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martedì 4 dicembre 2007

Il Popolo della Libertà alla guerra della legge elettorale

Io ho votato per il nome “Partito della Libertà”. Popolo mi sembrava offrisse troppo il fianco alle accuse di populismo e poi, in genere i nomi collettivi (la ggente, i ggiovani...) mi fanno venire l'orticaria. In ogni caso, purchè non mi costringano a chiamare la sede del partito casa del popolo, va bene anche “Popolo della Libertà”.
In realtà pare si vada verso una soluzione di compromesso come “Popolari per la libertà” dato che la partita è finita quasi alla pari, 53% per “Popolo della Libertà” 47 per “Partito della Libertà”. La seconda convocazione ai gazebo nel giro di due settimane è stata un successo e dopo una due giorni di bagni di folla e scatti da centometrista, il Cavaliere parla a Milano dell'apertura della fase costituente del nuovo partito che vedrà i cittadini protagonisti e delle elezioni primarie per la scelta del leader sul modello di quelle americane.
Nelle domande dei giornalisti rimane centrale l'esito positivo dell'incontro con Veltroni dello scorso venerdì. Come me crede in un bipolarismo vero, senza veti né ricatti afferma Berlusconi riferito al segretario del Pd e ribadisce, restando ferma la priorità di tornare al voto in tempi brevi, la disponibilità a discutere di una legge elettorale a base proporzionale con sbarramento e senza premio di maggioranza, ma anche di una modifica dei regolamenti parlamentari che obblighi alla esclusiva formazione di gruppi che abbiano come denominazione quella della lista con cui si sono presentati alle elezioni.
E' fatta quindi. L'accordo, almeno quello dei due maggiori partiti, c'è, non resta che approvare la legge. Macchè! In questa fase politica del tutti contro tutti più che una salutare convergenza possono i veti incrociati, i dubbi, le diffidenze. Infatti mentre Berlusconi festeggiava a Milano. A Roma si riunivano i vertici del Pd ai quali Veltroni spiegando la sua proposta di riforma, si trovava subito costretto a precisare che essa prevederà l'espressione delle preferenze e, sollecitato da Prodi, forniva chiarimenti sulla dichiarazione preventiva sulle alleanze e sul fatto che il percorso della legge elettorale sarà legato alla zavorra delle riforme costituzionali (ipotesi che prolungherebbe la vita del governo e che fortemente avversata da Berlusconi). Quella che doveva essere una semplice illustrazione del testo sul quale si era raggiunto l'accordo si trasformava poi in una sua strenua ed improba difesa sotto le bordate della Bindi e di Parisi referendari della prima ora. Ma il bello doveva ancora venire. L'indomani mattina il montante malumore dei piccoli partiti dell'Unione culminava con l'ultimatum del capogruppo dell'Udeur alla Camera Fabris che, uscendo dalla riunione sulla legge di bilancio, accusava Veltroni di aver consegnato ai presidenti delle commissioni Affari costituzionali di Camera e Senato il testo della riforma elettorale senza aver consultato gli alleati e minacciava di abbandonare i lavori sulla finanziaria. In serata Prodi si affrettava a dichiarare la convocazione di un vertice di maggioranza nel giro di pochi giorni.
Ma se Atene piange Sparta di sicuro non ride. Nel centro-destra Fini conferma l'indisponibilità del suo partito a votare un sistema elettorale che lascia i partiti liberi di scegliersi gli alleati di governo dopo le elezioni. Udc e Lega sono insieme attendiste e diffidenti.
Il testo sul quale Veltroni e Berlusconi hanno raggiunto l'accordo e al cui orizzonte si addensano nubi così minacciose è quello della proposta dei costituzionalisti Sebastiano Vassallo e Stefano Ceccanti. Essa prevede la suddivisione del territorio nazionale in collegi pari alla metà dei seggi da assegnare che vengono aggregati in circoscrizioni della dimensione media di una provincia. Il 50 per cento dei parlamentari sarebbe eletto in collegi uninominali, l'altro 50 con sistema proporzionale sulla base di liste circoscrizionali (precedenza per i migliori perdenti nel collegio uninominale, se non fossero sufficienti si passerebbe ai candidati delle liste circoscrizionali). Lo sbarramento, tra il 4 e il 5 per cento, verrebbe applicato a livello della circoscrizione, la scheda sarebbe una per ogni Camera e l'espressione del singolo voto varrebbe sia per il seggio attribuito con l'uninominale che per quelli proporzionali. Il sistema disegnato avrebbe un numero di partiti contenuto e favorirebbe le formazioni medio-grandi e quelle radicate sul territorio.
Oltre alla proposta Vassallo-Ceccanti resta l'alternativa del referendum elettorale che registra convinti sostenitori (An e i Prodiani) quanto avversari acerrimi (Udc, Lega, Rutelli). Pochi giorni fa l'Ufficio per il referendum della Corte di Cassazione si è espresso favorevolmente sul numero delle firme raccolte mentre il giudizio di legittimità della Corte Costituzionale dovrebbe arrivare all'inizio del 2008 in modo da poter consentire di votare già in primavera. Il referendum, voluto da Mario Segni e dal costituzionalista Giovanni Guzzetta prevede l'abrogazione del collegamento tra le liste e dell'attribuzione del premio di maggioranza alle coalizioni di liste. Se passasse, il premio di maggioranza andrebbe alla singola lista che abbia ottenuto il maggior numero di seggi verosimilmente corrispondente ad un cartello elettorale tra forze alleate. Rimarrebbero immutate le soglie di sbarramento al 4% per la Camera e all'8 per il Senato, l'indicazione del candidato premier e del programma elettorale. Il referendum punta ad abrogare anche la possibilità della candidatura di un singolo in più circoscrizioni.
Quella del referendum, al di là dei suoi contenuti, era e rimane un'arma efficace per indurre il Parlamento a discutere ed approvare una nuova legge elettorale. L'opportunità rappresentata dalla convergenza di Pd e Pdl sulla proposta Vassallo-Ceccanti non andrebbe sprecata ma, ammettiamolo pure, i segnali non sono incoraggianti.

mercoledì 21 novembre 2007

Quando il gioco si fa duro

Ve la ricordate la reazione di Silvio Berlusconi quando gli chiedevano come mai il suo governo non fosse riuscito a realizzare questa o quella riforma? Con aria per un attimo sconsolata rispondeva “se Forza Italia avesse ottenuto il 51%...”
Ebbene da domenica pomeriggio il Cavaliere si sta attrezzando per raggiungere l'obiettivo, sull'onda degli 8 milioni di firme ottenuti dalla sottoscrizione per tornare al voto subito, ha rotto gli indugi e ha deciso di iscriversi all'esclusivissimo club dei partiti a vocazione maggioritaria rendendosi da subito disponibile al dialogo con l'unico altro socio cioè il Pd di Walter Veltroni.
Per alcuni la nascita del Partito delle libertà o Popolo della libertà è solo un'operazione di restyling, un cambio di denominazione per Forza Italia. Chi sostiene questa tesi è convinto che Berlusconi abbia fatto di necessità virtù: dopo la mancata spallata al governo era iniziato il processo ai suoi danni da parte degli alleati che chiedevano a gran voce un cambio di strategia e che si dimostravano disposti a discutere della riforma elettorale con Veltroni e con il centro sinistra, anche senza un Berlusconi sempre più isolato. Per sottrarsi al processo da un lato e all'isolamento dall'altro, il presidente di Forza Italia, con un autentico colpo di teatro, non solo si è reso disponibile al dialogo sulla riforma della legge elettorale, ma ha anche lanciato un nuovo partito. Con una mossa ha quindi scavalcato gli alleati aprendo al modello tedesco, evitato di ammettere il cambio di strategia, intercettato un certo sentimento di antipolitica da tramutare in consenso.
Per altri il Pdl non è frutto di tattica politica ma ha un orizzonte ben più ampio e preciso che porta Forza Italia a diventare l'asse portante di un partito che si richiama direttamente al Partito Popolare europeo e che punta, col tempo, ad annettere tutte le componenti moderate.
Forse hanno ragione entrambi. E' innegabile che il Pdl nasca da specifiche contingenze e dall'idea di un Berlusconi che, stanco di fare da mediatore tra le varie forze di una Cdl da tempo malconcia, decide di far pesare tutta la propria forza elettorale e la propria leadership lanciando un partito aperto a tutti ma di cui detiene saldamente il copyright. E' altresì vero che la nascita del progetto è solo stata accelerata dal particolare momento politico ma certamente non sarebbe stata possibile se Forza Italia non fosse saldamente inserita nell'alveo del PPE.
La scelta di Berlusconi di aprire il dialogo sulla riforma della legge elettorale rappresenta il primo fondamentale atto del Pdl. Archiviata di fatto la possibilità di andare subito al voto, il Cavaliere registra l'impraticabilità di una modifica minima della legge elettorale vigente e si dice disponibile a discutere del modello tedesco non solo perché sembra riscuotere il consenso di più partiti, ed è quindi quello che potrebbe essere più facilmente approvato, ma anche perché, l'applicazione del sistema proporzionale con sbarramento meglio si confà al nuovo corso “delle mani libere”.
L'approvazione di una legge elettorale ispirata al sistema tedesco porterebbe ad un quadro di scomposizione e ricomposizione delle forze politiche attualmente in campo. Oltre al Pd e al Pdl prenderebbero concretezza l'ipotesi della cosiddetta “Cosa bianca” (Bruno Tabacci ne ha già parlato), una convergenza di partiti di centro di ispirazione cattolica, Udc e Udeur innanzitutto con l'apporto di personalità come Pezzotta o Monti, e si consoliderebbe il percorso comune della sinistra comunista, democratica e verde.
Ciò detto bisogna anche però essere realisti, nessuna delle forze attualmente o in fieri in campo è in grado di raggiungere da sola la fatidica soglia del 51% che gli consentirebbe di dar vita ad un governo monocolore, tanto più che allo stato pare essere esclusa dalla riforma la previsione di un premio di maggioranza. Si renderebbero quindi necessarie delle alleanze che mi rifiuto di pensare possano essere rimandate a dopo le elezioni. Se una cosa buona c'è stata in questa cosiddetta seconda Repubblica in completa decadenza è stata la chiarezza che regolava il rapporto tra elettori ed eletti, il cittadino votava una coalizione o un partito che di questa faceva parte e al tempo stesso ne sottoscriveva il programma e avallava la scelta del candidato premier. Questo è un patrimonio che considero irrinunciabile e se è innegabile che il bipolarismo italiano, così come lo abbiamo conosciuto, non ha risposto alle esigenze di governabilità e necessiti di un intervento è altrettanto innegabile che un sistema nel quale programmi e alleanze si decidono dopo il voto è inaccettabile. Al di là dei dissapori del momento, legati a questioni personali e alla mai sopita guerra dei leader che tanti danni ha fatto finora, la Cdl ha il dovere morale di fronte ai suoi elettori, qualunque sia il sistema elettorale che venga approvato, di rimettere insieme i suoi cocci, almeno i più importanti e di far valere la maggiore omogeneità ideologica rispetto alla sinistra, che rappresenta la sua vera carta vincente.
Restando fermo che nessun sistema elettorale sarà in grado di risolvere problemi che sono eminentemente politici, la situazione è molto fluida per non dire confusa nel centro-destra come nel centro-sinistra. Sullo sfondo rimangono il countdown per il referendum abrogativo sulla legge elettorale vigente e il governo che, c'è da giurarci, continuerà a vendere cara la pelle sia a un Berlusconi il cui obiettivo prioritario è tornare al voto ma anche ad un Veltroni che, nonostante le apparenze, è tutto proiettato al dopo Prodi e che non ci sta a farsi logorare ulteriormente. Staremo a vedere cosa succederà in attesa che si torni a parlare di politica. Quella vera.

mercoledì 17 ottobre 2007

Fuori tempo massimo

Negli ultimi giorni la parola d’ordine della sinistra italiana è diventata “dialogo”. Veltroni auspica il dialogo, Bertinotti è fiducioso sul dialogo, Franceschini si dice stupito se Berlusconi rifiuta il dialogo.
Prima di considerare nel merito le tematiche su cui si chiede la collaborazione dell’opposizione sarà divertente vedere come la sinistra ha favorito il clima di dialogo in questo anno e mezzo di governo. Le elezioni del 2006 si concludono con un sostanziale pareggio per le due coalizioni. Berlusconi offre ai vincitori un governo di larghe intese, la proposta viene rifiutata. Così, forte dei suoi 24.000 voti in più alla Camera, il centro-sinistra inizia il suo assalto alla diligenza ignorando completamente dell’altra metà del Paese. Prende per sé le Presidenze di Camera e Senato e quella della Repubblica. Arrivato al governo, in un turbinio di spacchettamenti, poltrone e strapuntini, nomina 102 tra ministri, viceministri e sottosegretari per l’esecutivo più numeroso della storia repubblicana. Da qui la strada è tutta in discesa e nella migliore tradizione dello spoil system la maggioranza di centro-sinistra ha preso per sé, la Direzione generale della RAI, benché ne detenesse già la Presidenza, ha nominato il presidente della Patrimonio dello Stato Spa, il presidente di Alitalia, il presidente dell’Anas, l’amministratore delegato delle Ferrovie, il presidente di Federservizi, il presidente di Sviluppo Italia, il presidente e l’amministratore delegato di Cinecittà Holding, raffica di nomine anche per Istituto Luce, Filmitalia, Cassa depositi e prestiti, Enav, Parchi nazionali, Autorità portuali, Finmeccanica senza contare la rimozione del Comandante della Guardia di finanza Speciale e ancora la nomina di Fabiano Fabiani nel cda RAI. Una presa militare del potere premessa ideale per chiedere all’opposizione di discutere su legge elettorale e riforme alla Costituzione.
Il dibattito sulle regole è in realtà un alibi per la maggioranza di centro-sinistra che vi si aggrappa per scongiurare il rischio elezioni anticipate nel caso della molto più che probabile caduta di Prodi.
Lo sport nazionale dell’impallinamento della legge elettorale vigente, praticato da ultimo anche dal Presidente di Confindustria Montezemolo, ha poco senso. Questa legge, sicuramente non perfetta, ha dato prova di garantire il bipolarismo e di consentire una maggioranza sufficientemente ampia alla Camera nonostante i pochi voti di scarto. Sarebbe successo così anche al Senato se il premio di maggioranza non fosse stato attribuito a livello regionale, bensì a livello nazionale come la stesura originaria, poi modificata a seguito del rinvio alle Camere della legge da parte del Presidente della Repubblica, prevedeva. Restando ferma la prevalenza del diritto dei cittadini di tornare immediatamente a votare in caso di caduta del governo, considerando che in mesi di dibattito in materia l’unica novità significativa è rappresentata dal referendum, la cosa più sensata da fare sarebbe una modifica minima dell’attuale legge che riporti il premio di maggioranza al Senato da regionale a nazionale, che rimpicciolisca i collegi, che riduca concomitantemente la lunghezza delle liste dei candidati per creare un rapporto più stretto tra i gli eletti e il proprio territorio, così come previsto dalla proposta avanzata dai Senatori di Forza Italia.
Sul versante delle modifiche alla Costituzione il centro-sinistra, dopo aver ferocemente avversato e poi affossato la riforma varata dalla CdL, oggi ne presenta una apparentemente simile ma di fatto fortemente depotenziata. Il pacchetto di riforme, che è stato licenziato dalla I commissione di Montecitorio e si appresta ad essere discusso in Aula, prevede la fine del bicameralismo perfetto e la riduzione del numero dei parlamentari, esattamente come la riforma bocciata dal referendum, ma stralcia un intervento sul Titolo V e fa molto poco sul piano del rafforzamento dell’esecutivo e del premier in particolare, la revisione interviene quindi solo su singoli aspetti perdendo un suo equilibrio interno.
La correzione del Titolo V è fondamentale non solo perché la riforma varata dallo stesso centro-sinistra nel 2001 ha prodotto un numero massiccio di conflitti di competenza tra Stato e Regioni di fronte alla Corte costituzionale, ma anche perché senza la revisione del federalismo non si può mettere mano al potenziamento del ruolo del Presidente del Consiglio. Infatti nel pacchetto uscito dalla commissione Affari costituzionali della Camera, tale potenziamento verte su due punti: la possibilità del Capo del Governo di proporre al Presidente della Repubblica la revoca di un ministro, e la “corsia preferenziale” per la discussione in aula dei disegni di legge dell’esecutivo. Decisamente troppo poco.
Le obiezioni alla richiesta di dialogo non sono quindi solo metodologiche o relative al contesto che si è venuto a creare ma anche riguardanti i contenuti. Tanto più che questa richiesta di dialogo è interesatta e giunta fuori tempo massimo. Veltroni ha detto all’indomani della sua elezione a segretario del PD che basterebbero otto mesi per sbloccare il Paese, probabilmente ne basterebbero molti meno se si andasse a votare subito dopo la caduta di Prodi e si evitasse di cercare appigli malfermi.