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mercoledì 22 aprile 2009

La verità di Katyn nascosta dalla storia, nascosta nei cinema

Il capolavoro che racconta dei 22 mila ufficiali polacchi massacrati nella foresta di Katyn dai sovietici è arrivato finalmente in Italia ma a proiettarlo è solo lo 0,18% delle sale

Ho avuto la fortuna di vedere Katyn lunedì sera a Santo Spirito, seduto in fondo alla sala del cinema Piccolo letteralmente gremita. La proiezione è stata voluta dal Centro culturale di Bari e prima che il mio amico Alessandro Crispino mi girasse una mail di uno degli organizzatori, io, come molti, non ne avevo mai sentito parlare.
Katyn è un film del 2007 del regista polacco Andrzej Wajda che racconta uno degli episodi più nascosti ed efferati della Seconda Guerra Mondiale: l'eccidio della foresta di Katyn. Siamo nel 1939 e la Polonia viene invasa ad ovest dalla Germania nazista e ad est dall'Unione Sovietica. Dopo la firma del patto tra Ribentropp e Molotov sulla spartizione del bottino, i Sovietici decidono di eliminare circa 22 mila prigionieri polacchi. Sono i quadri dell'esercito, ufficiali, diplomanti, laureati, la classe dirigente di un popolo cattolico e lontano dal marxismo-leninismo. Vengono portati dal campo di prigionia di Kozielsk alla foresta di Katyn, dove sono freddati con un colpo alla nuca e tumulati in fosse comuni. L'ordine arriva direttamente da Stalin.
Alla scoperta del massacro nel 1943, la propaganda del regime comunista sovietico accusa i tedeschi di averlo compiuto e, nonostante la verità affiori già al processo di Norimberga, dell'eccidio di Katyn non si parlerà più fino alla caduta del muro di Berlino.
Il film è basato su un racconto corale i cui protagonisti sono gli ufficiali uccisi e la loro profonda dignità, il dolore e lo smarrimento delle loro donne e dei commilitoni sopravvissuti, il popolo polacco che dopo essere stato dilaniato dalla guerra deve scegliere se soccombere ai propri carnefici o ribellarsi ad essi. Wajda ricostruisce i fatti con un taglio asciutto e mai retorico così lontano dalle stucchevoli visioni oleografiche a cui tanta fiction ci ha abituato. I dieci minuti finali sono struggenti: con fredda efficienza burocratica gli ufficiali polacchi vengono uccisi uno dopo l'altro, quelli ancora vivi trafitti con la baionetta prima che la ruspa ricopra i corpi di terra. Il sommesso Padre nostro si spegne nello schermo buio e nell'Agnus Dei di Penderecki.
La pellicola, dedicata al padre del regista morto nel massacro, si basa su una rigorosa ricostruzione documentale durata anni. Nel 2008 è arrivata anche la candidatura all'Oscar come miglior film straniero. A detta unanime della critica, Katyn è il miglior film dell'ottantareenne Wajda, che di regie alle spalle ne ha oltre quaranta, e di sicuro è un capolavoro. Eppure a proiettarlo in Italia è solo lo 0,18% delle sale esclusi i cinema parrocchiali e simili, secondo il Giornale, ad averlo visto saremo stati poco più di 20 mila. Di Katyn la stampa praticamente non parla, non se ne occupa la politica. All'estero le cose non vanno meglio: Wajda intervistato da Tempi, uno dei pochissimi giornali che si sono occupati del film, afferma che, nonostante il grande successo di Katyn nel suo Paese, la tv di Stato polacca che ne detiene i diritti, ne impedisce una circolazione dignitosa considerandolo un film scomodo, molti distributori lo hanno acquistato per non farlo vedere. Nonostante un tribunale di Mosca si sia recentemente pronunciato per la riapertura dell'inchiesta sull'eccidio di Katyn chiusa nel 2004, il film in Russia non si può proiettare.
Per quanto ci riguarda, Mario Mazzarotto, amministratore unico della casa indipendente Movimento Film che detiene i diritti di Katyn per l'Italia, parla a Stefano Lorenzetto del Giornale di un clima surreale che circonda questo film. Innanzitutto ci sono voluti due anni per portarlo da noi, dopo essere stato rifiutato alla Mostra del Cinema di Venezia, gli sono stati preclusi i due terzi delle sale più importanti con la giustificazione, da parte di Circuito Cinema (la società che raggruppa vari proprietari che fanno capo alle più importanti case di produzione e distribuzione), che il momento per l'uscita nelle sale non era propizio, troppi film in giro. Ora Medusa si occuperà dell'uscita del Dvd per il noleggio privato, la Rai lo trasmetterà, non può farlo prima di due anni dall'uscita, ma è chiaro Katyn è oggetto di un vero e proprio boicottaggio, un boicottaggio la cui ragione si può riassumere in quattro parole: egemonia culturale della sinistra.
Giampaolo Pansa sul Riformista ha definito Katyn un'opera «bellissima e straziante» aggiungendo che «La sinistra non vuole la verità su quanto è avvenuto sino al 1948. Non la vuole perché la “sua” verità, gonfia di menzogne, l’ha già imposta in tutte le sedi: la cultura, la ricerca storica, i testi scolastici, il cinema». Dal canto suo Mazzarotto parla di una sinistra in rigoroso silenzio e di una sua lettera indirizzata al segretario del Pd a cui Franceschini non ha mai risposto.
L'eccidio di Katyn pare sia dunque un argomento che è meglio continuare a tenere nascosto, forse perché sono ancora vivi gli echi della storia del professor Vincenzo Palmieri. Il direttore dell'Istituto di medicina legale dell'Università di Napoli che negli anni '50 fu costretto a lasciare la sua cattedra a seguito del feroce linciaggio subito da parte dell'Unità e del Partito comunista italiano per aver firmato, per conto della Croce rossa internazionale, la relazione nella quale si affermava che gli ufficiali polacchi delle fosse comuni di Katyn erano stati massacrati dai sovietici. La carriera di Palmieri fu stroncata perché aveva affermato la verità contro la menzogna comunista.
La vicenda del boicottaggio del capolavoro di Andrzej Wajda è la riprova che in Europa e in Italia, al di là delle abiure più o meno convinte, c'è ancora molta strada da fare perché si parli apertamente degli orrori del comunismo reale e perché la memoria di quegli orrori diventi patrimonio di tutti. Katyn è un film che contribuisce in maniera mirabile alla costruzione di quella memoria che parte dalla foresta vicino a Smolensk e arriva fino alle foibe ma che, in ogni caso, resta ancora troppo spesso misconosciuta, troppo spesso nascosta.

venerdì 2 novembre 2007

Carrozzoni

Quando il ministro dell’economia Padoa Schioppa dice che pagare le tasse è bellissimo dimentica che sovente i soldi dei contribuenti finiscono per essere letteralmente buttati dalla finestra o peggio nelle tasche di uno sparuto quanto fortunato gruppo di persone. I tre esempi qui di seguito sono l’emblema di uno scandaloso sistema di sprechi e di cattivo impiego delle risorse pubbliche.

Che cinema!

L’inchiesta di Gabriella Mecucci apparsa su L’Occidentale ha messo in risalto il perverso rapporto che lega l’industria del cinema allo Stato. Dal 1965 il cinema italiano ha ricevuto sovvenzioni pubbliche, questi finanziamenti però andavano restituiti fino a quando, nel 1994, un provvedimento del governo Ciampi dispose che diventassero a fondo perduto. L’accesso ai fondi divenne ancora più facile quando Walter Veltroni fu nominato vicepresidente del Consiglio e ministro dei beni e delle attività culturali con competenza diretta sullo spettacolo.
Da allora, se si esclude la contestatissima attività del ministro Urbani che tentò di arginare gli effetti di questo modo di operare, una cifra tra il 70 e il 90% della sovvenzione non rientra più nelle casse pubbliche. Dal 1994 ad oggi lo Stato ha erogato 730 milioni di euro. A fronte di questo massiccio impiego di risorse l’incasso delle produzioni italiane all’estero oscilla tra lo 0,3 e l’1% del totale mentre in patria il consumo è sceso sotto la media europea.
Le commissioni che decidono sulla distribuzione dei fondi concedono denaro in maniera del tutto disinvolta spesso erogando finanziamenti milionari a film che, quando riescono ad arrivare nelle sale, non vanno al di là di un incasso di poche migliaia di euro.
Nonostante tutto ciò registi e produttori si lamentano della mancanza di fondi e a queste lamentele il potere politico risponde con proposte di legge tese ad introdurre aggravi fiscali per i soggetti che trasmettono film, emittenti televisive innanzitutto. Questo raggiungerebbe uno scopo paradossale, lo Stato finanzierebbe film che nessuno vede nelle sale e che nessuna emittente sarebbe interessato a comprare. In molti Paesi europei il tax shelter, un sistema che al contrario prevede defiscalizzazioni e incentivi al reinvestimento degli utili, ha rilanciato il mercato cinematografico senza l’introduzione di misure vessatorie tese a finanzialre nient’altro che lo spreco.
Ma il foraggiamento pubblico al cinema non finisce qui. Dino Risi dice che in Italia ci sono più rassegne che film e non ha tutti i torti, se ne contano più di 250 tra feste e festival del cinema che lo Stato finanzia per 2 milioni di euro ai quali vanno aggiunti i fondi stanziati dalle regioni e dagli altri enti locali.
La Festa del cinema di Roma di quest’anno è costata 15 milioni di euro tra sovvenzioni pubbliche e private. Una mole incredibile di denaro e di potere tutta rivolta a veicolare consenso in cui il cinema è solo una comparsa se si considera che le premiere presentate quest’anno non erano tali perché erano le stesse del Festival di Toronto. Inoltre i film premiati alla Festa del 2006 non hanno avuto grande fortuna soprattutto se confrontati con i risultati conseguiti dai film premiati a Venezia.
Che si tratti di finanziamenti all’industria della cinematografia o alle rassegne, il cinema diventa un grande strumento di propaganda e non importa se vengono buttati milioni che potrebbero essere usati per cose ben più serie, l’importante è vendere sogni e ricavarne voti.

Italia.it: quanto costa un fallimento

Italia.it è il portale nazionale del turismo nato per promuovere sul web il patrimonio culturale, ambientale, agroalimentare ed enogastronomico del nostro Paese. Quanti soldi ci siano voluti per realizzarlo è in realtà un mistero, sono comunque tanti…tantissimi, soprattutto se si considera che stiamo parlando di un sito internet. Le fonti più attendibili (Il Sole 24 ore) dicono che a fronte di uno stanziamento di complessivi 58 milioni di euro ne sarebbero stati finora effettivamente investiti 35,9: 21 milioni per i contenuti regionali, 4 per quelli nazionali, 7,8 per la piattaforma tecnologica, la parte restante per la chiusura del “cantiere” e la promozione. Il solo logo (la scritta “Italia” in cima al sito) è costata 100 mila euro.
Con questo fiume di denaro impiegato uno si aspetta che Italia.it sia il sito migliore e il più visitato dell’universo. Purtroppo non è così. Anzi. Dopo un inizio tormentato (una gestazione lunghissima, due presentazioni ufficiali e persino una commissione d’indagine del ministro Nicolais) Italia.it è stato stroncato dalla rete. Tralasciando che l’era dei portali si è conclusa alla fine degli anni ’90, italia.it si riduce ad essere un insieme di semplici informazioni, reperibili attraverso i motori di ricerca, per di più molto spesso infarcite di autentici strafalcioni. Non è finita, dal punto di vista tecnico ci sono una serie di problemi soprattutto riguardanti la compatibilità e l’accessibilità ai soggetti disabili. Alexa.com considera il portale del turismo italiano un sito dal traffico scarsissimo.
Dicevo che l’ammontare esatto del denaro speso per Italia.it rimane un mistero perché il governo si è rifiutato di fornire la documentazione relativa all’intero progetto a seguito della richiesta avanzata da Scandaloitaliano (sito che conduce un costante e minuzioso monitoraggio su tutte le tare di Italia.it) e sottoscritta da 1500 persone, che si sono fatte interpreti della montante indignazione nei confronti dell’intera vicenda.
E’ notizia degli ultimi giorni la dichiarazione del ministro Rutelli durante un incontro del Comitato nazionale per il turismo: "Facciano qualcosa, altrimenti è meglio lasciar perdere". Il portale più costoso ed inefficiente del mondo sembra così avviato malinconicamente alla chiusura definitiva tanto più che la sua piattaforma tecnologica appare ormai superata e le regioni non la considerano più all’altezza della propaganda del turismo locale.
La storia di Italia.it è l’ulteriore prova (si veda il caso del ddl Levi) della profonda ignoranza con la quale la politica si rapporta alla rete e alle sue esigenze. Ma questo è il meno peggio, il mastodontico spreco di denaro pubblico è una vergogna e si commenta da solo come da sola si commenta la volontà da parte del governo di insabbiare il caso negando l’accesso alla documentazione che spiega come si sia potuto spendere tanto per un sito internet.
Paolo Valdemarin, fondatore della società di sviluppo web, Evectors, uno che si intende di cose della rete, in una intervista a la stampa.it dichiara che avrebbe speso un quinto della cifra impiegata dal governo per creare uno strumento wiki, aperto alla collaborazione dei singoli, collegato a Wikipedia, nella quale sarebbero confluite tutte le informazioni circa le principali attrazioni culturali italiane. Insomma uno strumento moderno, funzionale, utile e soprattutto immensamente meno costoso.

SprecheRAI

La scorsa settimana Il Giornale ha pubblicato un’inchiesta di Fabrizio De Feo su RaiUtile, Rainews24 e Rai International. Le sorprese non sono mancate. RaiUtile, il canale di servizio in onda sul satellite, sul digitale terrestre e sul web ha registrato a settembre un ascolto medio giornaliero di 737 unità per uno share dello 0,00% a fronte di un costo di 4 milioni di euro ed un organico di 40 persone, De Feo ricorda inoltre che RaiUtile rappresenta un esperimento per la trasmissione sul digitale terrestre per finanziare il quale è stato disposto uno specifico aumento del canone...
Le cose vanno peggio se si prende in considerazione Rainews24 la rete all news della Rai nata nel 1999. Se qui gli ascolti medi giornalieri raggiungono le 3 mila unità per uno share dello 0,03%, il costo dell’intera baracca è di 35 milioni di euro con un organico di più di 100 giornalisti. SkyTg24 raggiunge un numero di contatti quotidiani dieci volte superiore.
Mentre i fondi per Rainews24, nonostante i risultati tutt’altro che lusinghieri, restano intatti, il nuovo piano industriale prevede una sottrazione di risorse per Rainet, la società che si occupa dei siti web del gruppo. Rainet a fronte di una attribuzione di 6 milioni di euro ha fatto registrare un record di oltre 84 milioni di pagine viste a settembre e 4,6 milioni di utenti registrati. Un potenziale inestimabile, soprattutto in previsione del potenziamento dell’area news sul web, di cui l’azienda sembra non accorgersi.
L’ultimo atto dell’inchiesta de Il Giornale si è occupato di Rai International definita da De Feo una rete di soli capi dato che su 63 giornalisti che vi lavorano, 22 hanno la nomina di caposervizio con il dispendio, in termini di emolumenti, che questo comprensibilmente comporta e nonostante la riduzione del bilancio passato da 38 a 27 milioni di euro. Ma questo è solo l’esempio più eclatante degli sprechi che Rai International (e ahimè in generale la Rai) promuove nella sua quotidiana gestione.

venerdì 14 settembre 2007

I Simpson siamo noi. Da oggi nelle sale I Simpson – il film

“Fra onore e disonore, fra famiglia e nemici, fra settembre e…settembre, verrà tracciata una linea e poi sarà colorata di giallo”.
Musica inquietante da thriller, il faccione di Homer che compare a poco a poco annunciano l’uscita, da oggi finalmente anche in Italia, del film evento a cui, stando al trailer, si sta lavorando da 118 anni e che ha visto impegnato un cast di 5 milioni di persone…
Ebbene sì, gli inquilini del 742 di Evergreen Terrace, Homer, Marge, Bart, Lisa e Maggie Simpson assieme a tutti gli abitanti di Springfield sono approdati al grande schermo. La missione da compiere è ardua, quasi disperata. Homer sarà chiamato a salvare Springfield dalla distruzione sull’orlo della quale lui stesso l’ha condotta inquinando irrimediabilmente il lago locale tanto da indurre il dipartimento della protezione ambientale degli Stati Uniti, a mettere la città in quarantena e poi a ordinare di raderla al suolo.
The Simpsons Movie, questo il titolo originale con cui il film è uscito negli Stati Uniti il 27 luglio, è stato preceduto da un imponente battage pubblicitario e accolto dalla critica con toni entusiastici: da Variety al The Hollywood Reporter il film è considerato il naturale risultato del successo della serie televisiva che al suo diciottesimo anno di messa in onda, con 400 episodi al suo attivo è a tutt’oggi la più longeva in assoluto. La famiglia più gialla d’America ha capitalizzato in questi anni un pubblico davvero impressionante che, secondo la critica americana, ritroverà nel lungometraggio la stessa irriverenza a cui è abituato, quasi senza che la struttura narrativa ne risenta nonostante il film duri ben quattro volte un singolo episodio televisivo. Il film rappresenta in qualche modo anche un ritorno alle origini, in alcune immagini c’è il gusto un po’ vintage delle prime serie, Bart che corre nudo sullo skateboard ad esempio, accompagnato da un’ortodossa interpretazione dello spirito dei Simpson: corrosivi, rudi a tratti demenziali ma senza esagerare, sono sempre fedeli a se stessi e non cadono mai nella tentazione di rincorrere altre serie di successo, tutte in qualche modo figlie dei Simpson, come South Park, I Griffin o American dad che dell’eccesso, ognuna a proprio modo, hanno fatto il proprio tratto distintivo. La fedeltà all’impianto originario dei Simpson è dovuta anche alle “maestranze” che sono quelle di sempre: la regia di David Silverman, la sceneggiatura di Matt Groening, il papà dei Simpson, e James L. Brooks, l’impiego di una moltitudine di scrittori veri e propri veterani della serie.
Insomma stando alla critica e al successo di pubblico che il film sta avendo nel mondo e che avrà certamente da oggi anche in Italia, per i produttori, 20th Century Fox, Gracie Films e Film Roman productions, I Simpson si confermano un cavallo vincente. Certo questo alla Fox lo sanno da molto, e meglio di loro lo sa Matt Groening che grazie ai diritti e al merchandising legato ai Simpson è diventato miliardario.
La storia dei Simpson inizia il 19 aprile 1987 quando per la prima volta in testa e in coda alla pausa pubblicitaria del "Tracey Ullman Show", un talk show comico della Fox, va in onda un rozzo cartoon di un minuto. L’autore, Matt Groening, già disegnatore della striscia “Vita all’inferno” per un quotidiano di Los Angeles, crea una famiglia che porta i nomi dei componenti della sua famiglia: il padre si chiama Homer, la madre Marge e le sorelle Lisa e Maggie. L'unico personaggio ad avere un nome inventato è quello ispirato a se stesso: Bart (anagramma di "brat", ovvero monello). Il successo è immediato, un prodotto da sempre considerato solo per bambini diventa uno show anche per adulti. Il 17 dicembre 1989 I Simpson diventano un programma autonomo e approdano in prima serata da qui una vera e propria escalation di trionfi: il titolo di migliore serie tv del secolo, attribuito dal Time nel 1998, la stella sul Walk of Fame di Hollywood (il marciapiede con le impronte delle mani delle star), l’esclamazione “D’oh” di Homer entrata nell’Oxford English Dictionary .
Come più volte ha spiegato lo stesso Groening la chiave del successo mondiale dei Simpson sta nella sua lettura dissacrante e politicamente scorretta della società moderna. Tutti i personaggi dei Simpson ci somigliano. Sono degli anti-eroi, mai completamente buoni o cattivi, molto spesso mediocri, capaci di nefandezze quanto di atti eroici. La tipica famiglia media, che sia americana passa in secondo piano, in una cittadina media, che vive di quotidiane frustrazioni e che si confronta con il potere in tutte le sue forme, che ne subisce le continue angherie e al quale tenta maldestramente di ribellarsi irridendolo comunque con una satira feroce. Non sono risparmiate le grandi corporation, lo showbusiness, la religione, la polizia, il potere politico, il sistema scolastico, la sanità. Alla fine di ogni puntata dei Simpson non c’è mai una morale ma un’impietosa, caustica fotografia della realtà.
Un ottimo strumento per capire di più i Simpson è una godibilissima raccolta di saggi dal titolo “I Simpson e la filosofia” edito da ISBN. In questo libro i filosofi William Irwin, Mark T. Conard e Aeon J. Skoble raccolgono in 336 pagine 18 saggi di altrettanti loro colleghi che offrono percorsi interpretativi e chiavi di lettura originali sui personaggi, sui loro linguaggi, sull’impianto filosofico, appunto, della serie nonché una ricca galleria delle battute più celebri.