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mercoledì 22 aprile 2009

La verità di Katyn nascosta dalla storia, nascosta nei cinema

Il capolavoro che racconta dei 22 mila ufficiali polacchi massacrati nella foresta di Katyn dai sovietici è arrivato finalmente in Italia ma a proiettarlo è solo lo 0,18% delle sale

Ho avuto la fortuna di vedere Katyn lunedì sera a Santo Spirito, seduto in fondo alla sala del cinema Piccolo letteralmente gremita. La proiezione è stata voluta dal Centro culturale di Bari e prima che il mio amico Alessandro Crispino mi girasse una mail di uno degli organizzatori, io, come molti, non ne avevo mai sentito parlare.
Katyn è un film del 2007 del regista polacco Andrzej Wajda che racconta uno degli episodi più nascosti ed efferati della Seconda Guerra Mondiale: l'eccidio della foresta di Katyn. Siamo nel 1939 e la Polonia viene invasa ad ovest dalla Germania nazista e ad est dall'Unione Sovietica. Dopo la firma del patto tra Ribentropp e Molotov sulla spartizione del bottino, i Sovietici decidono di eliminare circa 22 mila prigionieri polacchi. Sono i quadri dell'esercito, ufficiali, diplomanti, laureati, la classe dirigente di un popolo cattolico e lontano dal marxismo-leninismo. Vengono portati dal campo di prigionia di Kozielsk alla foresta di Katyn, dove sono freddati con un colpo alla nuca e tumulati in fosse comuni. L'ordine arriva direttamente da Stalin.
Alla scoperta del massacro nel 1943, la propaganda del regime comunista sovietico accusa i tedeschi di averlo compiuto e, nonostante la verità affiori già al processo di Norimberga, dell'eccidio di Katyn non si parlerà più fino alla caduta del muro di Berlino.
Il film è basato su un racconto corale i cui protagonisti sono gli ufficiali uccisi e la loro profonda dignità, il dolore e lo smarrimento delle loro donne e dei commilitoni sopravvissuti, il popolo polacco che dopo essere stato dilaniato dalla guerra deve scegliere se soccombere ai propri carnefici o ribellarsi ad essi. Wajda ricostruisce i fatti con un taglio asciutto e mai retorico così lontano dalle stucchevoli visioni oleografiche a cui tanta fiction ci ha abituato. I dieci minuti finali sono struggenti: con fredda efficienza burocratica gli ufficiali polacchi vengono uccisi uno dopo l'altro, quelli ancora vivi trafitti con la baionetta prima che la ruspa ricopra i corpi di terra. Il sommesso Padre nostro si spegne nello schermo buio e nell'Agnus Dei di Penderecki.
La pellicola, dedicata al padre del regista morto nel massacro, si basa su una rigorosa ricostruzione documentale durata anni. Nel 2008 è arrivata anche la candidatura all'Oscar come miglior film straniero. A detta unanime della critica, Katyn è il miglior film dell'ottantareenne Wajda, che di regie alle spalle ne ha oltre quaranta, e di sicuro è un capolavoro. Eppure a proiettarlo in Italia è solo lo 0,18% delle sale esclusi i cinema parrocchiali e simili, secondo il Giornale, ad averlo visto saremo stati poco più di 20 mila. Di Katyn la stampa praticamente non parla, non se ne occupa la politica. All'estero le cose non vanno meglio: Wajda intervistato da Tempi, uno dei pochissimi giornali che si sono occupati del film, afferma che, nonostante il grande successo di Katyn nel suo Paese, la tv di Stato polacca che ne detiene i diritti, ne impedisce una circolazione dignitosa considerandolo un film scomodo, molti distributori lo hanno acquistato per non farlo vedere. Nonostante un tribunale di Mosca si sia recentemente pronunciato per la riapertura dell'inchiesta sull'eccidio di Katyn chiusa nel 2004, il film in Russia non si può proiettare.
Per quanto ci riguarda, Mario Mazzarotto, amministratore unico della casa indipendente Movimento Film che detiene i diritti di Katyn per l'Italia, parla a Stefano Lorenzetto del Giornale di un clima surreale che circonda questo film. Innanzitutto ci sono voluti due anni per portarlo da noi, dopo essere stato rifiutato alla Mostra del Cinema di Venezia, gli sono stati preclusi i due terzi delle sale più importanti con la giustificazione, da parte di Circuito Cinema (la società che raggruppa vari proprietari che fanno capo alle più importanti case di produzione e distribuzione), che il momento per l'uscita nelle sale non era propizio, troppi film in giro. Ora Medusa si occuperà dell'uscita del Dvd per il noleggio privato, la Rai lo trasmetterà, non può farlo prima di due anni dall'uscita, ma è chiaro Katyn è oggetto di un vero e proprio boicottaggio, un boicottaggio la cui ragione si può riassumere in quattro parole: egemonia culturale della sinistra.
Giampaolo Pansa sul Riformista ha definito Katyn un'opera «bellissima e straziante» aggiungendo che «La sinistra non vuole la verità su quanto è avvenuto sino al 1948. Non la vuole perché la “sua” verità, gonfia di menzogne, l’ha già imposta in tutte le sedi: la cultura, la ricerca storica, i testi scolastici, il cinema». Dal canto suo Mazzarotto parla di una sinistra in rigoroso silenzio e di una sua lettera indirizzata al segretario del Pd a cui Franceschini non ha mai risposto.
L'eccidio di Katyn pare sia dunque un argomento che è meglio continuare a tenere nascosto, forse perché sono ancora vivi gli echi della storia del professor Vincenzo Palmieri. Il direttore dell'Istituto di medicina legale dell'Università di Napoli che negli anni '50 fu costretto a lasciare la sua cattedra a seguito del feroce linciaggio subito da parte dell'Unità e del Partito comunista italiano per aver firmato, per conto della Croce rossa internazionale, la relazione nella quale si affermava che gli ufficiali polacchi delle fosse comuni di Katyn erano stati massacrati dai sovietici. La carriera di Palmieri fu stroncata perché aveva affermato la verità contro la menzogna comunista.
La vicenda del boicottaggio del capolavoro di Andrzej Wajda è la riprova che in Europa e in Italia, al di là delle abiure più o meno convinte, c'è ancora molta strada da fare perché si parli apertamente degli orrori del comunismo reale e perché la memoria di quegli orrori diventi patrimonio di tutti. Katyn è un film che contribuisce in maniera mirabile alla costruzione di quella memoria che parte dalla foresta vicino a Smolensk e arriva fino alle foibe ma che, in ogni caso, resta ancora troppo spesso misconosciuta, troppo spesso nascosta.

martedì 29 aprile 2008

Piccola riflessione postuma sul 25 aprile

Avviando le celebrazioni per il 63° anniversario della Liberazione, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano ha invitato a «raccontare la Resistenza, coltivarne la storia, senza sottacere nulla, smitizzare quel che c'è da smitizzare, ma tenendo fermo un limite invalicabile rispetto a qualsiasi forma di denigrazione o svalutazione di quel moto di riscossa e riscatto nazionale». Parole in linea con le recenti acquisizioni storiografiche, con la descrizione di un movimento resistenziale composito e dagli obiettivi non univoci, con l'idea che in Italia si combatté una vera e propria guerra civile. Parole pienamente sottoscritte da Silvio Berlusconi che ha espresso adesione ai valori del 25 aprile, senza dimenticare i giovani che combatterono a Salò, le Foibe, l'esodo dall'Istria, la caduta del muro di Berlino.
Quanto di edificante è stato detto durante la giornata di venerdì scorso, finisce qui. Il resto è il solito delirio ideologico a cui siamo abituati, fomentato dalla recente sconfitta elettorale delle sinistre e dalla partita dei ballottaggi ancora aperta. Una bieca strumentalizzazione di quella storia che dovrebbe far parte della memoria condivisa del Paese e che invece, ancora una volta, è stata usata per piccoli interessi contingenti.
Addirittura l'Anpi, l'Associazione Nazionale Partigiani, ha chiamato ad una «mobilitazione straordinaria poiché l'Italia sta correndo nuovi pericoli. Emergono sempre più rischi per la tenuta del sistema democratico» (i rischi sarebbero rappresentati dal ritorno al governo del centrodestra che ha vinto in modo schiacciante libere e democratiche elezioni...). All'appello hanno prontamente risposto tutte le sigle partitiche, sindacali e associazionistiche di sinistra non solo. Mario Pirani su Repubblica, riferendosi al non ancora insediato nuovo governo Berlusconi, ha parlato di «una versione edulcorata del fascismo»; il ministro della solidarietà sociale, Ferrero ha invitato a mobilitarsi contro una «destra razzista, che ricorda i movimenti filonazisti degli Anni Venti»; più utilitaristicamente l'ex segretario di Rifondazione comunista, Giordano ha ricordato che «nel giorno della nostra Liberazione non bisogna consegnare Roma alla destra di Alemanno» di cui Valentino Parlato sul Manifesto sostiene di sentire il puzzo...
A Genova è stato fischiato il cardinale Bagnasco, a Roma i fratelli Terracina, ebrei, ex deportati. Su Beppe Grillo a Torino meglio stendere un velo pietoso.
Il campionario delle amenità in cui si è prodotto il mondo politico e culturale della sinistra potrebbe continuare ma credo che la sua arroganza, l'intima convinzione della superiorità, il sostanziale disprezzo per le scelte dell'elettorato che contraddistinguono anche la sua parte più moderata, sia ampiamente dimostrato.
Come in questi giorni è stato rilevato da più parti, i concetti di antifascismo, Resistenza e Liberazione, nel corso degli anni hanno subito una sorta di asservimento ideologico duro a morire. L'antifascismo liberale, quello cattolico o socialista riformista è stato considerato minore da quella stessa storiografia che ha esaltato il ruolo dell'antifascismo comunista, nonostante l'obiettivo di una parte dominante di esso fosse non già l'approdo alla democrazia, ma la sottomissione al modello sovietico. Allo stesso modo la Liberazione ad opera dell'esercito degli Stati Uniti insieme ad alcune armate britanniche e francesi, con il contributo dell'esercito italiano, quasi scompare di fronte alla lotta partigiana comunista. Per non parlare di quello che seguì alla liberazione, della guerra civile, della lunga serie di omicidi di fascisti o presunti tali (verosimilmente circa 20 mila) ad opera di partigiani o sedicenti tali , il ruolo svolto da parte di coloro che aderirono alla Rsi. Di tutto questo per anni si è preferito non parlare e nonostante il clima sia notevolmente cambiato, penso ad esempio ai libri di Pansa, la tentazione di utilizzare, quella che Massimo Teodori definisce una specie di mitologia astorica, a proprio uso e consumo, è ancora forte.
Perché si riducano i rischi di cadere in simili tentazioni, la strada è quella dell'introduzione delle recenti acquisizioni della storiografia scientifica all'interno dei manuali scolastici che, come ricordato da Alessandro Campi, docente di Storia delle dottrine politiche all'Università di Perugia, in una recente intervista al Giornale, formano il senso storico comune di una nazione. Il tema della riscrittura di alcune pagine come quella della Resistenza e della guerra civile italiana è un compito che compete agli storici e non già a qualche commissione parlamentare dal vago sapore sovietico, ai politici e ai loro emissari sarebbe già tanto chiedere di non distruggere con i propri gesti e con le proprie parole quel brandello di memoria storica comune che questo Paese cerca faticosamente di costruire.

venerdì 29 febbraio 2008

Ma cos'è sto PPE?

Oggi dall'auditorium della musica di Roma, Silvio Berlusconi ha presentato il programma del Popolo della libertà: sette missioni per il futuro del Paese messo in ginocchio dalla sinistra. Domani e domenica invece, 10 mila gazebo saranno nelle piazze dei comuni italiani per raccogliere le impressioni e i pareri dei cittadini su alcuni temi inseriti nel programma, dalla sicurezza alle politiche per la famiglia, dal fisco all'economia fino alle infrastrutture. Le sette missioni tracciano un progetto di governo realistico, agile e pragmatico che non promette miracoli e che si incardina nella tradizione liberale del centrodestra italiano che oggi si riconosce nel Popolo della libertà.
In attesa di trattare diffusamente i singoli punti del programma nel corso della campagna elettorale, voglio dedicare questo post alla matrice ideale che ha ispirato quel programma e più in generale l'intero progetto politico del Popolo della libertà: il Partito Popolare europeo, a cui il presidente Berlusconi si è richiamato fin dalla rivoluzione del predellino dicendo che il nuovo partito sarebbe stato il corrispettivo italiano di quella grande famiglia della democrazia e della libertà che è il Partito Popolare europeo.
I partiti e le associazioni che hanno aderito al Popolo della libertà ne fanno una forza composita che, oltre a Forza Italia ed AN, vede l'apporto dell'associazionismo politico di varia estrazione (Circoli della libertà, Circoli del buon governo, Circoli de L'Opinone, Gaylib), di formazioni cattoliche (DCA, Popolari liberali), di partiti di ispirazione socialista (Nuovo PSI, Socialisti riformisti), di partiti di scopo (Pensionati, Italiani nel mondo), di formazioni di destra (Azione sociale, Destra liberale) come di laici e liberali (Riformatori liberali, Liberal democratici, Decidere!, PRI). Un universo che difficilmente potrebbe essere ricondotto al PPE se questo fosse considerato, come spesso ancora accade, solo un raggruppamento di democratici cristiani. In realtà il Partito Popolare europeo già dagli anni '80 è andato perdendo la sua connotazione confessionale per configurarsi sempre più come la forza dei conservatori europei alternativi alla sinistra.
Fin dal giugno 1953 il gruppo dei democratici cristiani in seno alla Comunità europea del carbone e dell'acciaio, riuniva i membri di ispirazione cristiana nominati dai parlamenti nazionali. Il PPE nacque ufficialmente nel 1976 in occasione delle prime elezioni dirette del Parlamento europeo. I partiti fondatori provenivano da Germania, Italia, Francia, Paesi Bassi, Lussemburgo e Irlanda e guardavano più a sinistra che a destra. Solo la Cdu/Csu tedesca ebbe da subito l'intenzione di voler dialogare con tutte le forze conservatrici.
Anche per i destini del Partito Popolare europeo la caduta del muro di Berlino segnò un passaggio epocale. Il cancelliere tedesco Helmut Kohl si fece promotore di uno spostamento sempre più marcato del partito su posizioni moderate, peraltro, già nel corso degli anni '80, erano entrati nel PPE due formazioni non particolarmente legate alla tradizione cristiano democratica, la Nea demokratia greca e il Partido Popular spagnolo.
Nel 1992 l'adesione dei conservatori britannici e danesi, che avevano dato vita in precedenza al Gruppo democratico europeo, segnò il definitivo abbandono del connotato confessionale del partito. Successivamente aderirono anche il centrodestra portoghese, che abbandonava il gruppo liberale, e i giscardiani francesi. L'allargamento dell'Unione del 1995 portò all'ingresso dei partiti conservatori di Svezia e Finlandia, nel 1999 entrò nel PPE anche l'Rpr gollista fino ad allora nel Raggruppamento democratico europeo. Giscardiani e Rpr sono stati sostituiti nel 2002 dall'Ump (Unione per il movimento popolare) il nuovo partito unitario del centrodestra francese. Sempre nel 1999, a sancire anche formalmente l'ampliamento della base ideale del PPE, il cambio di denominazione del gruppo facente capo al partito nel parlamento europeo. Su richiesta dei Tories britannici infatti, il gruppo assunse il nome di Partito Popolare europeo – Democratici europei.
L'allargamento del 2004 ha portato all'ingresso nel partito delle formazioni di centrodestra di Ungheria, Malta, Cipro e dei Paesi baltici. Particolarmente interessante il processo di adesione del Cds-Pp portoghese che, dall'Unione per l'Europa delle Nazioni, è passato al PPE . Il percorso è lo stesso che si propone di compiere Alleanza Nazionale e che sarà di certo accelerato dalla sua adesione al Popolo della libertà.
Dopo l'uscita dal PPE dei democristiani della Margherita e l'ingresso di Forza Italia nel 1999, anche l'Italia si è allineata al contesto europeo che vede nel Partito Popolare la casa dei moderati e dei conservatori europei.
Il Partito Popolare europeo conta oggi 69 partiti membri di 37 stati diversi; ha due organizzazioni giovanili, lo Youth of the European People’s Party (Yepp) e lo European Democrat Students (Eds). Il gruppo PPE-DE è il più numeroso all'interno del Parlamento europeo con 277 deputati di tutti i 27 Paesi membri e di cui i democristiani sono una minoranza.
Questa sommaria panoramica storica non lascia dubbi sulla matrice ideale del Partito Popolare europeo che permette di inserire pienamente la forza moderata, liberale e identitaria del Popolo della libertà al suo interno.

martedì 12 febbraio 2008

Giorno del Ricordo 2008: l'esodo istriano

Le Foibe rappresentano solo una delle ragioni che, tra il 1945 e la fine degli anni '50, spinsero la quasi totalità degli italiani che vivevano nei territori passati sotto il controllo jugoslavo, in particolare in Istria, ad abbandonare la loro terra d'origine. Le stime più attendibili collocano il numero degli esuli giuliano-dalmati tra le 250 mila e le 350 mila unità, si trattò di un fenomeno di sradicamento di un'intera comunità che occupava quelle zone sin da epoca romana e che fu costretta a disperdersi. Infatti solo una parte degli esuli trovò ospitalità in Italia, altri emigrarono in America o in Oceania. La durata dell'esodo è di circa 10 anni e si colloca all'interno di quel più vasto processo che gli storici identificano come semplificazione etnica, dovuta all'affermazione degli stati nazionali in territori misti che distrusse molte delle realtà plurilinguistiche e multiculturali presenti nell'Europa centrale.
Già nel 1944 Zara fu abbandonata a seguito dei bombardamenti anglo-americani. Nell'immediato dopoguerra, nella città di Fiume, stabilmente occupata dagli jugoslavi dalla primavera del 1945, si attuò una politica di espropri, arresti e uccisioni nei confronti degli italiani che portò alle prime partenze di massa nel 1946. Stessa situazione a Pola dove, dopo il 1947, alla partenza delle truppe alleate, le due posizioni presenti tra gli italiani, quella comunista fortemente minoritaria favorevole all'annessione, e quella invece contraria alla soluzione jugoslava, finirono per compattarsi di fronte ai caratteri più nazionali che ideologici che animavano il partito comunista croato. Dopo l'approvazione del trattato di pace, che stabiliva la cessione del capoluogo istriano alla Jugoslavia, gli italiani decisero di abbandonare in blocco la città e vennero evacuati via mare. Più lento ma non meno doloroso fu il processo di svuotamento che interessò l'Istria orientale, meridionale e nord-occidentale.
Il trattato di Parigi, entrato in vigore il 15 settembre 1947, assegnava alla Jugoslavia la quasi totalità della Venezia Giulia ad eccezione della parte meridionale della provincia di Gorizia, che rimase sotto il controllo dell'Italia, e di quella del Territorio libero di Trieste che avrebbe dovuto costituire uno stato autonomo ma che di fatto fu subito diviso in due zone, una zona A (Trieste), amministrata da un governo militare alleato, e una zona B (Capodistria) sotto il controllo jugoslavo. Nel 1954 il memorandum di Londra chiude di fatto la questione confinaria che verrà poi sanzionata nel trattato di Osimo del 1975: la zona A passa definitivamente sotto il controllo dell'Italia, la zona B viene assegnata alla Jugoslavia. Il passaggio definitivo della zona B al controllo di Tito provocò un'accelerazione nei processi migratori al punto tale che, nel giro di un anno dal memorandum, della comunità italiana non ci fu più traccia.
Le Foibe e il disegno di espulsione degli italiani dall'Istria furono parti diverse di un unico progetto di distruzione dell'Italianità che per molto tempo parve non interessare l'Italia. Il trattato di pace, che imponeva al nostro Paese il pagamento di 125 milioni di dollari per l'aggressione del 1941, prevedeva che la Jugoslavia avesse diritto di incamerare l'Istria con tutte le opere pubbliche dello Stato, mentre le proprietà private rimanevano tali. Nonostante questo, a seguito dell'esodo, le proprietà degli esuli istriani vennero requisite, valutate 72 milioni di dollari e portate in detrazione al debito. Gli esuli istriani pagarono per un debito che gravava sull'intera nazione. Il ringraziamento da parte dell'Italia fu esemplare. Il Partito comunista italiano bollò i profughi come fascisti che, solo perché tali, fuggivano dall'ideale comunista che si era concretizzato in Jugoslavia. De Gasperi, al governo con Togliatti, non seppe, forse non poté, fare di meglio che affidare l'ufficio assistenza ai campi profughi del ministero degli interni al sottosegretario Sereni, comunista. La popolazione non riservò accoglienza migliore a quelle che erano viste come altre bocche da sfamare. La dispersione di gran parte degli esuli istriani nel mondo fu quindi una scelta obbligata.
Ancora oggi a parlare di indennizzo per gli esuli è in solitudine il sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza che in occasione del Giorno del Ricordo ha esortato lo Stato ad adottare un provvedimento in questa direzione. Le istituzioni italiane, anche le più alte, dovrebbero sapere che la memoria condivisa di un Paese si costruisce soprattutto mediante atti concreti e non solo con le sacrosante ancorché tardive parole di prammatica.



Così si presentavano i confini tra Italia e Jugoslavia a seguito del memorandum di Londra. Fonte: Millenovecento, mensile di storia contemporanea, n.5 - marzo 2003, pag. 30


Piccola bibliografia:


Amedeo Colella. L'esodo dalle terre adriatiche. Rilevazioni statistiche. Edizioni Opera per Profughi


Cristiana Colummi, Liliana Ferrari, Gianna Nassisi, Germano Trani, Storia di un esodo. Istria 1945-1956, Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione del Friuli Venezia Giulia


a cura di Marina Cataruzza, Marco Dogo, Raoul Pupo, Esodi. Spostamenti forzati di popolazioni nel novecento europeo, Edizioni scientifiche italiane


Raoul Pupo, Gli esodi e la realtà politica del dopoguerra in Storia delle regioni d'Italia. Friuli Venezia Giulia, Einaudi


Da vedere:


La città dolente (1949) diretto da Mario Bonnard

lunedì 11 febbraio 2008

Giorno del Ricordo 2008: la stagione delle Foibe

La rubrica della legge 92 del 2004, istitutiva del Giorno del Ricordo, mette in relazione alcuni eventi sviluppatisi in tempi diversi, con diversa intensità e con maggiore o minore clamore, in ogni caso eventi che disegnano i tratti di una tragedia per molti anni dimenticata o usata strumentalmente, che dovrebbe essere parte di quella memoria storica comune, di quel complesso di valori condiviso che l'Italia fatica ad avere.
Il giudizio sulle Foibe, sull'esodo dei giuliano-dalmati, sull'intera vicenda del confine orientale è stato condizionato per anni dalle pressioni politiche, da una storiografia molto spesso disattenta e superficiale quando non ideologica, da una lettura troppo distante che degli eventi veniva data da italiani e jugoslavi. Secondo questi ultimi, i massacri erano da considerarsi esclusivamente legati alla punizione dei colpevoli fascisti, da parte italiana (da parte dei pochi che avevano il coraggio di parlarne) si vide nelle stragi un tentativo di genocidio nazionale. Per tutti gli anni '70 la storiografia italiana di sinistra si sforzò di giustificare l'inusitata violenza della stagione delle Foibe con l'oppressione fascista subita dalle popolazioni slave, negando del tutto il rapporto tra il massacro degli italiani e l'avvento del nuovo regime in Jugoslavia. Solo dagli anni '80, con Elio Apih prima e Roberto Spazzali, Raoul Pupo e Giampaolo Valdevit poi, si iniziò a porre alla base di quella stagione, non solo lo spontaneismo della violenza di popolo, ma soprattutto il preciso intento politico del movimento di liberazione e rivoluzionario che, mediante una capillare ed organizzata violenza di stato, puntava all'instaurazione di un regime comunista con una forte connotazione nazionale che comprendesse l'intera Venezia Giulia.
Un passo importante verso una rilettura comune di quanto accaduto tra Italia e Slovenia è rappresentato dagli esiti della Commissione bilaterale storico-culturale, costituita nel 1993 all'indomani della dissoluzione della Jugoslavia. La Commissione ha preso in esame l'arco cronologico 1880-1956 (periodo nel quale si verificarono i conflitti più acuti tra italiani e sloveni) e, a proposito della questione delle Foibe del 1945, fa propria la categoria della violenza di stato affermando che il nuovo potere comunista jugoslavo mise a punto un disegno di epurazione preventiva di oppositori reali, potenziali o presunti tali, in funzione della costruzione del nuovo regime.
La stagione delle Foibe si compone di due momenti, il settembre/ottobre 1943 (dopo l'armistizio dell'Italia) e il maggio/giugno 1945 (cacciata dei tedeschi). Essa non comprende solo i massacri di centinaia di militari e civili, in massima parte italiani, gettati all'interno delle profonde voragini naturali ad opera dei partigiani comunisti sloveni e croati ma anche le migliaia di deportazioni, fucilazioni ed esecuzioni sommarie messe in atto anche a distanza di anni.
Il contesto in cui la stagione delle Foibe si inserisce è complesso e affonda le sue radici nelle più o meno antiche conflittualità presenti nelle terre di confine, da quelle di natura socio economica risalenti all'impero austro-ungarico, alla vittoria italiana nella grande guerra che portò il confine nazionale a comprendere aree a popolamento misto, all'antislavismo fascista, fino all'aggressione della Jugoslavia nella primavera del 1941 da parte di Italia, Germania e Ungheria, che portò all'annessione di parte della Slovenia e della Dalmazia al nostro Paese.
Lo Stato fascista, a seguito dell'ampliamento del territorio, non riuscì a controllare le spinte di un movimento di resistenza contro gli occupanti sempre più vasto. Entrambe le formazioni, quella croata in Istria e quella slovena in Venezia Giulia, che lo componevano, erano ad egemonia comunista e saldavano all'obiettivo della lotta ai nazifascisti, quello nazionalista dell'annessione della Venezia Giulia alla nuova Jugoslavia socialista. Fin dal 1942 si assistette ad un crescendo di violenze che diventarono del tutto distruttive dopo l'armistizio dell'8 settembre. In Istria il vuoto di potere lasciato dalle istituzioni italiane venne colmato dal movimento di liberazione croato che proclamò l'annessione della penisola alla Jugoslavia. Chi si opponeva a questo nuovo assetto era considerato traditore e punito di conseguenza. La vaghezza del concetto di traditore provocò ondate repressive indiscriminate nei confronti degli italiani e non solo di quelli appartenenti alla classe dirigente. La strategia di repressione rimandava al modello delle purghe staliniane: a Pisino si celebrarono i processi sommari, le esecuzioni, in genere collettive, e l'occultamento dei cadaveri mediante infoibamento o dispersione in mare delle spoglie raggiunsero ritmi molto alti soprattutto agli inizi di ottobre del 1943 quando, a seguito di un'offensiva tedesca, le autorità furono costrette ad abbandonare l'Istria e vollero farlo lasciandosi dietro il minor numero possibile di testimoni.
Il primo maggio 1945 l'esercito di liberazione jugoslavo riuscì ad occupare l'intera Venezia Giulia salvo abbandonare successivamente Trieste, Gorizia e Pola. L'azione politica e repressiva riprese in maniera assai più coerente e sistematica rispetto agli anni precedenti, si puntò all'azzeramento di quello che rimaneva dell'amministrazione italiana e l'eliminazione del nemico fu tanto capillare quanto brutale. Le truppe di Tito non si limitarono ad uccidere soldati tedeschi e della Rsi ma anche i componenti della Guardia civica di Trieste, un corpo che aveva mansioni di ordine pubblico e che aveva al suo interno esponenti del Cln; i combattenti delle formazioni partigiane italiane non comuniste; alcuni militari del Corpo italiano di liberazione giunti in Venezia Giulia al seguito degli alleati. La logica era quella dell'eliminazione di qualsiasi forza in armi che non fosse agli ordini dell'esercito popolare di liberazione jugoslavo, ma in realtà la repressione guardava principalmente in avanti e puntava alla creazione di un tessuto sociale del tutto favorevole al nuovo assetto politico. L'Ozna, la polizia politica partigiana jugosvala, stilò, con l'aiuto di una vasta rete di confidenti, liste di nemici del popolo nelle quali c'era spazio per rancori politici, etnici o anche solo personali. La popolazione giuliana, in particolar modo a Trieste e Gorizia, fu travolta da un'ondata di violenza feroce: dirigenti delle forze politiche non comuniste, esponenti fascisti di secondo piano, persone ritenute pericolose per i più disparati motivi, per la stragrande maggioranza italiani, andarono incontro ad un destino atroce. Alcuni furono immediatamente passati per le armi o infoibati, altri vennero deportati nei campi di prigionia per essere, se non morivano prima, processati e condannati. I processi andarono avanti fino al 1947. Il disegno era chiaro, attuare una epurazione preventiva di chiunque per opposizione politica o etnica, anche solo potenziale, potesse ostacolare l'instaurazione del regime comunista/nazionalista jugoslavo.
Le cifre del massacro della stagione delle Foibe sono difficili da stilare. Gli studi più attendibili parlano di 4-5 mila scomparsi che salgono a più di 10 mila caduti per l'italianità se si includono anche le vittime della violenza di guerra oltre che di quella politica.

Le foibe della penisola istriana dalle quali venne esumato il maggior numero di salme. Fonte: Millenovecento, mensile di storia contemporanea, n.5 - marzo 2003, pag. 18

Le principali foibe della zona di Trieste e di Gorizia. Fonte: Millenovecento, mensile di storia contemporanea, n.5 - marzo 2003, pag. 27


Qui di seguito, una selezione di siti per approfondire gli argomenti tema di questo post:


STORIA DELLE FOIBE: LA STRAGE DIMENTICATA. La Storia siamo noi - RAI Educational


DALLE FOIBE UN GRIDO: NON DIMENTICATECI!


LEGA NAZIONALE DI TRIESTE: GIORNO DEL RICORDO


10 FEBBRAIO - RICORDARE PER CAPIRE


LE FOIBE GIULIANE 1943-'45 Un saggio di Raoul Pupo, docente di storia contemporanea all'Università di Trieste.


Piccola bibliografia:


Gianni Oliva, Foibe. Le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell'Istria. Mondadori


Guido Rumici, Infoibati (1943-1945). I nomi, i luoghi, i testimoni, i documenti. Mursia


Friuli Venezia Giulia. Storia del '900. Libreria editrice goriziana


Raoul Pupo, Guerra e dopoguerra al confine orientale d'Italia 1938-1956. Del Bianco


Roberto Spazzali, Foibe, un dibattito ancora aperto. Trieste, Lega nazionale


a cura di Giampaolo Valdevit, Il peso del passato, Marsilio


Giorgio Rustia, Contro operazione foibe a Trieste, Associazione famiglie e congiunti dei deportati in Jugoslavia ed infoibati

martedì 29 gennaio 2008

Piccola riflessione sull'Italia razzista

Le leggi razziali del 1938 rappresentano senza dubbio una delle pagine più vergognose della storia italiana. La loro promulgazione fu legata essenzialmente a ragioni di mera convenienza e la loro applicazione fu tutt'altro che profonda e sistematica, ma questo non ci assolve. Anzi.
Enzo Collotti, uno dei massimi storici contemporaneisti italiani che si è occupato in particolare dello studio comparato dei totalitarismi europei, in occasione dell'uscita del suo libro Il fascismo e gli ebrei – Le leggi razziali in Italia edito da Laterza, parla di una distinzione netta tra la situazione tedesca e quella italiana. In Germania l'importanza dell'antisemitismo e del razzismo all'interno del regime nazista è molto più centrale rispetto a quella che avrebbe avuto nell'economia del fascismo italiano a partire dalle diverse tradizioni dell'antisemitismo fino ad arrivare alla collocazione sociale degli Ebrei che nel nostro Paese, a differenza della Germania, era di quasi totale assimilazione al resto della popolazione e, per la stragrande maggioranza, di appartenenza ad un ceto medio o medio-basso senza escludere un'ampia fascia di proletariato. Dietro l'esperienza tedesca c'era un'elaborazione teorica molto approfondita e una strategia di lungo periodo a cui corrispose un'applicazione puntuale dei provvedimenti che condussero alla soluzione finale. L'adozione delle leggi razziali in Italia, ribadisce Collotti, fu dettata invece da strumentalizzazioni di tipo politico che non portarono mai alla realizzazione di quegli eccessi che caratterizzarono non solo la Germania, ma anche altri Paesi occupati o collaborazionisti come la Francia.
L'obiettivo principale degli italiani era quindi compiacere l'alleato tedesco che, lungi dall'imporla, accolse con favore l'introduzione dei provvedimenti antisemiti. Lo spirito con cui il regime prese questa decisione ricorda da vicino quello che avrebbe avuto al momento dell'entrata in guerra: un mix di superficialità e calcolo. Come il governo italiano, avallato dalla monarchia, era convinto di prendere parte ad un conflitto di fatto già terminato e di trarne solo vantaggi, così nella questione delle leggi razziali rimase del tutto non curante dei reali effetti che provvedimenti così scellerati avrebbero potuto avere. La sostanziale sciatteria con cui le sanzioni contro la comunità ebraica vennero applicate non alleggerisce le gravi colpe che la casa regnate e il governo ebbero in questa vicenda.
Per la prima volta le leggi razziali revocavano l'emancipazione di una parte della popolazione non solo dal punto di vista giuridico, ma anche da quello sociale e culturale, il regime colpiva dei cittadini indipendentemente dalla loro opposizione politica ma solo per il fatto di esistere. L'antisemitismo di Stato, fomentato massicciamente dalla stampa, attecchiva in un Paese che aveva già vissuto l'esperienza del razzismo nei confronti delle popolazioni africane. Il precedente del razzismo coloniale agevolava in qualche modo il sentimento di razzismo antisemita, l'ebreo non era quindi perseguitato perché appartenente ad una religione ma era perseguitato in quanto tale.
Questo sentimento prese piede e sebbene, lo ricordo ancora, l'applicazione delle leggi razziali rimase generalmente superficiale, l'antisemitismo di Stato poté contare sulla collaborazione più o meno vasta di segmenti della società italiana ed ebbe sacche di tragica efficienza.
Annalisa Capristo nel suo libro L'espulsione degli Ebrei dalle accademie italiane edito da Silvio Zamorani, conduce un'analisi puntuale dell'epurazione antisemita all'interno delle accademie e delle università italiane. Il progetto di arianizzazione voluto dal ministro dell'Educazione nazionale Giuseppe Bottai partì con alcune rilevazioni già all'inizio del 1938, quando la svolta razzista del regime non era ancora ufficiale, e proseguì con un censimento condotto all'interno di scuole, università e accademie che aveva lo scopo di appurare quanti tra gli intellettuali fossero ebrei. Nel frattempo un regio decreto del 5 settembre 1938 stabiliva che i membri di razza ebraica delle varie istituzioni culturali cessassero di farne parte. L'epurazione può considerarsi conclusa già nei primi mesi del 1939. Le vittime del provvedimento furono 676. L'intero progetto fu portato a termine velocemente e con cura grazie anche all'appoggio che esso ebbe all'interno delle università da parte di dirigenti e docenti.
E' vero che l'esempio di quanto accadde nell'ambito dell'Istruzione rimase circoscritto e fu dovuto sostanzialmente all'impegno di uno come Bottai che più che razzista era efficiente, ma nel complesso le leggi razziali interpretate come un gentile presente all'alleato germanico, ancorché, per scarsa serietà, applicate male, rappresentano l'ineludibile chiamata in correità per un crimine aberrante.

sabato 26 gennaio 2008

Giornata della Memoria 2008: l'Olocausto sul web

Lo sterminio di sei milioni di ebrei durante la seconda guerra mondiale è un tema molto presente in rete. Alla vigilia della Giornata della Memoria 2008 ho pensato di dedicare un post alla selezione di alcuni siti italiani e stranieri che trattano l'argomento da più punti di vista.

L'Unione delle comunità ebraiche italiane dedica un ampio spazio al Giorno della Memoria. Nella home page campeggiano le parole di Se questo è un uomo di Primo Levi. Nella sezione Storia e Memoria è possibile reperire documenti e fonti storiche, testimonianze e riflessioni sulla Shoah. Il sito, come molti altri, dispone di un settore didattico, di uno dedicato ai link, ai libri e ai film. Qui si può trovare una breve monografia dedicata al cinema sull'Olocausto e un catalogo aggiornato in formato pdf di film italiani e stranieri dedicati all'argomento e distinti per genere. Per ogni film è riportato l'anno di produzione, la durata, il tema e il momento storico trattato oltre che una breve sinossi. Molto interessante il Calendario delle iniziative che offre tutte le informazioni sugli eventi organizzati in Italia per il Giorno della Memoria.

Ancora più ricco è il sito del Centro di documentazione ebraica contemporanea. E' disponibile in italiano con una presentazione in inglese. Nel settore Istituto e dipartimenti tutte le informazioni su come poter usufruire della biblioteca, della videoteca, dell'archivio storico, dell'archivio del pregiudizio e del settore didattico della Fondazione. La sezione Risorse e Strumenti offre saggi, ricerche, pagine tematiche, documenti, bibliografie e sitografie. Di paricolare interesse la parte dedicata alla Shoah in Italia e quella delle mostre on-line. Il sito del Centro è collegato al Portale dell'antisemitismo che riunisce informazioni, articoli, studi e pubblicazioni sulla dimensione dell'antisemitismo in Italia e in Europa oggi.

Il sito dell'Associazione Olokaustos, nata a Venezia nel 2002, ha come argomento la storia dell'Olocausto dal 1933 al 1945. La home page mette in evidenza gli aggiornamenti del sito, le novità editoriali, le iniziative dedicate alla Memoria in Italia e nel mondo. La consultazione è possibile attraverso cinque percorsi principali: schede biografiche, percorso geografico, percorso per argomenti, resistenza ebraica e documenti. Ai percorsi si aggiunge un settore dedicato alla presentazione di alcuni saggi e uno dedicato ai musei e ai luoghi della Memoria. Molto ricca la sitografia e la bibliografia che comprende anche pubblicazioni della stessa associazione. Da segnalare la rivista quadrimestrale Quaderni di Olokaustos di cui è possibile leggere alcuni estratti in rete.

Storia XXI secolo, il portale dei siti di storia italiana, a cura del Centro studi della Resistenza dell'Anpi di Roma, dedica un vasto spazio alla deportazione ricco di spunti e di contenuti. Vi sono sezioni dedicate ai campi di concentramento italiani, a coloro che salvarono molte vite umane e non mancano schede di approfondimento sulle diverse categorie di vittime della deportazione. Per una visione d'insieme di quello che fu l'Olocausto in Italia si possono consultare le fonti storiche, e la sezione Storia dell'Olocausto nella sua interezza.

L'Istituto storico di Modena tratta delle persecuzioni contro gli ebrei modenesi ma offre anche importanti documenti a carattere generale. Nel sito infatti è possibile reperire il testo dei provvedimenti per la difesa della razza italiana, quello dei provvedimenti sulla scuola durante il periodo delle leggi razziali, il manifesto degli scienziati razzisti, la disciplina dell'esercizio delle professioni da parte dei cittadini di razza ebraica, il testo dei provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri. Un utile compendio di fonti per capire come e in che cosa cambiò l'Italia dopo il 1938.

Tra i siti italiani è da segnalare infine il sito della trasmissione di Rai Educational, Testimonianze dal lager di Renzo Salvi. Il programma ripercorre la storia di cinquanta sopravvissuti alla deportazione, arrestati per diversi motivi, politici o razziali. E' possibile rivedere tutte le puntate in rete. Inoltre il sito offre un glossario, un atlante dell'Olocausto, una sezione didattica e vario materiale per l'approfondimento.

La rassegna dei siti stranieri inizia con quella che non esito a definire un'autentica miniera di informazioni sulla storia della Shoah. E' un punto di riferimento per studenti, insegnanti e ricercatori ma anche per i sopravvissuti all'eccidio e i loro familiari. Sto parlando del sito del United States Holocaust memorial museum di Washington. Disponibile in inglese, francese, spagnolo e arabo, offre, oltre alle informazioni legate alla vita e alle attività del museo, una sezione storica, che comprende un'enciclopedia dell'Olocausto, un atlante e mostre on-line, un vasto spazio dedicato alla didattica e alla ricerca (particolarmente interessante è l'Holocaust learning center, una risorsa organizzata per parole chiave), un settore completamente dedicato alle storie dei sopravvissuti e al ricordo. Il USHmm si batte contro i genocidi nel mondo.

Sempre nell'ambito dei siti appartenenti ad organizzazioni museali è da segnalare quello del Museo dell'Olocausto – Yad Vashem di Gerusalemme (The Holocaust Martyrs' and Heroes' Remembrance Authority). E' consultabile in inglese, arabo e russo con sezioni in francese, tedesco, ungherese e romeno. Il sito contiene tutte le informazioni relative al museo e la possibilità di visitarlo virtualmente, molto vasta la sezione dedicata al Ricordo e ai Giusti tra le nazioni, è disponibile on-line il database dei nomi delle vittime della Shoah. Sono presenti inoltre uno spazio che contiene informazioni sulle pubblicazioni del museo e un settore dedicato alla didattica (Teach – Learn – Explore) che ha un link in italiano per conoscere le attività e gli strumenti messi a disposizione dalla Scuola internazionale per gli studi della Shoah del museo Yad Vashem.

Il sito del Simon Wiesenthal Center è dedicato alle attività svolte dal centro che prosegue l'opera di Wiesenthal e che custodisce le testimonianze dei successi della sua vita dedicata ad assicurare alla giustizia i responsabili dei crimini nazisti. Esso contiene un collegamento al Museo della Tolleranza, nella sezione Explore and Learn sono disponibili informazioni sull'Olocausto e sulla storia di Wiesenthal, materiale didattico e un vasto spazio dedicato all'Istituto di documentazione di Israele.

A teacher's guide to holocaust e Holocaust teacher resource center sono due siti didattici sul tema dell'Olocausto. Sono entrambi in inglese. Il primo ha uno sviluppo lineare e una grande semplicità di consultazione, è indirizzato alle attività di insegnamento per studenti dalla scuola elementare fino alla high school/scuola superiore. Ricchissima l'offerta: linee del tempo che non solo mettono in evidenza gli eventi più importanti legati alla Shoah fino al 1945, ma che danno conto dei fatti più salienti legati alla caccia ai nazisti, e alle storie dei sopravvissuti, spazi che si occupano dei protagonisti della storia della persecuzione degli Ebrei (vittime, carnefici, resistenti, liberatori ecc.), sezioni dedicate alle arti, alla musica e alla letteratura durante la seconda guerra mondiale e segnatamente durante il periodo della deportazione, diversi e numerosi i supporti didattici distinti per grado di istruzione ed età.
Holocaust teacher resource si rivolge ad una platea più vasta che va addirittura dai bambini delle scuole materne fino agli universitari. E' un sito sponsorizzato dalla Holocaust education Foundation e offre lezioni, monografie e materiale per l'approfondimento. Importante la panoramica su conferenze, seminari ed eventi nonché il forte messaggio di attualizzazione della lotta alle discriminazioni e ai genocidi nel mondo.

Chiudo con il network in lingua inglese About.com che offre, nel settore dedicato alla storia del '900, un'ampia panoramica sull'Olocausto. Funziona un po' come un motore di ricerca, mediante delle parole chiave, si possono approfondire temi specifici.

venerdì 12 ottobre 2007

Ho una maglietta del Che e non so perché

Quella di Ernesto Che Guevara è la strana storia di un feroce assassino diventato icona pop. Moriva 40 anni fa Che Guevara, il 9 ottobre 1967 fucilato in Bolivia. In questi giorni le commemorazioni sono numerose in tutto il Sud America. In Italia si assiste alla solita glorificazione dei quotidiani di sinistra che danno in pasto ai propri lettori le solite agiografie: Liberazione titolava «Evviva Che Guevara», il Manifesto, ci segnala Fausto Carioti su Libero, pubblicava lo stesso articolo che Gianni Minà scrive da 40 anni, ma non basta il santino del Che della stampa comunista. Sta per arrivare nelle sale Guerrilla! di Steven Soderbergh con Benicio Del Toro, terzo film in poco tempo dedicato al medico e guerrigliero argentino, dopo Che Guevara diretto da Josh Evans e I Diari della motocicletta prodotto da Robert Redford e diretto da Walter Selles che mostra il viaggio sudamericano del giovane Guevara che ricerca se stesso e si confronta con la sua nascente coscienza politica. Una pellicola che in qualche modo ha contribuito a rafforzare il suo mito romantico e ribelle nato nel 1997 quando i resti del Che vennero ritrovati nei pressi della pista d’atterraggio dell’aeroporto di Vallegrande in Bolivia. Da allora la figura del rivoluzionario nella fotografia di Alberto Korda scattata nei primi anni della rivoluzione cubana è diventata l’icona della giustizia sociale e della lotta agli abusi del potere in tutto il mondo, le ormai numerosissime pubblicazioni sul Che e un poderoso merchandise (qui potete trovare addirittura The Che store, tutto quello che vi serve per le vostre esigenze rivoluzionarie) hanno fatto di lui un simbolo totalmente slegato dalla propria realtà storica e dal proprio operato politico tanto che i ragazzi argentini hanno coniato l’espressione ho una maglietta del Che e non so perché.
A ricordarci chi è stato davvero Ernesto Che Guevara ci pensano da anni autori latino americani come Carlos Alberto Montaner e Alvaro Vargas Llosa. Di quest’ultimo è uscito recentemente in Italia per Lindau, Il mito Che Guevara e il futuro della libertà, una raccolta di citazioni degli scritti del Che, testimonianze e documenti che smontano il mito e ci consegnano la figura di un assassino spietato e di un politico mediocre.
L’idea di quello che il Che pensava è ben riassunta dalle sue parole dell’aprile 1967 in un messaggio alla Tricontinentale, l’organizzazione rivoluzionaria afro-asiatico-sudamericana, «L’odio è fattore di lotta contro il nemico, che spinge oltre i limiti naturali dell’essere umano e lo trasforma in una reale, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere».
Durante la lotta armata contro il regime di Batista, Che Guevara uccise personalmente o supervisionò alla morte di decine di persone tra nemici della rivoluzione e semplici sospettati. Un’importante fonte per comprendere la sua indole sanguinaria sono i suoi stessi scritti, dal diario tenuto sulla Sierra Maestra ci racconta di aver ucciso il guerrigliero Eutimio Guerra solo perché sospettato di essere un informatore, il contadino Aristidio per aver espresso il desiderio di volersene andare dopo l’arrivo dei ribelli ed Echevarrìa, fratello di un suo compagno, per colpe non meglio specificate.
Jaime Costa Vázquez, ex comandante dell’esercito rivoluzionario, racconta che a Santa Clara, avamposto della guerriglia nel centro di Cuba, il Che ordinò l’esecuzione di una ventina di soldati, molti tra loro erano contadini che si erano arruolati per sfuggire alla povertà.
Dopo la conquista dell’isola, siamo nel 1959, Castro lo incaricò di dirigere la prigione della fortezza di San Carlos de la Cabaña. Lì c’erano circa ottocento prigionieri in uno spazio adeguato a non più di trecento persone, tra loro membri dell’esercito e della polizia, giornalisti ma anche commercianti. José Vilasuso, giurista e docente fu membro del tribunale militare che eseguiva i processi sommari. Racconta a Vargas Llosa che gli ordini del Che erano di agire in modo risoluto. Il tribunale emetteva la sentenza che subito veniva confermata dalla corte d’appello presieduta dallo stesso Guevara. Le esecuzioni avevano luogo dal lunedì al venerdì in piena notte.
Javier Arzuaga, cappellano della prigione, assistette personalmente a decine di esecuzioni anche a quella di un ragazzino, Ariel Lima.
Le cifre delle persone giustiziate a La Cabaña non si conoscono con esattezza, alcune fonti parlano di duecento persone altre arrivano a dire che ci furono circa settecento esecuzioni. Villasuso afferma che nei mesi di direzione di Che Guevara le condanne a morte effettuate furono quattrocento.
Il progetto Cuba Archive, che si occupa di conteggiare le vittime della rivoluzione cubana, adotta un metodo molto rigoroso, vengono inserite nell’elenco solo quelle persone alle quali è possibile attribuire un nome e per cui esista conferma da parte di almeno due fonti indipendenti. Ebbene il Cuba Archive, con questo metodo restrittivo, attribuisce a Che Guevara ben 164 esecuzioni tra il 3 gennaio e il 26 novembre 1959.
Se come assassino Che Guevara non aveva nulla da imparare, come politico si rivelò alquanto maldestro. Alla fine del 1959 assunse l’incarico di direttore della Banca Nazionale di Cuba e del Dipartimento dell’industria dell’Istituto Nazionale per la Riforma Agraria, nel 1961 divenne ministro dell’industria. Negli anni in cui Guevara fu a capo di questo importante settore dell’economia cubana la produzione di zucchero crollò e l’industrializzazione conobbe un periodo di grave crisi dovuta non solo all’embargo statunitense.
Il quadro che emerge è sicuramente approssimativo e incompleto ma rende l’idea di chi fosse davvero l’idolo dei pacifisti e dei postcomunisti di tutto il mondo che non curanti di tutto continueranno a sfilare fieri di indossare la loro bella maglietta con la faccia del Che…

Per saperne di più sull’argomento trattato in questo post puoi leggere Il libro nero del comunismo cubano (ovvero il conto del macellaio) da A Conservative Mind, il blog di Fausto Carioti.

mercoledì 3 ottobre 2007

Birmania, dove la ferocia la chiamano pace e sviluppo

Il simbolo della dittatura militare birmana è la sua nuova capitale Naypyidaw, un tetro villaggio situato in un territorio montagnoso nel bel mezzo della giungla a 350 km a nord di Rangoon, lontano dalle principali direttrici di transito trasformata in una fortezza per il Consiglio statale per la pace e lo sviluppo (questo il nome ufficiale, decisamente orwelliano, della giunta militare) completamente separata dal resto del Paese.
Per capire un po’ meglio quello che è successo in questo ultimo mese e mezzo in Birmania non si può non fare riferimento alla sua travagliata storia e soprattutto agli ultimi 45 anni di regime.
Alla fine del 1800 la Birmania è annessa all’impero anglo-indiano per poi raggiungere l’indipendenza, parallelamente all’India e al Pakistan, nel 1938. Durante la seconda guerra mondiale il Paese ricade sotto l’nfluenza del Giappone che tuttavia riesce a conservare il sostegno politico dei birmani solo per un breve periodo. La difficile strada per la democrazia inizia con un massacro quando, il 19 luglio 1947, il gabinetto provvisorio che si prepara a guidare l’Unione Birmana viene abbattuto. Tra le vittime anche il generale Aung San padre di Suu Kyi leader della Lega per la democrazia e premio nobel per la pace. I sospetti su chi fosse il mandante sono sempre ricaduti sul futuro dittatore Ne Win. U Nu diventa primo ministro e deve fronteggiare una situazione caratterizzata da continue ribellioni e rivendicazioni di indipendenza. La fragile esperienza della democrazia viene troncata dal colpo di stato del generale Ne Win che tenta la via birmana al socialismo mediante una dittatura spietata.
Si stabilisce un sistema monopartitico con il Partito del programma socialista in Birmania, commercio e industria vengono nazionalizzati. Sotto la dittatura di Ne Win il Paese si isola completamente dal resto del mondo e i suoi abitanti vengono privati delle libertà basilari. L’esercito continua a ricevere rinforzi e armi a scapito della sanità e dell’istruzione, l’autarchia e la nazionalizzazione causano una vastissima economia clandestina nella quale ha un ruolo centrale il traffico di droga e di armi. Nell’aprile del 1974 il generale Ne Win si ritira formalmente pur continuando ad esercitare il proprio potere mediante il Partito.
Negli anni ottanta si registra una crescita economica dovuta a timide aperture verso l’esterno, ma verso la fine del decennio una brusca svalutazione della moneta locale, il Kyat, finisce per rovinare gran parte dei risparmiatori birmani. Questa volta la gente non subisce, l’8 agosto del 1988 prendono il via gigantesche e pacifiche manifestazioni di piazza per protestare contro 26 anni di dittatura militare e contro la sua politica economica. La repressione è immediata e violentissima, in sei settimane di scontri l’esercito apre più volte il fuoco sulla folla inerme. Tra i caduti durante le dimostrazioni e quelli prelevati dalle loro abitazioni e uccisi nei giorni seguenti, i morti sono circa 3000.
Dopo la sanguinosa rivolta del 1988, un nuovo colpo di stato, forse ispirato dallo stesso Ne Win, porta al potere il generale Saw Maung che dopo aver cambiato il nome della Birmania in Myanmar promette di indire le elezioni che si tengono il 27 maggio del 1990. La lega nazionale per la Democrazia di Aung San Suu Kyi ottiene una vittoria schiacciante con oltre l’80% dei voti, nonostante tutti i provvedimenti preventivi adottati dal governo. La giunta ignora i risultati, Suu Kyi, che nel 1991 verrà insignita del premio Nobel per la pace, rimane agli arresti domiciliari, l’opposizione è decimata, le ribellioni etniche schiacciate con le armi. Il 24 aprile 1992 il potere passa al generale Than Shwe, capo del Consiglio di stato per il ripristino della legge e dell'ordine, l'unico partito legale.
Le sanzioni economiche imposte dalla comunità internazionale in questi anni non hanno inciso sulla situazione di oppressione e il livello di violazione dei diritti umani (detenzione di prigionieri politici, lavoro forzato e riduzione in schiavitù, repressione delle minoranze etniche). L’effetto delle sanzioni è vanificato anche dai proficui rapporti economici che la Birmania intrattiene in particolare con la Cina, diventata il primo partner commerciale, e con l’India.
I fatti di questi ultimi giorni sono tristemente noti a tutti. Il 15 agosto, senza alcun preavviso, la giunta stabilisce il raddoppio del prezzo del diesel, la quintuplicazione del costo del gas naturale e l’aumento del prezzo di molti generi di prima necessità. La protesta, nei primi tempi perlopiù civile, attira l’attenzione internazionale quando il 18 settembre scendono in piazza migliaia di monaci buddisti facendola crescere in maniera esponenziale. Il regime ha risposto con la consueta violenza, sparando sulla folla. Secondo il governo i morti sono stati solo una decina ma in realtà si parla di un bilancio provvisorio e per difetto di 200 morti. La repressione va avanti soprattutto durante la notte mentre di giorno la parvenza è quella di un paese pacificato. I monasteri sono controllati dai militari, nel corso delle proteste circa un migliaio di religiosi sono stati arrestati e incarcerati, giornalisti birmani esuli in Thailandia parlano di ritorsioni e torture.
Ieri si è conclusa la missione dell’inviato dell’Onu Ibrahim Gambari che ha incontrato la leader dell’opposizione Suu Kyi e il generale Than Shwe. Mentre si registra una spaccatura in seno alla giunta militare tra Shwe e il suo vice, il generale Maung Ave, dovuta alla gestione della crisi, la comunità internazionale si appresta a mettere a punto un nuovo pacchetto di sanzioni economiche ma anche qui il fronte risulta essere tutt’altro che compatto.

domenica 9 settembre 2007

Dopo l’8 settembre dagli internati militari un no per la rinascita

Quella degli internati militari italiani (Imi) è una storia che per lungo tempo è stata dimenticata ma che rappresenta un’altra faccia non meno nobile, non meno importante della Resistenza.
Dopo l’8 settembre molti soldati italiani si rifiutarono di aderire alla Repubblica di Salò, molti a cui era stato assicurato il rimpatrio a condizione della consegna delle armi vennero ingannati e condotti nei campi di internamento tedeschi. Gli Imi in Germania furono oltre 650 mila, una categoria di militari riconosciuta dal diritto internazionale ma non considerata dalla convenzione di Ginevra del 27 luglio 1929. L’utilizzazione di questa condizione al posto di quella di prigioniero di guerra permise alle autorità naziste di sfruttarli e di mantenere così in vita, almeno a livello simbolico, l’alleanza tra la Germania nazista e la Rsi. I tedeschi, animati da quell’odio razziale nei confronti dell’Italia ereditato dalla prima guerra mondiale, solo attenuato dal patto d’Acciaio del 1939, e acuitosi dopo il tradimento dell’8 settembre, sottoposero gli internati italiani a condizioni di prigionia disumane, la scarsità di cibo, il sovraffollamento, la scarsa igiene veicolo di malattie erano la norma come pure i maltrattamenti, le violenze, le pressioni psicologiche.
L’unico modo per sottrarsi a questo regime di prigionia o migliorare la propria condizione nel campo era la collaborazione. Si poteva lavorare per l’economia di guerra del Reich andando in fabbrica, nei campi o arruolandosi nell’esercito tedesco con mansioni ausiliarie, oppure aderire all’esercito della Repubblica sociale. La maggior parte degli Imi rifiutò. Per alcuni di loro questa scelta fu convinta e immediata per altri, meno preparati dal punto di vista politico, fu più sofferta e maturò con l’aiuto dei compagni.
Le attività culturali che si svolgevano in maniera semiclandestina all’interno dei campi contribuirono ad affermare la dignità dei prigionieri, ad educarli a idee e principi che per molti erano una novità, a creare il clima di resistenza. Da principio singoli o piccoli nuclei agivano all’insaputa degli altri, provenivano da esperienze politiche e culturali diverse ma erano tutti diretti a contribuire alla formazione di una società nuova, fondata sulla democrazia, sulla libertà, sul progresso sociale e inserita in un contesto europeo. C’erano gli ufficiali in Servizio permanente effettivo, generalmente monarchici, affiancati dai cappellani militari, c’erano gli intellettuali antifascisti, o meglio antidittatoriali, c’erano uomini di estrazione marxista, liberale o cristiana.
Si svilupparono in questo contesto i cosiddetti “giornali parlati”, le tavole rotonde, la diffusione di numerosi libri.
Di questa “resistenza senz’armi” di questo “fronte senza eroi” si parlò poco nell’immediato dopoguerra e per circa un decennio anche la storiografia sembrò dimenticarsene. La stessa Associazione nazionale ex internati (Anei), il cui progetto era nato già all’interno dei campi in Germania, trovò non poche difficoltà per ottenere un riconoscimento giuridico.
Solo nel 1965 Ferruccio Parri, al congresso dell’Anei, e il 15 maggio a Milano il Presidente della Repubblica Saragat, furono i primi a riconoscere che quel no alla collaborazione e all’adesione alla RSI era da considerarsi un vero gesto di resistenza.

sabato 8 settembre 2007

8 settembre 1943: l’Italia abbandonata a se stessa

Nell’estate del 1943 le truppe italiane sono ormai incapaci di proseguire una guerra che si era rivelata più lunga del previsto. La sconfitta di El Alamein, che determina la perdita da parte dell’Asse di ogni capacità di iniziativa nel Mediterraneo, la perdita della Libia, l’evacuazione dell’Africa settentrionale e l’occupazione anglo-americana della Sicilia annullano progressivamente ogni speranza di ripresa. Dopo 45 giorni di governo, l’8 settembre alle ore 18.30 il Maresciallo Badoglio comunica via radio la firma dell’armistizio di Cassibile, più simile ad una resa senza condizioni: ufficiali, soldati ma anche la popolazione civile sul territorio nazionale e oltremare vengono di fatto abbandonati al loro destino e quel poco di tessuto connettivo delle istituzioni, sopravvissuto al 25 luglio, si sfalda rapidamente. Il 9 settembre il Re Vittorio Emanuele III e il nuovo Governo fuggono verso Brindisi.
La situazione delle truppe sul territorio italiano è una delle più difficili e disperate della storia della guerra poiché alla reazione dei nazisti contro i traditori, si deve aggiungere l’errore politico e strategico degli Anglo-Americani, che cancellarono all’ultimo momento l’intervento su Roma e l’assenza di autorità e capacità decisionale del Governo Badoglio, tutte cause che portarono allo sfascio completo l’apparato bellico italiano.
Al di fuori della penisola al momento dell’armistizio, di cui hanno notizia quasi sempre solo per radio, sono impegnate ben 35 divisioni con circa 600 mila uomini contro le 24 divisioni presenti sul territorio italiano. La situazione dei reparti italiani all’estero è molto differente rispetto a quella dei loro commilitoni in Italia. Se da una parte la loro condizione è complicata dal fatto di essere distanti dalla madre patria è pur vero che ciò in qualche modo evita che essi finiscano allo sbando in virtù del fatto che, in molti casi, come nei Balcani o in Grecia, si era giunti a un notevole grado di integrazione tra le unità italiane e quelle tedesche. Inoltre le nostre truppe, in qualità di occupanti dovevano fronteggiare le formazioni partigiane, ragioni che spinsero le unità italiane all’estero a restare coese in attesa di ordini che chiarissero quale fosse il comportamento da tenere, in base alle nuove condizioni seguite all’armistizio, soprattutto nei confronti delle truppe tedesche. Quegli ordini arriveranno solo il giorno 11, su pressione diretta del Generale Eisenhower, che per la prima volta chiaramente ordinò di attaccare i Tedeschi, ordine che però arrivò nella maggior parte dei casi con molto ritardo, quando già molte unità italiane avevano ceduto le armi ai Tedeschi anche laddove le forze italiane erano nettamente superioni come nell’Egeo. I comandi germanici sono spinti a cercare accordi con gli italiani per ottenere un totale o parziale disarmo. La maggior parte degli italiani, nella speranza di essere rimpatriati, decide di arrendersi mentre ben pochi reparti accettano l’offerta di continuare a combattere a fianco dei Tedeschi. In questa situazione di totale confusione, diversi reparti si rifiutano di eseguire l’ordine di consegna delle armi ai Tedeschi e danno vita a una prima forma di vera resistenza. Nelle isole greche a Cefalonia dei 10 mila soldati della Divisione Acqui, 2 mila cadono combattendo, 4 mila vengono massacrati dai Tedeschi tra il 22 e il 25 settembre e oltre 3 mila fatti prigionieri. Il Generale Gandin, comandante della divisione, viene fucilato.
Il 10 i soldati tedeschi occupano Roma e il 12 liberano Mussolini prigioniero sul Gran Sasso, inspiegabilmente o volutamente dimenticato in una località solo apparentemente difendibile.
Secondo chi attribuisce la responsabilità di quello che accadde dopo l’8 settembre (costituzione della RSI e la guerra civile fino alla conclusione del conflitto nel 1945) a Badoglio in prima persona e innanzitutto, al suo Governo, al Re e ad un numero ristretto di alti ufficiali, la defenestrazione di Mussolini e la resa agli anglo-americani avrebbero dovuto svolgersi simultaneamente all’indomani del 25 luglio. Sarebbe stata questa un’operazione coerente e trasparente che avrebbe anche consentito di conferire l’apporto dei militari ai costituendi gruppi di resistenza armata.
Vi è tuttavia chi ha dissentito da questa visione delle cose. Nel settembre del 2003, in occasione del sessantennale dell’8 settembre, in una intervista rilasciata al mensile di storia contemporanea Millenovecento, Aldo A. Mola, uno dei maggiori storici della monarchia in Italia e della massoneria, giudica l’operato del Maresciallo Badoglio come teso a limitare i danni il più possibile. Secondo Mola, Badoglio, sul fronte interno seppe arginare il contrattacco dei fascisti dopo il 25 luglio, rimasto completamente solo dopo lo scioglimento degli organi fascisti e non appoggiato dai rinascenti partiti democratici, che rifiutarono ogni collaborazione con l’intento di far ricadere solo sulla casa reale la colpa della disfatta, tutto ciò su cui Badoglio poteva ancora contare era l’esercito col cui supporto portò avanti un lavoro diplomatico che diede ottimi risultati.
Sul fronte tedesco il Maresciallo sapeva benissimo che l’esercito italiano non aveva nessuna speranza contro la maggiore motivazione e combattività delle truppe germaniche, questo giustificherebbe, secondo Mola, la mancanza di ordini ai militari.
Sul fronte alleato va ricordato che l’armistizio fu in realtà una resa senza condizioni e per gli anglo-americani l’Italia rimase terra di occupazione.
Su entrambi i fronti si trattava quindi di una guerra contro tutti che l’Italia non era in grado di combattere, in tali condizioni l’inerzia era la risposta meno dolorosa.
Per quanto riguarda la fuga da Roma Mola non la squalifica come atto di vigliaccheria o rinuncia, come fu definito tanto dalla RSI quanto dalle forze resistenziali repubblicane e socialcomuniste, ma la considera come l’unico atto possibile per preservare la città, storicamente indifendibile, dalla devastazione.
Mola conclude dicendo che la mossa del Governo Badoglio in questo senso fu frutto di calcolo e non di vigliaccheria, un calcolo che serviva a preservare l’unità e i confini nazionali fortemente in pericolo, la scelta di Vittorio Emanuele III di dirigersi verso la Puglia preservò la continuità dello Stato. A questo proposito Mola ricorda uno studio di Vanna Vailati supportato da documenti ufficiali e secondo il quale era stato approntato un piano di spartizione dell’Italia tra Francia, Jugoslavia, Grecia e Gran Bretagna.