del Paese, ma pare che anche a Rangoon l’ex sede dell’Istituto di Tecnologia del governo sia stata trasformata in una prigione dove si troverebbero 1.700 detenuti tra cui 500 monaci e 200 donne. Mentre continuano le defezioni all’interno del regime, non è chiaro se la spaccatura tra il generale Than Shwen e il suo vice, più moderato Maung Ave sia da considerarsi insanabile.
Sul fronte diplomatico il Segretario Generale dell’Onu, Ban Ki-Moon parla della missione dell’inviato Ibrahim Gambari definendola come un “non successo”.
Gli Stati Uniti e i 27 membri della Ue avevano chiesto al Consiglio di sicurezza di prendere in considerazione la via delle sanzioni ma Cina e Russia hanno bloccato una risoluzione sull’argomento. Gli Stati Uniti si sono successivamente mossi in autonomia, il Presidente americano Bush ha annunciato l’inasprimento delle sanzioni economiche contro la giunta militare che opprime la Birmania, ha usato il nome originario del Myanmar rimarcando l’ostilità nei confronti del regime, e la decisione del dipartimento del Tesoro di congelare tutti i fondi e di bloccare qualsiasi transazione finanziaria sul territorio degli Stati Uniti per 14 membri della giunta.
L'Unione europea, dal canto suo, ha chiesto al Consiglio per i Diritti umani dell'Onu, riunito a Ginevra, di «condannare con forza» il governo della Birmania. La Francia, alle prese con il caso Total (il gruppo petrolifero è stato messo sotto accusa dalla magistratura belga, dopo la denuncia presentata da alcuni rifugiati birmani nel 2002, per complicità in crimini contro l’umanità. Avrebbe utilizzato manodopera forzata fornita dalla giunta militare per la costruzione di un gasdotto) resta tra i più fermi sostenitori delle sanzioni. Il Ministro degli Esteri Bernard Kouchner precisa che se venisse deciso di applicarle la Total non ne verrebbe esclusa. L’Ue punta soprattutto ad un intervento nei confronti dei paesi asiatici, tra i maggiori partner commerciali del Myanmar, perché accettino di imporre le sanzioni, solo così le pressioni internazionali avrebbero una qualche efficacia, ma il quadro degli intrecci economici e geopolitici è in questa regione quanto mai complicato.
Prendiamo in considerazione la Cina. La Birmania svolge nei suoi confronti un ruolo ancillare sia sul piano economico sia su quello militare. Il nord del Paese è controllato commercialmente dai Cinesi. La Birmania ha nel proprio sottosuolo il 10% delle risorse mondiali di gas naturale in una regione notoriamente povera di fonti energetiche, le compagnie cinesi hanno ricevuto dal governo birmano quasi tutte le concessioni per lo sfruttamento di gas e petrolio. Dal punto di vista militare l’alleanza tra Cina e Birmania si è andata sempre più rafforzando, la giunta ha ceduto a Pechino l’isola di Coco, nell’Oceano Indiano, sulla quale verrà installato un presidio militare per estendere la sua influenza sul golfo del Bengali. La Cina assieme all’India è il primo fornitore di armi dell’esercito birmano.
La Thailandia compra dalla Birmania più di un miliardo di dollari all’anno di gas naturale, l’India, che tollera mal volentieri le ingerenze cinesi, ha firmato recentemente un contratto per la costruzione di un gasdotto per importare il gas birmano via Bangladesh, Singapore importa sabbia, cemento e altri materiali per l’edilizia.
L’altra potenza che si è opposta in sede di Consiglio di sicurezza dell’Onu alle sanzioni è la Russia. I fattori che giocano in questo caso non sono solo quelli economici, che pure esistono, (la società russa Zarubezhneft Oil Company ha ottenuto l’esclusiva per la ricerca e lo sfruttamento delle riserve birmane offshore e, lo scorso maggio, Russia e Myanmar hanno sottoscritto un accordo di cooperazione nucleare) ma anche di tipo geopolitico. Il mancato appoggio alle sanzioni contro il Myanmar è solo l’ultima dimostrazione in ordine di tempo della volontà di creare un asse russo-cinese che punta a fare dell’Asia il nuovo centro per gli equilibri globali. L’atteggiamento ambiguo della Russia avalla il proposito della Cina di garantire l’impunità ai preziosi generali birmani e riapre la questione del rispetto dei diritti umani anche in vista delle Olimpiadi del 2008. In realtà c’è chi pensa che la “non ingerenza” di Cina e Russia, con gradazioni diverse, risponda anche ad una sorta di immedesimazione con l’atteggiamento repressivo della giunta birmana, si pensi al Tibet o alle scelte autoritarie messe in atto in Georgia o peggio in Cecenia.
La strada delle sanzioni economiche e commerciali sembra dunque in salita e comunque, a queste condizioni, priva di reale efficacia proprio perché, per dirla con Bernard-Henri Lévy, le sanzioni sono inutili se una parte del mondo le applica e l’altra ne approfitta. Eppure nel caso della Birmania l’applicazione unanimemente o a grande maggioranza condivisa delle sanzioni indebolirebbe senza dubbio la giunta militare al potere unica beneficiaria dei proventi dell’economia dato che il 75% della popolazione vive attualmente di agricoltura schiacciata e affamata dalla dittatura.
Il ruolo degli Stati Uniti e dell’Unione europea è quello proseguire con fermezza nei propositi sanzionatori e di fare pressione sugli amici e sui sostenitori economici dei generali birmani. Sempre Lévy suggerisce che le Olimpiadi sarebbero un ottimo argomento. La speranza, come si dice, è l’ultima a morire ma su questo terreno esprimo sommessamente il mio pessimismo.

Segnalo a margine un post del blog TAGLIO BASSO su Olimpiadi e diritti umani.

mercoledì 3 ottobre 2007

Birmania, dove la ferocia la chiamano pace e sviluppo

Il simbolo della dittatura militare birmana è la sua nuova capitale Naypyidaw, un tetro villaggio situato in un territorio montagnoso nel bel mezzo della giungla a 350 km a nord di Rangoon, lontano dalle principali direttrici di transito trasformata in una fortezza per il Consiglio statale per la pace e lo sviluppo (questo il nome ufficiale, decisamente orwelliano, della giunta militare) completamente separata dal resto del Paese.
Per capire un po’ meglio quello che è successo in questo ultimo mese e mezzo in Birmania non si può non fare riferimento alla sua travagliata storia e soprattutto agli ultimi 45 anni di regime.
Alla fine del 1800 la Birmania è annessa all’impero anglo-indiano per poi raggiungere l’indipendenza, parallelamente all’India e al Pakistan, nel 1938. Durante la seconda guerra mondiale il Paese ricade sotto l’nfluenza del Giappone che tuttavia riesce a conservare il sostegno politico dei birmani solo per un breve periodo. La difficile strada per la democrazia inizia con un massacro quando, il 19 luglio 1947, il gabinetto provvisorio che si prepara a guidare l’Unione Birmana viene abbattuto. Tra le vittime anche il generale Aung San padre di Suu Kyi leader della Lega per la democrazia e premio nobel per la pace. I sospetti su chi fosse il mandante sono sempre ricaduti sul futuro dittatore Ne Win. U Nu diventa primo ministro e deve fronteggiare una situazione caratterizzata da continue ribellioni e rivendicazioni di indipendenza. La fragile esperienza della democrazia viene troncata dal colpo di stato del generale Ne Win che tenta la via birmana al socialismo mediante una dittatura spietata.
Si stabilisce un sistema monopartitico con il Partito del programma socialista in Birmania, commercio e industria vengono nazionalizzati. Sotto la dittatura di Ne Win il Paese si isola completamente dal resto del mondo e i suoi abitanti vengono privati delle libertà basilari. L’esercito continua a ricevere rinforzi e armi a scapito della sanità e dell’istruzione, l’autarchia e la nazionalizzazione causano una vastissima economia clandestina nella quale ha un ruolo centrale il traffico di droga e di armi. Nell’aprile del 1974 il generale Ne Win si ritira formalmente pur continuando ad esercitare il proprio potere mediante il Partito.
Negli anni ottanta si registra una crescita economica dovuta a timide aperture verso l’esterno, ma verso la fine del decennio una brusca svalutazione della moneta locale, il Kyat, finisce per rovinare gran parte dei risparmiatori birmani. Questa volta la gente non subisce, l’8 agosto del 1988 prendono il via gigantesche e pacifiche manifestazioni di piazza per protestare contro 26 anni di dittatura militare e contro la sua politica economica. La repressione è immediata e violentissima, in sei settimane di scontri l’esercito apre più volte il fuoco sulla folla inerme. Tra i caduti durante le dimostrazioni e quelli prelevati dalle loro abitazioni e uccisi nei giorni seguenti, i morti sono circa 3000.
Dopo la sanguinosa rivolta del 1988, un nuovo colpo di stato, forse ispirato dallo stesso Ne Win, porta al potere il generale Saw Maung che dopo aver cambiato il nome della Birmania in Myanmar promette di indire le elezioni che si tengono il 27 maggio del 1990. La lega nazionale per la Democrazia di Aung San Suu Kyi ottiene una vittoria schiacciante con oltre l’80% dei voti, nonostante tutti i provvedimenti preventivi adottati dal governo. La giunta ignora i risultati, Suu Kyi, che nel 1991 verrà insignita del premio Nobel per la pace, rimane agli arresti domiciliari, l’opposizione è decimata, le ribellioni etniche schiacciate con le armi. Il 24 aprile 1992 il potere passa al generale Than Shwe, capo del Consiglio di stato per il ripristino della legge e dell'ordine, l'unico partito legale.
Le sanzioni economiche imposte dalla comunità internazionale in questi anni non hanno inciso sulla situazione di oppressione e il livello di violazione dei diritti umani (detenzione di prigionieri politici, lavoro forzato e riduzione in schiavitù, repressione delle minoranze etniche). L’effetto delle sanzioni è vanificato anche dai proficui rapporti economici che la Birmania intrattiene in particolare con la Cina, diventata il primo partner commerciale, e con l’India.
I fatti di questi ultimi giorni sono tristemente noti a tutti. Il 15 agosto, senza alcun preavviso, la giunta stabilisce il raddoppio del prezzo del diesel, la quintuplicazione del costo del gas naturale e l’aumento del prezzo di molti generi di prima necessità. La protesta, nei primi tempi perlopiù civile, attira l’attenzione internazionale quando il 18 settembre scendono in piazza migliaia di monaci buddisti facendola crescere in maniera esponenziale. Il regime ha risposto con la consueta violenza, sparando sulla folla. Secondo il governo i morti sono stati solo una decina ma in realtà si parla di un bilancio provvisorio e per difetto di 200 morti. La repressione va avanti soprattutto durante la notte mentre di giorno la parvenza è quella di un paese pacificato. I monasteri sono controllati dai militari, nel corso delle proteste circa un migliaio di religiosi sono stati arrestati e incarcerati, giornalisti birmani esuli in Thailandia parlano di ritorsioni e torture.
Ieri si è conclusa la missione dell’inviato dell’Onu Ibrahim Gambari che ha incontrato la leader dell’opposizione Suu Kyi e il generale Than Shwe. Mentre si registra una spaccatura in seno alla giunta militare tra Shwe e il suo vice, il generale Maung Ave, dovuta alla gestione della crisi, la comunità internazionale si appresta a mettere a punto un nuovo pacchetto di sanzioni economiche ma anche qui il fronte risulta essere tutt’altro che compatto.

lunedì 10 settembre 2007

Il cyberbavaglio

Prendiamo ad esempio il caso della Cina. Negli ultimi anni internet ha concesso ai cittadini cinesi inaspettati spazi di libertà di espressione e di dissenso nei confronti del regime a cui esso ha risposto con particolare fermezza.
Shi Tao è un giornalista condannato a dieci anni di carcere per aver diffuso attraverso Internet una circolare dell’ Ufficio per la propaganda del Partito comunista, con la quale si ordinava ai giornalisti di non affrontare alcuni argomenti «scomodi». Yahoo! È responsabile di aver informato il governo di Pechino dell’accaduto.
Pochi giorni fa l’organizzazione non governativa Reporters sans Frontieres ha lanciato l’allarme per una nuova ondata di repressione e di censura dopo l’approvazione del cosiddetto "Codice di condotta", elaborato dalla Internet Society of China (ISC), un organismo semiufficiale vicino al Partito Comunista Cinese, che impegna a non diffondere notizie false o illegali e a promuovere l’uso del vero nome da parte dei blogger. L’accordo, che coinvolge Microsoft e Yahoo!, segna una seria restrizione alla libertà della blogosfera cinese. In concomitanza con l’emissione del codice, 60 persone sono state arrestate nel nord-est della Cina proprio con l'accusa di aver diffuso notizie false usando internet o gli sms. Tutto ciò per non turbare il “clima armonioso” che deve circondare la celebrazione del 17° congresso del Partito comunista che dovrebbe tenersi in ottobre.
Sono sempre notizie recenti il divieto dell’apertura di nuovi internet cafè e il possibile oscuramento di Flickr.com, il popolare sito di foto-sharing di Yahoo!, dopo la diffusione di alcune immagini dei massacri di piazza Tiananmen.
La Cina ha lanciato un vero e proprio modello di repressione che si basa sulla collaborazione tra governi e corporation informatiche. Ad essere sul banco d’accusa, oltre a Yahoo! e Microsoft sono anche Sun Microsystems, Nortel Networks, Cisco Systems e Google che, senza molta considerazione della loro mission di potenziamento della conoscenza e della libertà di espressione di cui fanno vanto in Occidente e trincerandosi dietro il rispetto delle leggi locali e la sicurezza dei dipendenti, non hanno perso l’occasione di fare ottimi affari con il controllo delle attività svolte su Internet e con la delazione.
Cinque anni fa erano solo quelli di un ristretto numero di paesi, ora alcune dozzine, i governi che ricorrono al cyberbavaglio. Secondo Open Net Initiative (un’organizzazione anglo-canadese nata per studiare le forme di controllo, analizzare i flitri utilizzati e i sistemi di monitoraggio delle informazioni che viaggiano in rete) dall’India al Marocco, dallo Yemen alla Corea del Sud, dall’Etiopia al Vietnam, dall’Iran alle Maldive fino Cuba, sono almeno 25 gli stati che applicano raffinati sistemi di filtraggio. I software, nella maggior parte dei casi, vengono prodotti negli Stati Uniti e poi rivenduti agli organismi governativi. Il copione è lo stesso visto in Cina: utenti di internet arrestati, internet café chiusi, siti oscurati, blog cancellati, monitoraggio ossessivo delle chat, restrizioni all’accesso ai motori di ricerca o a Wikipedia, notizie dall’estero censurate. Nel mirino non ci sono solo i contenuti, ma anche gli applicativi che permettono la condivisione di risorse (di recente in Thailandia sono stati bloccati Skype e YouTube).
Le associazioni per i diritti umani di fronte alla diffusione di strumenti repressivi di questo tipo non si sono limitate alla denuncia ma hanno attivato una serie di mezzi volti ad aggirare, per quanto possibile, i divieti e le imposizioni dei governi utilizzando l’aspetto di mutua collaborazione, filosofia di base della rete: manuali di sopravvivenza per blogger, software alternativi (come FlickrAccess, un’estensione per Firefox che consente di aggirare i filtri in Iran e Cina), librerie on-line (come la coraggiosa Kotobarabia, prima libreria mediorientale on-line a diffondere letteratura proibita).
E poi c’è Irrepressible.info, la campagna lanciata da Amnesty International che invita chiunque possieda un blog o un sito web a ripubblicare frammenti di materiale censurato mediante un badge che avverte: “Qualcuno non vorrebbe vedere pubblicato questo…”. Amnesty invita anche a firmare l’appello sul sito www.irrepressible.info per sollecitare tutti i governi e le aziende a rispettare la libertà su internet.
Amnesty International con irrepressible.info vuole difendere la libertà di espressione e di informazione sulla rete in sé ma anche porre l’accento sul fatto che la rete è uno straordinario mezzo per la diffusione delle informazioni sui diritti umani violati. Mettere il silenziatore alla rete non significa solo calpestare la libertà di informazione ed espressione ma anche ridurre drasticamente la possibilità che il mondo conosca qual è il livello di violazione dei diritti umani in alcuni Paesi.
Sicuramente questo non potrà impedire ai governi antidemocratici di continuare a controllare i propri cittadini, di vietare loro l’accesso alle informazioni, di cancellarne gli scritti, di arrestarli ma almeno le loro parole scomode potranno continuare a circolare e si potrà, attraverso le firme, dimostrare che il mondo di internet è a conoscenza del problema e si mobilita.
365 Aderisce alla campagna irrepressible.info.